Eugen Fink (1905-1975), allievo Edmund Husserl, è stato uno dei massimi esponenti del movimento fenomenologico. Nel 1969, egli dà alle stampe un testo che, mentre, in apparenza, sembra essere solo una divagazione brillante rispetto alla sua produzione scientifica più accreditata, in realtà, a uno sguardo più approfondito, è ben più di tutto questo. Il testo in questione è dedicato al fenomeno della moda (Moda. Un gioco seduttivo, a cura di G. Matteucci, Einaudi, Torino 2024, pp. 128): un fenomeno che Fink non è l’unico ad aver incrociato, tra i grandi del Novecento. Solo per ricordare gli altri nomi, essi sono costituiti da Georg Simmel, Walter Benjamin e Roland Barthes.
Fink muove dall’affermazione secondo cui, poiché l’abbigliamento «è un segno distintivo della cultura umana», anzi, di più, è un vero e proprio «fenomeno-chiave» della nostra esistenza, esso è senz’altro meritevole di un approfondimento critico in chiave fenomenologica, estetica e antropologica. In merito a quest’ultimo punto, in particolare, egli riprende quella concezione dell’uomo, molto diffusa nel Novecento, che lo vede come un animale indigente che «si rimodella in continuazione», ossia come «un essere strano, non finito, un torso della natura, incompleto e pertanto in continua tensione, nel tentativo di trovare una forma e una figura». L’uomo sarebbe così l’unico essere a cui «è stato “assegnato” il compito di autofoggiarsi»: l’unico che è, al tempo stesso, tanto un qualcosa di prodotto quanto un creatore. E un creatore tale che, non accontentandosi di rimanere inchiodato a come lo ha fatto la natura, si veste non soltanto per proteggersi e coprirsi, ma anche, e soprattutto, per «dare risalto alla propria individualità», ossia per fornire un’autorappresentazione espressiva di se stesso.
Ora, è proprio nel gesto con cui ci “vestiamo” del profilo di una forma, visto come un’attività autonoma e istitutrice di senso che eccede il piano della mera funzionalità biologica, che noi ci configuriamo, soprattutto, come esseri incarnati in un corpo, la cui presenza, piuttosto che «disturba[re] il libero volo dell’intelletto», ci consente, anzi, di essere-aperti originariamente al mondo. In tal senso, è «il corpo vivente […] la realtà concreta dell’essere umano»: quel “luogo” che, al di qua della partizione dicotomica fra soggetto e oggetto, fa da scenario al susseguirsi mutevole di fenomeni ambigui in cui forme immutabili e processi contingenti si danno come mai separabili l’uno dall’altro, ma sempre come inestricabilmente congiunti.
E veniamo alla definizione che Fink ci dà della moda: essa è un fenomeno, riguardante soprattutto l’abbigliamento, «caratterizzato dal rapido mutamento in brevi periodi di tempo», ossia soggetto a «cambiamenti repentini» e a «capricciose fantasie». Ed è proprio qui che la moda si tira dietro una delle critiche indirizzate a essa più ricorrenti, perché, in quanto effimera, non sembra affatto passibile di un giudizio di valore, dal momento che si pensa che quest’ultimo debba spettare solo a ciò che presenta un tratto di stabilità e di permanenza. Molto pertinente cade, a questo proposito, la seguente citazione da Voltaire: «Per comprendere la moda, per apprezzarne adeguatamente la produzione, si deve tener presente che: non c’è nulla di più necessario del superfluo».
Il ruolo di un disegnatore di moda deve essere perciò quello di captare il gusto del pubblico nella sua imprevedibilità e mutevolezza, esercitando una funzione di guida non dall’alto, ma che opera come una forma di «seduzione» che «non avanza “richieste”, ma inviti». Essa viene intesa da Fink come quella capacità, esercitata su di noi, che punta a «sedurci alla vita», a «farci dire sì a un’esistenza al tempo stesso terribile e bella – la seduzione in quanto ispirazione, incoraggiamento, suggestione e incanto. La bellezza è il più grande potere seduttivo su questa terra».
Siamo ricondotti così a una nozione-chiave per comprendere il fenomeno della moda, nozione che compare, non a caso, già nel sottotitolo del testo che stiamo esaminando: quella di gioco, che è una nozione a cui Fink ha dedicato una buona parte della sua riflessione. Ebbene, il gioco è, per lui, il tratto fondamentale della socievolezza: uno spazio che, con la nascita del tempo libero, nell’epoca moderna, «è stato “risparmiato” dalla serietà della vita e dalla gravità dell’esistenza». Sua caratteristica è quella di replicare e di rispecchiare, nella propria sfera, «tutte le imprese serie al modo del come se». Esso, infatti, «parafrasa ironicamente quel che è serio, mette in scena onori, titoli, questioni importanti, affari e conflitti, fa comparire magicamente un mondo di apparenza e nondimeno non vi soccombe. Gli esseri umani trascorrono il proprio tempo libero in un grande gioco di società che abbraccia una miriade di giochi particolari». E la moda si inscrive proprio in questo spazio comunicativo e di socievolezza aperto dal gioco, visto che i suoi incantesimi, esercitando un’attrazione irresistibile su di noi, si palesano per un istante e poi, altrettanto istantaneamente, scompaiono, alimentando così continuamente il nostro desiderio, in particolare in quei casi in cui l’abbigliamento lascia intravedere parti del corpo e, al tempo stesso, le nasconde.
Élisabeth Vigée Le Brun | Maria Antonietta in gran abito di corte | CC0







