Il panorama politico italiano si trova oggi a fare i conti con quello che, in molti, liquidano sbrigativamente come il “fenomeno” Vannacci; un fenomeno che, se da un lato appare indubbiamente pericoloso per la tenuta dei valori costituzionali e civili della nostra Repubblica, dall’altro non può essere semplicemente esorcizzato con la condanna morale o con il disprezzo intellettuale. Al contrario, vi è la necessità impellente di analizzarlo e comprenderlo nelle cause profonde che lo hanno generato, poiché le urne e le piazze non fanno altro che restituire il riflesso di un malessere reale, abilmente cavalcato da una parte ma drammaticamente irrisolto dall’altra. Per chi si richiama alla tradizione del repubblicanesimo storico, le scorciatoie radicali sono sempre il sintomo di una crisi più vasta dell’autorità dello Stato e, soprattutto, della dignità della politica.
Le fondamenta di questo fenomeno poggiano su idee prepolitiche nate dal successo di un libro che definire illeggibile è un puro esercizio di generosità, dal momento che si tratta di un testo carente non solo sul piano della visione politica e del rispetto istituzionale, ma persino su quello della sintassi e della tenuta grammaticale. Eppure, proprio da quelle pagine confuse è scaturito un attacco frontale ai principi cardine della nostra convivenza e, proprio come accaduto storicamente per tutti i dittatori o gli agitatori di popolo, quel testo nella sua rozzezza è spaventosamente chiaro su ciò che pensa e su cosa intende fare.
Abbiamo da poco superato le celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della fondazione della Repubblica, un traguardo storico che ci ricorda come il vero “futuro nazionale” non vada cercato nei deliri di purezza o nelle esclusioni anacronistiche, ma come il nostro domani sia già scritto nel nostro ieri più nobile: in quel passato di valori universali, di libertà e di fratellanza europea che i padri costituenti e la tradizione repubblicana ci hanno lasciato in dote. È lì che risiede la vera identità della Nazione, e non nelle nostalgie di retroguardia che portano con sé un’ombra antica che si allunga sul presente e che non si può né si deve tacere: il pericolo fascista che questo fenomeno porta inevitabilmente con sé.
Tuttavia, per decifrarlo correttamente, occorre abbandonare le lenti del passato perché il vero pericolo non risiede tanto (e solo!) nel nostalgismo di un gruppo di reduci in orbita attorno al generale, quanto nella breccia profonda che questa retorica può aprire nel corpo sociale del Paese. È il rischio di un contagio culturale che fa leva su cittadini sempre più esasperati dal quotidiano e, al contempo, lasciati in balìa della disarmante superficialità delle facili narrazioni social, dove bufale e mistificazioni corrono ad arte per avvelenare i pozzi del dibattito civile. E in questo senso, Vannacci è il terminale di una regressione collettiva che scambia il risentimento per pensiero politico e, dunque, non la causa di una degenerazione ma l’effetto, forse il più evidente e inquietante.
Una delle cause primarie di questa deriva risiede, senza dubbio, nella colpa grave di una destra sovranista, in particolare della Lega di Salvini e di Fratelli d’Italia, che per anni ha degradato il dibattito pubblico sui temi della sicurezza e dell’immigrazione a mero strumento di propaganda elettorale. Per lungo tempo, queste forze politiche hanno alimentato una narrazione incendiaria, fatta di promesse mirabolanti e soluzioni immediate, ideologiche quanto irrealizzabili. Oggi che quella stessa destra siede nelle stanze del potere, la realtà si sta incaricando di presentare il conto, soprattutto con l’incapacità di tradurre gli slogan in azione di Stato coerente. Ciò ha svelato il bluff di un esecutivo che continua a non fare nulla di quanto promesso in campagna elettorale, né di quanto sarebbe urgente e necessario per il Paese reale e per la quotidianità dei cittadini. Eppure, questa destra continua inspiegabilmente a beneficiare di un consenso d’inerzia. Non sappiamo se la parabola di Vannacci sia destinata a sciogliersi come neve al sole, ma è certo che il suo impatto determinerà un profondo riassetto geopolitico all’interno della maggioranza, esasperandone le pulsioni più radicali come reazione al fallimento dell’azione governativa.
Tuttavia, se la destra governa sulle macerie delle proprie promesse, sarebbe un errore politico imperdonabile attribuire la responsabilità di questa situazione soltanto a un campo dello schieramento. Se la maggioranza capitalizza la propria inconcludenza, è soprattutto perché beneficia della drammatica assenza di un progetto alternativo di governo da parte della sinistra. Un vuoto politico e ideale che non potrà certo essere colmato o rappresentato dal vincitore di un logorante scontro di potere e di leadership tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Per troppo tempo, gran parte del mondo progressista ha commesso l’errore intellettuale di considerare la domanda di sicurezza e la gestione dell’immigrazione come riflessi reazionari, quasi tabù da evitare o sentimenti puramente “percepiti”. Si è confusa la doverosa solidarietà con la rinuncia a governare i fenomeni complessi e, come sempre accade, quando la sinistra abdica al dovere di garantire la legalità nei quartieri e nelle periferie, finisce col privare i cittadini più deboli della prima e più importante forma di protezione statale, regalando di fatto il monopolio del malcontento alle derive più becere.
Di fronte a questa tenaglia, stringente tra l’inefficacia demagogica della destra e la miopia culturale della sinistra, la lezione del repubblicanesimo storico ci indica una strada diametralmente opposta, fondata sull’idea cardine della legalità repubblicana. Per noi repubblicani, la legalità non è un’astrazione burocratica o una clava repressiva, ma il pilastro stesso della convivenza civile che coincide con il rispetto sacro della legge e, al contempo, con il rispetto della politica intesa come alta mediazione sociale, antitesi esatta della demagogia algoritmica dei social network.
Sicurezza e immigrazione non si governano con slogan urlati né con l’indifferenza morale, ma riportando la politica al suo dovere più alto: affermare che ogni diritto è legato a un dovere. Pertanto, se la sicurezza è un diritto imprescrittibile del cittadino, lo Stato ha il dovere politico di garantirla per preservare il patto sociale. Anche per questo la gestione dei flussi migratori deve uscire dall’arena della propaganda per rientrare nell’alveo della legalità nazionale ed europea, dove l’accoglienza dello straniero è credibile solo se subordinata al rispetto tassativo delle leggi, dei valori costituzionali e della comunità che lo riceve.
È d’altronde lo stesso Giuseppe Mazzini a ricordarci, nelle pagine immortali dei suoi “Doveri dell’Uomo”, quale sia la vera natura dell’autorità legittima e della legge all’interno di una Repubblica: “La Legge deve esprimere l’intento sociale… Non vi è autorità legittima se non quella che rappresenta la Legge intesa come applicazione del Bene Comune, e guai a quei cittadini che, per paura o per inerzia, ne dimenticano il rispetto o ne abbandonano il controllo.”
Proprio da questo monito mazziniano sul rifiuto dell’inerzia discende la riflessione più utile che il PRI deve porre al centro del proprio dibattito interno e del prossimo Congresso. In un’epoca segnata dallo sradicamento culturale e dalla liquidità dei partiti personali, il compito dell’Edera non può essere inteso come un dogma identitario o come la sterile difesa di un blasone storico ma, al contrario, deve essere l’assunzione di una precisa responsabilità verso il Paese reale.
In quest’ottica il PRI ha oggi il dovere politico e morale di offrire una sponda razionale e laica a quella maggioranza silenziosa di cittadini che rifiuta i fallimenti della destra e non si riconosce nei dualismi paralizzanti della sinistra.
E allora lavoriamo insieme al segretario De Rinaldis Saponaro affinché il nostro Congresso non sia una liturgia di retroguardia, ma l’officina in cui si ricostruisce una vera cultura delle istituzioni e dell’educazione al dovere, attualizzando i valori della nostra storia per spiegare il presente e soprattutto, governarlo nel senso del bene comune. Dimostrare che la democrazia repubblicana non è sinonimo di debolezza né visione di retroguardia ma, al contrario, l’unico strumento capace di governare la complessità e dare risposte certe alle paure, senza mai cedere a nostalgie autoritarie, è la sfida che attende i repubblicani. Per ridare, finalmente, piena dignità allo Stato, alla politica e al PRI
pubblico dominio







