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La rivoluzione è iniziata

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
8 Febbraio 2024
in Cultura
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Una certa qualche diffidenza in Europa nei confronti delle vie rivoluzionarie si ebbe già davanti alla testa di Carlo primo. Anche se tagliata a norma di legge da una decisione del libero parlamento, ci si chiese se fosse poi così necessaria. Quella invece del marchese di Lunay. issata su una picca e portata in giro per le vie di Parigi, suscitò solo orrore. Il povero marchese aveva avuto il torto di essere governatore della Bastiglia che poi rinchiudeva in tutto 11 prigionieri, per lo più giocatori d’azzardo. Dal momento di quel barbaro spettacolo nacque la preoccupazione di terminare la rivoluzione da parte di coloro stessi che l’avevano iniziata. Un punto di vista curioso per il quale, Marat, Danton, Robespierre, sono dei controrivoluzionari. Un celebre storico contemporaneo Jonathan Israel lo scrive. “Robespierre? Il capo della controrivoluzione”, mica Henri de La Rochejaquelein. Già la Festa della Federazione, 14 luglio 1790, sembrava davvero averla conclusa. L’ interminabile discorso di Lafayette tenuto alla folla speranzosa, sotto gli occhi annoiati del re, l’avrebbe seppellita di sicuro. Tempo quattro anni e sarà Barras convinto di averla conclusa a Termidoro. Mentre nel 1801, Bonaparte incoronandosi da se stesso, la ritiene finalmente tale. E nel 1815? Adesso che ci si era liberati anche di Bonaparte, si poteva stare tranquilli. Questa volta, per davvero, la rovinosa epopea rivoluzionaria era conclusa per sempre. Come dubitarne.

Nel 1831 c’era solo il Mazzini a pensarla diversa. “La Rivoluzione comincerà quando l’insurrezione avrà vinto”, paragrafo quarto della sua Istruzione generale per gli affratellati della Giovine Italia. Mentre, di tutta una classe dirigente europea il più preoccupato dei destini rivoluzionari era il nuovo pontefice di Roma eletto nel 1846. Pio nono si rendeva perfettamente conto di come il suo regno fosse sottoposto alla pressione dell’idea nazionale. Questo significava guerra all’Austria cosa che il pontefice proprio non voleva fare, l’austriaco era un cristiano cattolicissimo. Tantomeno la guerra la voleva autorizzare. E pure, Pio nono, se non buono, era uomo intelligente. Il papa di sicuro si rendeva conto che qualche semplice riforma non avrebbe risolto un bel nulla. I suoi sudditi li vedeva ogni giorno sempre più irrequieti, turbolenti, sfacciati, insolenti. Mortali.

Finché la rivoluzione si diffuse a Palermo, a Napoli a Milano, si poteva ancora dire, vabbé l’Italia l’ha scampata. Una volta arrivata a Roma l’eco sarebbe divenuto enorme. Il pontefice sapeva che Roma era il centro vero dell’Europa e proprio per la Chiesa che l’abitava Dio se era in ogni dove, sicuramente era a Roma. Per cui una volta. assalito il Quirinale il papa voleva solo scappare e Gaeta, doveva essere la prima tappa. Mastai Ferretti voleva proprio andare raggiungere le Baleari, fuggire dall’Italia, riparare in Spagna. I rivoluzionari romani invece chiamarono subito fra loro Mazzini, nessuno poteva meglio incarnare quanto loro avevano messo in atto. Mazzini a Roma era il guanto di sfida lanciato all’Austria, una provocazione per il Piemonte, un affronto sprezzante alla Russia che aveva appena represso nel sangue i liberali ungheresi.

Ci sarà qualcosa di tragico e di amaro nella rivoluzione che divora se stessa, dei francesi che piegano i romani, dei fratelli tramutati in carnefici. I corpi ammassati al Gianicolo in divise tanto simili non consentiranno di distinguer i cadaveri. Quello di Masini non si troverà mai. Il buon papa sarebbe tornato. Quasi non ci si crede. Persino Napoleone Terzo rimase stupefatto quando gli chiesero nuovi soldati per difendere il risorto Stato pontificio. “Ma davvero quel baraccone è ancora in piedi?”. Era il 1860 e nemmeno lui ci credeva.

Museo della Repubblica romana e della memoria Garibaldina, porta San Pancrazio, Roma

Tags: Luigi NapoleonePio nono
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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