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La giustizia democratica

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
16 Gennaio 2026
in L'editoriale
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A poche settimane dal 9 febbraio, anniversario della Repubblica Romana, si può rivederne il testo costituzionale. Articolo 50, i giudici “sono nominati dai Consoli ed in Consiglio dei ministri”. Al che si potrebbe pensare che avesse ragione Tocqueville il quale accusava la Repubblica Romana di giacobinismo. Non fosse che la riflessione di Tocqueville è velata dal rancore aristocratico. I giacobini sapevano che per sottoporre la giustizia al potere politico, occorre sostituire i consoli ai giudici, non basta nemmeno istituire il tribunale rivoluzionario. Per condannare Luigi sedici la Convenzione nazionale si elegge supremo tribunale di Stato e quando la Gironda manda a processo Marat per imprigionarlo, quello venne assolto. Poi fu Danton chiamato a processo e nonostante che i giudici fossero anche nominati dal comitato di salute pubblica, per ghigliottinare i dantonisti, la Convenzione dovette fare interrompere il dibattimento. Se nemmeno il tribunale rivoluzionario risponde alla volontà politica del governo, figurarsi un tribunale ordinario. Più di mezzo secolo dopo i repubblicani romani conoscevano bene la lezione dei repubblicani francesi. I giudici sono nominati dal governo, e sono “inamovibili”, quando il governo si rinnova ogni tre anni, articolo 34. Tanto basta per assicurare che ogni potere derivi dal popolo e che la magistratura rimanga indipendente.

La Costituzione della Repubblica italiana del 1948, va molto oltre, in quanto scrive, articolo 104, che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Ne consegue che qualunque riforma lesiva di questo principio sia incostituzionale. Perché mai fare un referendum? Avesse ragione l’Associazione nazionale magistrati, che imbratta i muri delle città con un manifesto dove si invita a votare no per impedire che i giudici siano soggetti alla politica, basterebbe fare istanza alla Corte costituzionale e bloccare la riforma. Invece la Anm ha scelto la strada della propaganda. Uno può essere contrario alla separazione delle carriere per i motivi che preferisce, tranne il timore che i magistrati finiscano sottomessi al governo. Si sottovaluta l’autonomia dei giudici, persino di quelli del tribunale rivoluzionario in Francia. Più recentemente, Mussolini, per riuscire a controllarli, ebbe bisogno del tribunale speciale, non della separazione delle carriere.

La verità è che l’Anm teme di perdere il suo consolidato sistema correntizio e quindi di inoltrarsi su un terreno giudiziario completamente ignoto e questo si potrebbe anche comprendere. Molti magistrati perderanno i loro punti di riferimento consueti, dispiace. Vorrà dire che presteranno più attenzione agli atti. Non si capisce invece il no dell’opposizione che avrebbe dovuto, visto i suoi trascorsi, persino Travaglio era favorevole alla separazione della carriere, sostenere la riforma rapidamente evitando un’altra ordalia elettorale. Una volta era la destra ad essere contraria, bisognerebbe semmai essere soddisfatti del successo ottenuto. Pd e Forza Italia erano già d’accordo, la destra finalmente si è spostata. Un passo avanti.

licenza pixabay.

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Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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