Nel giro di poco più di vent’anni, il sociologo e antropologo francese David Le Breton ha dedicato tre libri all’esperienza del camminare, per cui, dopo Il mondo a piedi. Elogio della marcia (2000) e Camminare. Elogio dei sentieri e della lentezza (2012), ecco La vita a piedi. Una pratica della felicità, tr. it. di P. Merlin Baretter, Cortina, Milano 2022, pp. 218. Va detto che, in questo lasso di tempo, come presso il nostro autore il gusto di camminare «non ha mai smesso di rinnovarsi», così il camminare stesso ha conosciuto un “successo planetario”, tale che si è configurato come una passione che ha incarnato in sé significati molteplici: il desiderio di spezzare il ritmo di una vita quotidiana dedita solo alla routine, arricchendola di nuove scoperte, di avventure e di incontri, di riguadagnare un rapporto con l’ambiente nel segno dell’attività fisica e del corpo, di opporre una forma di resistenza alla tendenza sempre più diffusa nel mondo contemporaneo, caratterizzato dalla redditività e dall’iperconnessione, di delegare ad altro la propria sovranità su se stessi. «Celebrazione del corpo, dei sensi, dell’affettività, della messa in movimento dell’intera persona, della presenza attiva nel mondo, il camminare rimette in contatto con se stessi e con la sensazione di esistere». Dove “esistere” va preso appunto nel suo significato etimologico di «ex-sistere, allontanarsi da un luogo fisso, fuggire da sé. Ricorrere ai sentieri, ai cammini significa sfidare i valori cardinali delle nostre società postmoderne».
Attraverso una ricognizione antropologica che ripercorre il processo evolutivo che dai primi ominidi ha condotto fino all’Homo sapiens, Le Breton sottolinea la crucialità di quel momento in cui noi, conquistando la posizione eretta e perdendo l’uso di due piedi, abbiamo guadagnato così quello di due mani: momento in cui l’uomo, iniziando a crearsi utensili sempre più sofisticati, ha finito per fare di essi dei mezzi che hanno accompagnato anche la comunicazione. Cosa che ha poi portato alla nascita della voce e, quindi, della parola, nonché ad implementare in noi la facoltà di simbolizzazione. Ebbene, in questo processo evolutivo è proprio il piede che va incontro a una decisiva trasformazione, nel senso che l’alluce, dal momento in cui non viene più usato per afferrare i rami, sviluppa un’aderenza al suolo tale da consentirci appunto di camminare e di correre.
Riflettendo sull’etimologia del verbo francese che sta per camminare, marcher, il quale deriva dal francone “marcare”, “contrassegnare”, Le Breton afferma che un cammino corrisponde sempre a una “memoria incisa nel suolo”: tracciarne uno, è un modo di lasciare un segno del nostro passaggio nell’ambiente che ci circonda, frutto di un gioioso corpo a corpo con esso, di indicare un tragitto, un percorso, una via, quasi a lanciare un appello diretto a convocare dentro una storia comune chiunque voglia poi ripercorrerla e seguirla.
E, trattando del camminare, il nostro libro non può che occuparsi anche del pellegrinaggio cristiano: un’esperienza che, in corrispondenza dei tempi in cui iniziò a essere praticato, richiedeva una lunga ascesi spirituale di preparazione, nonché l’esercizio di un continuo controllo su se stessi, a causa dei disagi che si dovevano affrontare, dei pericoli in cui si rischiava di incorrere e del distacco dai beni della vita quotidiana che esso comportava. Tra i siti istituzionali di destinazione (Roma o la Terra Santa) da ricordare è anche il luogo in cui sono custodite le reliquie dell’apostolo san Giacomo, raggiunto attraverso un lungo percorso a piedi che è stato denominato appunto “cammino”. Le Breton sottolinea l’importanza di questa via che conduce a Santiago di Compostela in rapporto alla formazione dell’Europa contemporanea, viste le diverse provenienze dei pellegrini che, lungo il percorso, condividendo esperienze, socializzavano fra loro, nonché il fatto che una tale avventura contribuiva ad alimentare un intero sistema economico, fatto di albergatori, cambiavalute, guide, artigiani.
Le Breton parla del camminare come di un vero e proprio “esercizio spirituale”, nel senso che chi assiduamente lo pratica, sviluppando un “sentimento di fragilità, di nudità, di esposizione agli imprevisti del mondo”, tanto si tiene lontano da ogni protezione familiare quanto non si lascia condizionare né dagli eventi metereologici ostili né dai bisogni primari quali la fame e la sete. «Il camminatore abita il mondo che lo circonda, immerso nei grandi spazi, consegnato a se stesso, alla propria libertà, privato di tutte le comodità ma anche di tutto quello che appesantisce l’esistenza. I desideri sono ricondotti all’essenziale». Non si tratta di essere spettatori al cospetto del mondo, ma di sentirsi “oceanicamente” immersi in esso, sperimentando così una “consapevolezza non separata dalle cose”. Ed è proprio in questi istanti privilegiati che, squarciandosi il velo dell’ordinarietà del mondo, si profila davanti a noi una dimensione inedita, per una “breve rivelazione che segna la memoria per sempre”.
Ristabilendo un contatto sensibile con gli elementi, nel camminatore di oggi rivive così quell’intuizione antica fatta propria anche dagli indiani d’America, quando il corpo era ancora un’eco del cosmo e la terra era vista come un’anima comune più che come un territorio. Per gli apache, ad esempio, ogni luogo che accompagna il loro cammino è sempre vivo e presente nel pensiero e, se si trova lontano geograficamente, viene reso fisicamente percepibile semplicemente nominandolo. Nel rapporto osmotico che, camminando, si stabilisce fra l’uomo e il paesaggio, Le Breton sottolinea che, come il primo non è mai la stessa persona, così il secondo è in costante metamorfosi, “si trasforma […] secondo le linee che scandiscono il cammino”, in rapporto all’ora del giorno, alle stagioni o ai fenomeni metereologici. In particolare, nel sentirci immersi nell’ambiente che ci circonda, noi ci affidiamo non solo alla nostra vista, ma sviluppiamo anche una tattilità, un’olfattività e un’auricolarità diffuse. In una parola, ciò di cui facciamo esperienza è di una vera e propria “cenestesi”.
In tal senso, camminare è un modo per riguadagnare un respiro largo e profondo, tale da sciogliere quella morsa di malessere e di soffocamento che ci assilla nella vita abitudinaria quotidiana, per allentare tutte le preoccupazioni che saturano il tempo ordinario, per mettere ordine nel nostro caos interiore e rompere creativamente ogni consuetudine, per immergersi in una meditazione capace di trasformarci in “sconosciuti lungo la via, senza alcun impegno se non vivere l’istante che viene”. «L’homo viator è in esilio interiore per tutto il tempo della propria avventura. Si trova nelle condizioni di un rinnovamento dei propri punti di riferimento, dei propri valori, di quello che egli è». Se ne può così concludere che a ogni cammino “manca un passo in più che porta a riprenderlo il giorno successivo e quello dopo ancora. Tutti i cammini fanno venire voglia di ricominciare”.
Foto Claude Monet, Il sentiero riparato | CC0







