Continua a tenere banco il caso di Cesena, prontamente strumentalizzato, come da copione, come il perfetto casus belli del “buonismo anti-italiano della sinistra” contro il “realismo patriottico della destra”. Una narrazione tossica che serve solo a polarizzare il dibattito, quando bisognerebbe semplicemente avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e, soprattutto, di difendere la storia dalle sue grossolane strumentalizzazioni.
Il recente episodio, dove dalle finestre del liceo “Vincenzo Monti” è scomparso lo striscione “l’Italia agli italiani”, si è rivelato esattamente per quello che è: un finto caso patriottico. Una messinscena mediatica amplificata per soffiare sul fuoco del risentimento sociale, agitando lo spauracchio della minaccia all’identità nazionale e dimenticando che le nostre comunità sono radicate, da sempre, nella civiltà del lavoro e della solidarietà.
C’è qualcosa di profondamente grottesco in questa vicenda. Fa quasi sorridere il tentativo di arrampicarsi sugli specchi da parte di questi giovani che, pur di non ammettere la realtà del loro gesto, si sono trincerati dietro l’improbabile paravento di una citazione carducciana per buttare la palla in corner. Li avrei stimati di più, o almeno ne avrei apprezzato il coraggio, se si fossero assunti la responsabilità di ciò che pensano e sbandierano. Anche perché, per capire la vera matrice del loro atto, non serve un processo alle intenzioni: basta farsi un giro sui loro profili social. Altro che “amor di Patria” o slanci poetici!
Ciò che invece inquieta, ben più dell’espediente banale dei ragazzi che ormai non incanta nessuno, è l’ingegnosa difesa d’ufficio schierata in blocco dalla destra neonazionalista. Hanno preferito accorrere in soccorso della tesi del “diritto al patriottismo”, spacciandocela per buona con la stessa spudoratezza con cui un tempo ci spacciarono la “nipote di Mubarak”. Una posizione speculativa che si commenta da sola.
Dietro questa spallata, ovviamente, non c’è l’amore per i ragazzi di Cesena o per i valori del Risorgimento, ma si nasconde un bersaglio politico ben preciso, che è la scuola stessa. L’obiettivo è colpire l’istituzione scolastica, dipinta strumentalmente come una presunta fucina di inclusione buonista, “cultura woke” e propaganda LGBTQ+, per alimentare una crociata ideologica permanente. Si cerca così di carpire il consenso dei cittadini, facendo cinicamente leva sul tasto più facile e immediato: quel sentimento nazionale superficiale ed escludente, buono solo a raccogliere voti sulla pelle dell’istruzione.
Ma il problema vero, siamo onesti, non sono nemmeno questi leoncini da social, il cui curriculum scolastico, a quanto si dice, almeno per ciò che concerne la condotta, parrebbe non fosse proprio quello di un Garrone da libro Cuore e parlava già chiaro. Il vero problema è la cagnara di quanti oggi gridano allo scandalo per la “mancanza di amor di Patria”, sferrando attacchi scomposti contro la scuola e appellandosi a valori mazziniani e risorgimentali che non c’entrano nulla con questa crociata di retroguardia, così come non c’entrano nulla con la cultura di democrazia liberale della nostra Repubblica.
Lasciamo stare Giuseppe Mazzini e il Risorgimento, e non paragoniamoli a queste bassezze. Nel XIX secolo, dire “Italia agli italiani” era un supremo atto d’amore e un grido di libertà di un popolo oppresso: significava volere un’Italia che ancora non c’era, divisa e sottomessa agli Austriaci al nord, dallo Stato Pontificio al centro e dai Borbone al sud. Ieri era un ideale di liberazione; oggi, quel medesimo slogan viene ridotto a un feticcio identitario che nasconde sentimenti xenofobi e di intolleranza politica.
A noi repubblicani e mazziniani nessuno può dare lezioni su cosa siano la Patria e la bandiera. Per la nostra cultura ultrasecolare che affonda le radici direttamente nelle lotte del Risorgimento, la Patria è un orizzonte ideale indissolubilmente legato all’Umanità, aperto al mondo e non un confine blindato. Per Mazzini l’amore per la propria nazione non era mai separato dal rispetto e dalla fratellanza verso le altre, e il Tricolore era un simbolo sacro di unione, non una clava ideologica per escludere in base alla nascita.
La storia, d’altronde, ci offre già una grande lezione: persino Giovanni Gentile (che era Gentile e non un qualunque Valditara) tentò a suo tempo di appropriarsi dell’identità mazziniana e risorgimentale per darla in pasto al Fascismo, un tentativo intellettuale ambizioso ma già ampiamente smascherato e respinto dalla critica storica. Il paradosso odierno è sconfortante: dove fallì la sofisticata filosofia di Gentile, rischia oggi di riuscire l’ignoranza sovrana dei social, capace di sdoganare le tesi più retrive sotto il finto paravento dell’amor patrio, accompagnato dall’accusa automatica di “anti-italianità” scagliata contro chiunque non si allinei a questa narrazione.
Ed è per questo che serve una scuola che istruisca alla conoscenza ed educhi alla cittadinanza, concetti fondamentali che non c’entrano nulla con la trita contrapposizione tra destra e sinistra.
Dobbiamo respingere la logica di chi accusa la scuola di avere una “cultura monopolizzata”, un’accusa che la destra lancia per farne una colpa del fatto che lì dentro si preferisca studiare e comprendere le ragioni profonde dei fenomeni, piuttosto che limitarsi a denunciarne gli effetti a scopi elettorali. Per vendere la paura a buon mercato anziché spiegare la complessità del mondo, ci pensa già fin troppo la politica attuale: almeno non lo faccia la scuola, e non si fornisca alcuna copertura a chi vorrebbe ridurla a questo livello.
La scuola, e in special modo un liceo classico, ha il dovere sacro di aprire le menti al libero pensiero, non di fare da cassa di risonanza a banali pensieri in libertà. Il suo compito è formare a 360 gradi, dando spazio alla profondità e al rigore metodologico, capaci anche di esprimere intellettuali di una destra colta, rigorosa e identitaria. Se vogliamo elevare il confronto e formare cittadini consapevoli, servono lo spessore e lo studio, perché a destra crescano intellettuali con la statura culturale di un Marcello Veneziani o di un Giordano Bruno Guerri, non con la satira qualunquista di un Natalino Balasso o le macchiettistiche smargiassate alla Bracardi/Catenacci.
Il Liceo Monti, luogo deputato alla formazione dei cittadini attraverso la cultura classica, è stato invece trasformato nel teatro di un tentativo di inquinare i luoghi della conoscenza con i cascami di un nazionalismo d’accatto. Sotto la sbandierata difesa dell’italianità si nasconde il razzismo più becero.
La scuola non si tocca perché, per sua natura e missione, deve continuare a essere educatrice e mai istigatrice; deve formare i cittadini di domani ai valori della Costituzione e della convivenza, non diventare il terreno di scontro per difendere l’indifendibile. Deve essere sempre palestra di pedagogia civica e mai il campo di battaglia di una permanente guerra di religione.
Di fronte a ragazzi che con la condotta avevano già un pessimo rapporto, l’istituzione scolastica ha fatto semplicemente ciò che doveva, agendo con responsabilità educativa e non con metro politico.
E per questo, da repubblicani cresciuti alla scuola del “dovere” di Giuseppe Mazzini, non abbiamo timore di dire: giù le mani dalla scuola, e soprattutto, giù le mani dalla nostra storia.
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