A cento anni dalla dolorosa, prematura morte l’Italia deve ricordare a una nuova generazione spesso immemore la grandezza di Piero Gobetti: pensatore, fondatore di riviste fondamentali, editore prolifico nel breve arco di vita di venticinque anni. Si inquadra giustamente l’autore come un liberale che non cedette alla tentazione di trasformare il liberalismo in una ideologia conservatrice al servizio degli interessi di proprietari terrieri o padroncini. La parola Liberalismo torna in Gobetti ad associarsi al concetto di Rivoluzione: in verità, un ritorno alle origini del XIX secolo quando effettivamente i “moti liberali” abbatterono l’ordine reazionario della Santa Alleanza e realizzarono sul continente europeo un cambio di sistema più ponderato e duraturo di quello tentato dalla Rivoluzione Francese.
Altrettanto giustamente si individua come prosecutore ideale della riflessione di Gobetti quel Carlo Rosselli, anche egli vittima della violenza fascista, che respingendo a sua volta la deriva sovietica della sinistra cercò di conciliare socialismo e liberalismo, in un movimento – Giustizia e Libertà – che si presentava con l’arcano simbolo della spada fiammeggiante. E ancora, nei ritratti commemorativi di Gobetti, si sottolinea la forte caratura antifascista della sua visione storico-politica, che coglie nel fascismo non un inciampo nel cammino dell’Italia, ma il precipitato di una serie di tendenze critiche che vanno dalla vocazione alla retorica alla tentazione della scorciatoia repressiva. Nello stesso tempo pur apprezzando la capacità dei comunisti di dare una forma politica militante alla rivendicazione di bisogni della classe operaia Gobetti fu lucido nell’indicare i limiti ideologici del marxismo: dalla visione fatalistica del divenire storico all’impulso all’accentramento politico, con la conseguente svalutazione della funzione libera e produttiva dell’individuo.
Cosa manca a questo ritratto di grande italiano per essere completo? Talvolta è mancato forse il riferimento alla intensa connotazione “repubblicana” del suo pensiero. Gobetti nel periodo che va dal Biennio Rosso alla Marcia su Roma e alla deriva autoritaria fu un “rivoluzionario-liberale” che non poteva non essere anche repubblicano. Inevitabile evoluzione di pensiero: nel momento in cui Vittorio Emanuele III apriva le porte alla dittatura, Gobetti maturava l’idea di una necessaria trasformazionerepubblicana dell’ordinamento dello Stato.
Il giudizio di Gobetti su Casa Savoia era decisamente severo (forse un po’ troppo tranchant nel ridurre l’importanza di quelle circostanze storiche che resero Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II centrali nel processo di unificazione). Da torinese, il giovane autore/editore sottolineava tutti i limiti di una unificazione che si era realizzata come espansione territoriale della monarchia piemontese: con il cosiddetto “piemontesismo” e il conseguente accentramento burocratico. Erano obiezioni – parallele a quelle di Gramsci sulla mancata rivoluzione popolare – che potevano anche essere considerate eccessivamente zelanti. L’Italia divisa per mille anni “fu fatta come fu fatta” e un realismo nutrito dalle pagine del Machiavelli non avrebbe avanzato eccessive obiezioni. Ma certamente quando si passa dal Risorgimento al drammatico periodo degli anni Venti la prospettiva cambia. Stavolta il rigore del Gobetti “repubblicano” appare del tutto giustificato.
Il giovane intellettuale considera la Corona (nella persona di Vittorio Emanuele III) come la principale responsabile legale e morale dell’avvento della dittatura. La firma del re sui decreti che non fermarono la Marcia su Roma era, per Gobetti, il tradimento finale dello Statuto Albertino e la prova che la monarchia non era più un garante delle libertà, ma uno strumento di compromissione in nome dellaconservazione del privilegio. Perdendo la sua funzione di garanzia l’istituzione monarchica si condanna come anacronistica e a quel punto viene meno quel legame lealistico tra liberali e dinastia, che fu sugellato dalla concessione dello Statuto Albertino. “La firma del Re al decreto dello stato d’assedio non fu che l’ultimo atto di una serie di capitolazioni. La Monarchia ha cessato di essere la garante delle libertà statutarie per farsi complice dell’avventura fascista.” (scrive nel saggio edito nel 1924 la “La Rivoluzione Liberale”, capitolo su “Il Fascismo”).
A questo punto la Repubblica non è più una opzione istituzionale preferibile in astratto a quella formula più carnale della monarchia che unì nell’Ottocento gli Italiani, ma una necessità morale per creare una nuova classe dirigente. “Non ci può essere vera libertà in Italia finché resterà in piedi l’equivoco monarchico. La Repubblica è l’unica forma di Stato che può costringere gli italiani a diventare cittadini, smettendo di essere sudditi di una casta mediocre” scrive stavolta sulla rivista “La Rivoluzione Liberale”, anno III, n. 38. E scrive ancora nel 1924: “L’unità d’Italia fu un’espansione del Regno di Sardegna, non una conquista di coscienza. La Monarchia ha dato all’Italia una burocrazia, non uno spirito pubblico.” Oddio… non che la Repubblica del dopoguerra, a causa delle forze politiche in essa prevalenti, abbia fatto molto per alimentare quella coscienza e quello spirito pubblico! Anche per questo oggi, nel bel mezzo di una crisi epocale della globalizzazione occidentale, dobbiamo ritornare a “fare gli Italiani” riprendendo l’ispirazione di Piero Gobetti, rivoluzionario-liberale e repubblicano.







