Nel pieno corso dei colloqui di pace a Miami, fra americani e separatamente russi ed ucraini, l’agenzia Reuters ha citato sei fonti vicine all’intelligence Usa secondo le quali il quadro sarebbe piuttosto diverso da quello che il presidente Donald Trump e i suoi negoziatori avrebbero tracciato sinora. L’intelligence statunitense non ritiene affatto che Putin intenda porre fine al conflitto, e le recenti smentite del leader russo in merito alle accuse di rappresentare una minaccia per l’Europa, vengono sonoramente contraddette. Le fonti dell’intelligence sostengono che Putin ambisce a conquistare tutta l’Ucraina e punta proprio ai territori degli ex stati del blocco sovietico nel loro complesso, inclusi, ovviamente, quelli membri della NATO.
La Reuters cita Mike Quigley, membro democratico della Commissione Intelligence della Camera, che avvalorerebbe i timori dei paesi europei convinti di dover subire un prossimo attacco. In verità vi sono diversi esponenti repubblicani in Senato, che senza necessariamente avere rapporti ufficiali con l’intelligence, pensano lo stesso. Nessuno può poi sapere cosa esattamente pensi Trump, in quanto ci si attiene alle sue dichiarazioni pubbliche, che in quanto tali, potrebbero essere meramente strumentali. Si è data, per la prima volta a memoria, una formidabile rilevanza ad un documento sulla sicurezza stilato dalla burocrazia della Casa Bianca. Eppure il problema della sicurezza nazionale non è esclusivo appannaggio della Casa Bianca. La particolarità del governo statunitense è che alla sicurezza concorrono diversi istituti, con valutazioni differenti e che non necessariamente vengono esplicitate. La stessa Commissione intelligence della Camera, è cosa diversa dai servizi di intelligence in quanto tali che godono di ampi margini di indipendenza. In generale, Commissione e governo federale, concorrono a ricomporre un quadro omogeneo dei vari soggetti competenti. Abbiamo casi eclatanti in cui l’omogeneità è stata mancata. Kennedy alla Baia dei porci. Nixon con il Watergate. Reagan con Noriega. E fra questi passano decine di implicazioni di eccezionale rilevanza, su tutte l’affare Iraq. C’erano rapporti dell’intelligence che sostenevano che le armi di distruzioni di massa ci fossero eccome, non convenzionali magari, e che Saddam e Bin Laden fossero in relazione.
Bisogna anche tenere presente che il lavoro dell’intelligence presume l’elaborazione di scenari ipotetici. Ovvero, non necessariamente descrive una realtà certa, quanto si preoccupa di definire un’evoluzione plausibile. La sicurezza americana contempla le prospettive più remote, tipo l’invasione aliena. Per immaginare però che Putin voglia riprendersi tutta la zona di influenza sovietica, non c’era bisogno dei dossier dell’intelligence. Bastava leggere un episodio del fumetto The Simpson del 2004. Il problema, piuttosto, è capire se un paese che non sa difendere un alleato strategico come l’Iran, è costretto a sgomberare dalla Siria dopo sessant’anni e rivendica con orgoglio la conquista di seimila chilometri quadrati ottenuti contro una Regione famosa militarmente per i suoi reparti di lanceri a cavallo, sia in grado di attaccare la Nato. Di sicuro, se si continua a dire che la Russia è invincibile, che è nostra amica, e comunque l’Europa non vale niente, alla fine ci sono buone possibilità che alla Cia azzecchino le previsioni. Se poi Putin avrà successo è un altro paio di maniche. Ancora non sappiamo se ha preso Provovsk. Prima di attaccare Vilnius sarebbe opportuno una qualche dimostrazione di forza. Almeno quella.
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