Nel dibattito pubblico contemporaneo il tema della sicurezza urbana e del legame strutturale tra flussi migratori e criminalità è troppo spesso ostaggio di semplificazioni propagandistiche e aspre strumentalizzazioni politiche. Smontare i cortocircuiti statistici e analizzare i dati reali non significa affatto negare l’esistenza del problema, che rappresenta una preoccupazione drammaticamente concreta e quotidiana per milioni di cittadini. L’insicurezza nei quartieri, lo spaccio a cielo aperto, i borseggi sui mezzi pubblici e il degrado delle aree urbane sono fenomeni reali che colpiscono prima di tutto le fasce più vulnerabili della popolazione, tuttavia la risposta a queste criticità è stata piegata a logiche elettorali trasformando un dovere primario dello Stato in un’arma di distrazione di massa.
A questo proposito appare fondamentale richiamare la straordinaria e lucida riflessione di Franco Gabrielli nel suo libro intitolato “Contro la paura”. Quando si parla di percezione dell’insicurezza non lo si fa per sminuire o negare i fatti di cronaca che purtroppo ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre, perché la percezione non è un’invenzione della sociologia per minimizzare il pericolo ma è il modo in cui i fatti accaduti alterano profondamente il senso stesso della realtà. La percezione di insicurezza è essa stessa insicurezza, in quanto modifica i comportamenti delle persone, le chiude in casa, genera diffidenza e desertifica lo spazio pubblico lasciando di conseguenza campo libero alla criminalità.
Bisogna tuttavia prestare enorme attenzione ai pericoli profondi che si celano dietro questa narrazione tossica, poiché l’esasperazione deliberata della paura collettiva e la costante evocazione di uno stato di emergenza permanente aprono inevitabilmente la strada allo spettro e al rischio dell’uomo forte, quella figura salvifica che si propone di ristabilire l’ordine calpestando le garanzie democratiche, e la storia del nostro Paese ci ha già drammaticamente insegnato cosa questo possa comportare in termini di autoritarismo, perdita delle libertà fondamentali e compressione del dissenso. È proprio per scongiurare queste derive autoritarie che dobbiamo ricordare il severo monito di Benjamin Franklin, il quale ammoniva che “chi è disposto a sacrificare la sua libertà per una parte di sicurezza non merita né libertà né sicurezza”, una massima che oggi risuona quanto mai attuale di fronte alla tentazione di scambiare i diritti costituzionali con promesse illusorie di protezione.
Un esempio lampante e attuale di questa dinamica è il fenomeno dei cosiddetti “maranza”, ovvero bande di giovanissimi che presidiano stazioni e centri storici creando una piaga innegabile di microcriminalità, molestie e intimidazione diffusa. La soluzione a questa piaga non può essere delegata alla sola risposta penale o repressiva, la quale è chiaramente necessaria, urgente e irrinunciabile per frenare l’illegalità immediata e tutelare i cittadini, ma se lasciata sola a se stessa si rivela del tutto sterile. Un fenomeno di questa portata va affrontato a 360 gradi agendo sulle cause profonde dell’emarginazione e sforzandosi di comprendere le fragilità sociali e le solitudini culturali delle nuove generazioni, poiché le fragilità sociali sono da sempre la spinta più potente verso la delinquenza. Occorre un’architettura complessa e integrata che metta a sistema prevenzione, deterrenza, educazione, spazi di socializzazione, recupero urbano e infine la necessaria repressione, poiché i fenomeni sociali non si cancellano con un tratto di penna ma si governano.
Su questo terreno emotivo ha costruito gran parte del proprio consenso il governo guidato da Giorgia Meloni, che in campagna elettorale ha fatto della sicurezza e del controllo totale dei confini il proprio cavallo di battaglia carpendo voti e consensi significativi. Alla prova dei fatti e del governo tuttavia l’azione dell’esecutivo si è rivelata ampiamente carente, mostrando una distanza siderale tra gli annunci roboanti e la realtà strutturale dell’azione di governo. Nonostante le promesse di soluzioni drastiche l’immigrazione irregolare non è stata contenuta, la costruzione o il potenziamento di nuove strutture carcerarie per decongestionare un sistema penitenziario al collasso sono rimasti al palo e gli organici delle forze dell’ordine continuano a soffrire di gravi e croniche carenze. Soprattutto si registra una totale mancanza di fondi certi e stanziamenti strutturali per garantire i rimpatri immediati dei soggetti pericolosi, con il risultato di un’agenda fatta in larga parte di risposte scenografiche come lo spiegamento massiccio dell’Esercito nelle stazioni e nei punti nevralgici delle grandi città. Questa misura dal forte impatto visivo mostra tuttavia tutti i suoi limiti strutturali intrinseci, in quanto i militari non possiedono le qualifiche di pubblica sicurezza necessarie per condurre indagini, effettuare fermi o presidiare capillarmente il territorio profondo, finendo per agire unicamente come costosi deterrenti statici che spostano la criminalità di pochi metri senza minimamente scalfirla. L’azione dell’esecutivo si riduce così a un’agenda fatta esclusivamente di operazioni di facciata, con blitz mediatici a favore di telecamera in territori simbolo e decreti d’urgenza dal sapore puramente punitivo che non incidono minimamente sulla sostanza dei problemi. Ciò che emerge è una costante e paradossale narrazione in cui il governo continua a esprimersi e a comportarsi come se si trovasse ancora all’opposizione, supportato da cori mediatici di parte pronti a giustificare ogni fallimento secondo una logica cinica ma efficace, per cui in politica è sempre più facile ed economicamente vantaggioso vendere la paura piuttosto che spiegare e governare la complessità.
Se la destra ha capitalizzato sulle paure senza risolverle, la sinistra ha storicamente commesso l’errore opposto dimostrando una forte subalternità culturale e un perenne complesso di colpa. Per anni ampi settori del campo progressista hanno quasi teso a nascondere o a minimizzare il tema della sicurezza, talvolta agendo concretamente sul territorio attraverso i propri sindaci e amministratori locali ma senza mai avere il coraggio di dirlo apertamente nella comunicazione pubblica per il timore di passare come cedevoli a derive securitarie. Questo silenzio colpevole ha regalato alla destra il monopolio della parola sulla protezione dei cittadini.
È giunto il momento che la sinistra smetta di temere la parola repressione, la quale non è uno strumento autoritario ma una delle risposte irrinunciabili a tutela della convivenza democratica e dello Stato di Diritto. I progressisti devono ritrovare quel coraggio pragmatico e repubblicano che ebbe a suo tempo Marco Minniti alla guida del Viminale, non avendo paura di governare i flussi e, sul piano locale, non avendo paura di dotare i corpi di Polizia Locale di tutti gli strumenti necessari alla difesa dei cittadini e degli operatori stessi, a partire dai Taser non appena saranno completate le dovute certificazioni dei nuovi dispositivi di ultima generazione. Non esiste infatti tema più intrinsecamente legato al progresso civile e alla tutela dei diritti di quello della sicurezza, poiché la legalità e la vivibilità dello spazio pubblico sono i prerequisiti fondamentali affinché i cittadini, a partire dai meno abbienti che non possono permettersi sistemi di vigilanza privati, possano esercitare le proprie libertà. Insieme alla sanità e all’istruzione la sicurezza rappresenta il dovere principale delle istituzioni democratiche, configurandosi come un tema squisitamente e storicamente di sinistra.
Tornando all’analisi dei dati, il numero che indica come circa il 31% dei detenuti nelle carceri italiane sia straniero va letto proprio dentro questo fallimento di gestione e non come una tara genetica. Se questo dato viene confrontato con il 9% di stranieri regolarmente residenti la cifra sembra enorme, ma il confronto è profondamente sbagliato, in quanto il 9% conta solo gli stranieri regolari e integrati mentre in carcere finiscono soprattutto persone irregolari, senza residenza o che vivono ai margini, le quali sono totalmente escluse da quella statistica.
C’è inoltre un enorme motivo processuale, dato che nel nostro ordinamento l’accesso a misure alternative come gli arresti domiciliari presuppone un domicilio idoneo e legalmente dichiarabile. Un cittadino irregolare, essendo privo di casa e residenza, si vede negare tale beneficio quasi automaticamente, finendo in custodia preventiva dietro le sbarre in attesa di giudizio, mentre un cittadino italiano o uno straniero regolare nella medesima situazione giuridica attende invece il processo a casa propria. Il problema reale dunque non è l’essere straniero ma l’irregolarità, perché quando una persona ha documenti, lavoro, casa e accesso alla legalità il rischio di finire nel circuito penale si riduce drasticamente.
La prova storica più chiara si è avuta nel 2007 quando Romania e Bulgaria entrarono nell’Unione Europea e molti cittadini di quei Paesi, che prima vivevano in Italia in condizioni di irregolarità, diventarono automaticamente cittadini europei. In uno studio condotto sugli ex detenuti rumeni e bulgari la probabilità di recidiva si è più che dimezzata, e questo dimostra che non erano cambiate le persone ma era cambiata la loro condizione giuridica, la quale permetteva finalmente di stipulare contratti di lavoro e uscire dall’ombra. Lo stesso percorso è avvenuto per la comunità albanese degli anni Novanta, passata dall’essere il simbolo della criminalità straniera sui media a una delle realtà più stabilmente integrate nel nostro Paese, a testimonianza del fatto che a parità di origine sono le condizioni diverse a produrre risultati diversi.
Un discorso analogo, improntato alla massima serietà, riguarda i dati sulle violenze sessuali. I dati sulle persone denunciate o arrestate mostrano una sovrarappresentazione degli stranieri, un fatto reale che non va nascosto ma letto scientificamente. Le statistiche misurano le denunce e non la totalità dei reati consumati, e la violenza sessuale è uno dei reati più sommersi in assoluto. Quando l’autore è un partner, un ex partner o un familiare, nella stragrande maggioranza dei casi di nazionalità italiana, denunciare è difficilissimo per via di ricatti psicologici ed economici, mentre quando l’aggressore è uno sconosciuto, soprattutto se percepito come esterno o straniero, la denuncia scatta immediatamente. Sapendo che la maggior parte delle violenze avviene purtroppo all’interno delle relazioni strette, concentrarsi solo sull’aggressore esterno è una distorsione ideologica che non protegge le donne.
I fenomeni di criminalità, spaccio e degrado urbano vanno affrontati con determinazione e con tutti i mezzi necessari, ma bisogna ricordare che essi prosperano laddove lo Stato arretra, in particolare nelle periferie abbandonate, nei mercati della droga non contrastati e dove mancano servizi pubblici. I migranti non hanno creato il degrado delle periferie, le hanno trovate già così e spesso ci sono finiti dentro. La sicurezza, in una visione autenticamente democratica, non si persegue agitando lo spauracchio identitario o riducendo tutto a slogan elettorali. Lo Stato ha il dovere di essere fermo nella certezza della pena e nella dotazione dei suoi corpi di polizia, così come ha il dovere di disinnescare le bombe sociali dei territori abbandonati, perché solo affrontando i fenomeni in tutta la loro complessità si spezza la catena della marginalità e si garantisce la vera sicurezza della Repubblica.







