Il più grande interprete della Rivoluzione francese fu il tedesco Karl Marx, che nelle pochissime righe che le dedica fissa un concetto grazie al quale si possono mandare al macero tutti i volumi degli studiosi marxisti che gli sono succeduti. La Rivoluzione fu interamente ed esclusivamente un fenomeno borghese. Il popolo un fantasma da evocare a comando e poi manipolare. Non a caso un marxista che Marx lo aveva letto davvero, François Furet, si liberò di tutti gli ideologismi e per studiare la Rivoluzione si rivolse ai principali storici controrivoluzionari, Tocqueville e Cochin. per i quali il popolo è dall’altra parte della barricata, con i preti ed il re. La Vandea è popolare, non la presa della Bastiglia. L’unico popolo rivoluzionario sarà quello in armi che pratica di fatto l’eguaglianza e la fratellanza, la libertà come promessa, il merito come professione e che si costituisce all’indomani del 14 luglio 1789, per l’esattezza, tre anni più tardi.
Per far parte del famigerato club giacobino, bisogna avere un reddito a tre zeri, l’iscrizione possono pagarla solo notai ed avvocati, al limite i birrai come Santerre che è milionario. Per essere eletti alle cariche di rappresentanza vale lo stesso principio. Non solo un nullatenente non ha diritti politici, ma nemmeno un servitore. Ed i servitori in Francia su 20 milioni di persone, sono 800 mila cittadini contati, sellai, parrucchieri, pasticceri, scrivani, istitutori, maestri d’armi, fabbri, cocchieri, tutti impiegati presso le grandi famiglie di Francia emigrate altrove o arrestate. Il 5 agosto, quando sarà abolita la servitù, tutti costoro sono disoccupati, escluso il domestico del conte di Mirabeau che dovrà comunque continuare a chiamarlo signor Conte, pena di finire all’agghiaccio.
Ma le donne, i bambini, gli affamati? Una grandiosa e geniale messinscena. Le donne sono spesso uomini travestiti, i bambini orfani reclutati, gli affamati, tantissimi, si aggregano volentieri ad ogni sommossa. Le sommosse sono reali ed iniziano prima della rivoluzione e l’anticipano. Tutte preparate nei dettagli razionalmente a tavolino.
Gli storici più acuti si sono chiesti perché la Rivoluzione arriva in Francia, il paese più ricco al mondo, che ha anche appena vinto la guerra con l’Inghilterra? Proprio perché ricco e vincente, la borghesia si è talmente diffusa, fa tutto, come scrive Siéyès nel suo il Terzo Stato e non può niente. Parigi è una città morta, la corte sta a Versailles e quando il re di Prussia si reca in visita a Luigi sedici, resta esterrefatto dalle incredibili perdite di tempo in salamelecchi. Ma chi gestisce lo Stato, chiede Federico al suo ambasciatore in Francia. Domanda senza risposta, o per lo meno il banchiere Necker gestisce lo Stato, quando non viene licenziato. L’aristocrazia balla e va a caccia. C’è anche una aristocrazia militare, certo. Se si indebita al gioco, trattiene le paghe dei soldati di truppa, come avviene nel reggimento del cugino del marchese di Lafayette, per non parlare delle forniture. Quasi impossibile trovare un ussaro con un paio di calzini sotto gli stivali.
Tutto questo basta a generare malcontento ma non tale che la corona non ritenga di poter dominare, la convocazione degli Stati generali, lo dimostra. Quelli si mettono in rivolta? Il re chiama gli svizzeri. Parigi si desta, insorge, forma la guardia nazionale. E da dove nasce tutto questa mobilitazione, chi la comanda, chi la organizza, chi tira le file della macchina rivoluzionaria? Il duca d’Orleans. Chi è il vero principale motore della rivoluzione? II cugino del re che lo vuole sostituire. Il duca d’Orleans è in anticipo sui tempi, è lui che ha diffuso le stampe sullo scandalo della collana per far detestare la regina, è lui a fomentare gli scontenti per le vie di Parigi ed è lui a contattare i più importanti esponenti della assemblea costituente. Il duca ha a libro paga Mirabeau, Danton, Desmoulins. Il duca finanzia L‘amico del popolo di Marat e dispone di un’intelligenza formidabile al suo fianco, quella di Laclos, l’autore delle Relazioni pericolose, un esperto di balistica che sa dove colpire, il vero architetto della marcia su Versailles, un genio dei lumi che non crede in niente che non produca pubblico disprezzo. La presa della Bastiglia? Nasce dal Palais Royal, il quartiere generale del Duca, Desmoulins, agita la folla radunata ai caffè, gli scioperati e le prostitute, Laclos mobilita i club, rifornisce le armi, paga i mendicanti, incoraggia i bambini. Tutti poveracci che non hanno niente da perdere dal momento che la loro vita non vale niente.
Senza la rivalità fra la famiglia d’Orleans e i Borbone, non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione in Francia. Cochin accusa l’illuminismo che pure può al limite spigare il processo di scristianizzazione. Voltaire odia i preti, non i re. Taine, invece si scaglia contro Rousseau. Tutta colpa di Jean Jacques che ha messo in testa al popolo di fare del governo il suo schiavo. A parte che il movimento popolare è una finzione e che di Rousseau i francesi hanno letto la Nouvelle Heloise, non il Contratto sociale, nemmeno Taine ha letto a fondo Rousseau. Rousseau ritiene che la Francia debba restare monarchica, per non dire che essendo anche un istitutore presso una famiglia aristocratica, senza beni di proprietà, avrebbe progettato una rivoluzione che lo avrebbe lasciato recluso ad Ermenonville e guardato pure con sospetto. Di recente abbiamo avuto una celebrità come Jonathan Israel riprendere il pensiero di Taine. Robespierre era rousseauiano, tutta colpa di Robespierre. Solo che per Israel, Robespierre è un controrivoluzionario e più rousseauiana di Robespierre era madame Roland, la musa della Gironda, il nemico di Robespierre. Andateci a capire qualcosa.
Ci vuole una grande pazienza per calarsi a distanza di più di due secoli nei meandri della Rivoluzione, e accorgersi che nonostante tanti sforzi, questi restano quanto mai oscuri nei loro sviluppi, per non parlare appunto delle origini. D’altra parte, la rivoluzione ha incontrato più nemici che amici ed è stata difficile da decifrare fin dal primo momento. Morris, inviato di George Washington a Parigi come osservatore, scriveva in patria che questi francesi gli parevano matti. Non riusciva a capire perché ce l’avessero con gli aristocratici. E pensare che Washington aveva massacrato gli irochesi, che pure possedevano meno terra di quelli e la coltivavano pure. Combattevano per gli inglesi gli irochesi, come i realisti a Tolone.
Demaine de Vizille, Museè de la Révolution Française







