Donald Trump torna a minacciare dazi punitivi fino al 50%. Una dichiarazione che pesa come un macigno sull’economia globale, ma in particolare sull’Europa. E tra tutti, il Paese più esposto è proprio l’Italia. Il nostro export dipende fortemente dal mercato statunitense: auto, vino, meccanica, agroalimentare. Un dazio del genere colpirebbe al cuore il sistema produttivo nazionale, già provato da crisi internazionali e da una crescita che fatica a decollare.
Sarebbe facile gridare all’odio verso l’Europa – e forse non sarebbe nemmeno sbagliato. Trump non l’ha mai sopportata, né sul piano economico né su quello politico. Ma il vero punto è un altro: e come PRI vogliamo ancora sperare che non si tratti solo di autolesionismo isolazionista, ma dell’ennesima mossa da duro alla John Wayne, fatta per ottenere altro. Forse un disimpegno dalla NATO, forse un ridimensionamento del sostegno all’Ucraina, forse un fronte comune con Putin per contenere Xi Jinping.
In questo scenario, Trump somiglia più a Wild Cat Hendriks di Trinità che a Rooster Cogburn de Il Grinta. Perché nel poker della geopolitica si può bluffare, ma non barare. Se i dazi diventano realtà, non siamo più davanti a una mossa tattica: siamo davanti a una rottura degli equilibri, alla negazione dei principi del libero scambio su cui si basano le relazioni tra alleati.
Ora però arriva la novità: dopo una telefonata con Ursula von der Leyen, Trump ha sospeso per il momento l’introduzione dei dazi. Un chiaro segnale che, al di là delle minacce roboanti, siamo ancora in una partita di poker geopolitica dove il bluff è una carta fondamentale. Il rischio resta alto, ma il tavolo resta aperto.
Il PRI ha finora mantenuto un atteggiamento di cauta pazienza verso Trump, sospendendo il giudizio soprattutto in nome della storica amicizia con gli Stati Uniti, che però lo stesso Trump sta in modo evidente tradendo. Questa pazienza non è però illimitata: ogni giorno che passa senza segnali concreti di affidabilità e rispetto verso gli alleati europei, questo margine di benevolenza si riduce sensibilmente.
E l’Italia? Assente. Marginale. Meloni si illude di essere un ponte, ma nei vertici che contano non c’è spazio per gli inginocchiamenti da avanspettacolo.
Peccato che questo suo “ponte” abbia meno possibilità di vedere la luce del celebre ponte sullo Stretto di Messina: un’illusione senza basi concrete, e certamente senza peso nelle trattative decisive.
La realtà è che la Presidente del Consiglio non ha peso contrattuale, né influenza nei dossier strategici. A questo si aggiungono le profonde contraddizioni e gli scontri interni nel governo, a cominciare dalla visione spesso opposta dei due vice presidenti Salvini e Tajani, che riflettono la mancanza di una linea chiara e unitaria nelle questioni cruciali di politica estera ed economica.
Oltre la narrazione della sua maggioranza, restano strette di mano che non fermano i dazi USA, non condizionano Bruxelles e non salvano le imprese italiane.
È in questi momenti che si distingue chi sa fare politica estera da chi si limita a metterne in scena una parodia. Noi repubblicani crediamo in un’Europa forte, federale, capace di difendere la propria economia e la propria autonomia strategica. Crediamo che l’Europa debba smettere di subire passivamente, mettendo in campo strumenti comuni per tutelare il mercato interno e rispondere alle pressioni esterne.
Crediamo anche in un’Italia che debba tornare a contare davvero, non con selfie e riverenze, ma con serietà, competenza e una visione chiara della propria collocazione internazionale. Un’Italia che sappia essere protagonista nei tavoli che contano, capace di fare squadra con l’Europa e di difendere i suoi interessi produttivi e strategici.
La pazienza, però, ha un limite e quel limite si sta avvicinando rapidamente. Non possiamo più permetterci che l’Italia resti esclusa e marginale, spettatrice impotente di un gioco che mette a rischio il futuro del nostro sistema produttivo e la stabilità geopolitica europea.
Se il governo continua a non contare nei dossier strategici, se la sua politica estera rimane una parodia, allora sarà necessario un cambiamento radicale. Noi repubblicani saremo in prima linea per chiedere e costruire un’Italia che finalmente sappia fare politica estera con serietà e responsabilità, per il bene del Paese e dei suoi cittadini.







