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21 gennaio 1793, morte del re

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
21 Gennaio 2023
in Cultura
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Che Luigi Capeto avesse una qualche presenza di spirito lo si comprende dalle sue ultime parole davanti al patibolo. Chiese al boia se vi fossero novità sul signor de La Pérouse, l’esploratore disperso nelle indie. Salì le scale della ghigliottina con la smorfia di non averne ricevuta alcuna. Uccidere questo brav’uomo del re, che il giorno della Bastiglia annotava sul suo diario ” oggi, caccia, niente” è qualcosa che può apparire ripugnante. Un giovanissimo Amartia Sen, indiano, domandò al suo insegnate di storia, francese, perché mai si dovesse uccidere questo disgraziato del re. Il suo insegnante lapidario rispose, perché era un “traditore”. Nella sua difesa alla Convenzione ovviamente Luigi non si riconobbe mai colpevole. E’ probabile che egli non si rendesse nemmeno conto di cosa avesse significato il suo tentativo di fuga e delle conseguenze che aveva provocato, perché fino a quel giorno, come annotava Camille Desmoulins nel suo Vieux Cordelier, i repubblicani in Francia erano tre. Di numero. A sera divennero tre milioni e comunque una minoranza, tanto che la Convenzione non volle sottoporre il giudizio sul re a referendum perché convinta che il popolo lo avrebbe salvato. Fu la Montagna ad assumersi su di se questa responsabilità e Saint Just il più determinato nel deliberarla. La Gironda al governo con il re dopo il tradimento di La Fayette lo avrebbe condannato a morte solo con la sospensione della pena. Si è discusso a lungo se non si dovesse seguire la dolce pietà di Vergniaud invece che la gelida determinazione di Saint Just in modo da risparmiare all’Europa e alla Francia pene e tormenti infiniti. Purtroppo l’evoluzione di una società politica ha dei costi. Se il re che voleva fuggire fosse rimasto in vita, sarebbe stata la Repubblica a venir decapitata quanto prima.

Per comprendere meglio la condanna a morte della monarchia bisogna seguire i passi del suo principale sostenitore, il conte di Mirabeau che avrebbe voluto costituzionalizzarla. Non fosse che Mirabeau si era anche accorto come Luigi nemmeno comprendesse la questione. Semmai bisognava rivolgersi all’austriaca. Maria Antonietta era sicuramente più capace di qualità politiche del consorte, ahinoi, non c’era nulla al mondo che odiasse di più della Costituzione stessa. Quando Luigi il 20 giugno brinda con il cappello frigio in testa, non è spaventato, è sincero. Purtroppo è sincero anche quando vorrebbe schiacciare l’assemblea costituente sotto gli zoccoli dei suoi svizzeri a cavallo. Luigi ama il popolo ed odia i suoi rappresentanti. Maria Antonietta invece vuole proprio estirpare ogni germe rivoluzionario. Si avvicinerà a Mirabeau solo per valutare se vi sia nel retore della canaglia ancora una qualche traccia di lealtà aristocratica da poter sfruttare. Mirebaeu che alla fine capisce la regina, si ritira. Mai avrebbe sostenuto la candidatura al trono dell’Orleans che certo di politica si intendeva anche troppo. Quando ci si interroga sulle cause della rivoluzione si omette sempre la principale, ovvero il duca di Orleans che voleva scalzare il cugino dal trono. Mirabeau aveva vizi e difetti, tanto da prendere denaro dallo stesso duca, ma non abbastanza per sostenere l’ascesa di un simile corruttore e mestatore. La morte di Mirabeau tra pasticci di funghi, ballerine e champagne, è il preludio del destino che attende la monarchia in Francia.

Ancora il 10 agosto Luigi avrebbe potuto salvarla e facilmente. Bonaparte presente sulla scena rimase incredulo nel vedere che la corona non avesse nemmeno una batteria puntata sul carosello delle Tuileries. Un solo cannone sarebbe bastato a disperdere gli insorti. Ma anche senza batteria, se Luigi avesse avuto la teatralità necessaria sarebbe stato capace di motivare le truppe alla sua difesa. Il re invece non rinunciò al sonnellino pomeridiano poi con la parrucca sgualcita sul lato del cuscino, in calze di seta si presentò malvolentieri nella piazza d’armi. Il suo aspetto seminò il panico, la guardia nazionale lo lasciò su due piedi e la partita fu persa irrimediabilmente.

Furono molti gli storici di rilievo, Constante, De Maistre, Taine, Tocqueville su tutti, a guardare con orrore gli eventi e gli sviluppi della rivoluzione. Il processo democratico venne giudicato fino a Cochin come un elemento caotico e dai tratti criminali che si sarebbe diffuso e sistematizzato con il suo epigono napoleonico. Questo giudizio svolto con tale minuzia da ritorcersi contro lo stesso illuminismo, trascura solo un dettaglio, ovvero la personalità di chi era chiamato prima della rivoluzione a salvaguardare l’integrità dello Stato. Luigi, poveretto, nemmeno riusciva a contenere le spese della moglie, figurarsi curare il bilancio. Oscillava fra Necker e Calonne deludendo i sostenitori di entrambi. La sua morte la portava sulla fronte dal giorno che si comprese che il brav’uomo non sapeva regnare. Saint Just lo disse alla tribuna fulminando tutti. “Un re o regna, o muore”. Il monito rivolto ai popoli d’Europa, non stiamo scherzando. Datevi un governo degno.

Vizille, Musée de la Révolution française

Tags: MirabeauRepubblica
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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