La transizione ecologica e il recupero della biodiversità agraria non possono più essere considerati una riserva indiana per piccoli produttori di nicchia o una leva di puro marketing per la grande distribuzione. Se il “ritorno alla terra” vuole avere un impatto reale sui sistemi economici, sul tessuto sociale e sul contrasto al mutamento climatico, deve necessariamente farsi sistema, dialogando e integrandosi con l’industria di trasformazione.
Ma quanto è disposta l’industria italiana a declinare l’etica in protocolli trasparenti, vincolanti e misurabili?
Il modello frammentato delle sementi storiche
Il cuore del problema risiede nella codificazione delle pratiche. Se da un lato la ricerca scientifica e le esperienze territoriali dimostrano che la coltivazione di varietà storiche (dal grano duro sardo ai cereali antichi toscani o laziali, fino ai legumi tradizionali) garantisce una maggiore resilienza climatica e un minor bisogno di input chimici, dall’altro manca ancora una legge quadro nazionale capace di tutelare giuridicamente queste sementi lungo tutta la filiera.
Attualmente, l’integrazione tra la terra e il grande impianto industriale si muove su binari privatistici e a macchia di leopardo. Esistono eccellenze e modelli virtuosi, come i tavoli scientifici europei che vedono la partecipazione del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura) nell’ambito dell’agricoltura rigenerativa, o i rigidi disciplinari di distretto territoriali che impongono rotazioni colturali pluriennali e garantiscono un prezzo minimo etico all’agricoltore, slegato dalle speculazioni delle borse merci. Anche lo Stato, attraverso i Contratti di Filiera del MASAF finanziati con i fondi complementari del PNRR, tenta di vincolare i macro-finanziamenti industriali al rispetto del principio del DNSH (Do No Significant Harm) e alla tracciabilità totale. Tuttavia, la realtà sul campo mostra una frizione strutturale tra la retorica della sostenibilità e la prassi aziendale.
Il muro della trasparenza: Il paradosso del modello “Società B”
Nel corso della nostra indagine nazionale volta a mappare i protocolli di coltivazione, l’uso di sementi storiche e i patti di filiera con i produttori locali, abbiamo interpellato diversi attori della filiera agroalimentare italiana. L’obiettivo era semplice: analizzare e rendere pubblici i dati tecnici, i disciplinari interni e i meccanismi di redistribuzione del valore per capire dove finisce la propaganda e dove inizia l’effettivo impatto sociale e ambientale.
Significativo, in questo senso, è stato l’esito del confronto con una realtà del settore operante sotto la veste giuridica di Società B…Per definizione normativa, queste aziende introducono nel proprio statuto l’obiettivo di perseguire, oltre al profitto, una o più finalità di beneficio comune, operando in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di comunità, territorio e stakeholder. La trasparenza, in questo modello, non è una concessione: è un pilastro costitutivo dello status legale stesso.
Alla nostra formale richiesta di accesso ai protocolli di filiera e ai dati di monitoraggio agroambientale, la risposta della società è stata tuttavia negativa, trincerata dietro la riservatezza delle proprie procedure interne.
Questo rifiuto di condivisione apre un serio interrogativo di carattere generale: come si concilia lo status giuridico di Società B… con la refrattarietà alla trasparenza e all’esame pubblico dei propri protocolli operativi?
L’accesso ai dati sulle sementi, sulla gestione del suolo e sui contratti con gli agricoltori non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, ma il termometro reale della responsabilità d’impresa. Se il dato viene secretato e sottratto al dibattito scientifico e giornalistico, il rischio che il “beneficio” rimanga confinato all’interno di un bilancio di sostenibilità ad uso puramente reputazionale diventa certezza.
🔍 FINESTRA DI APPROFONDIMENTO
Standard industriali a confronto: Se il “colosso” è più trasparente della startup etica
In attesa di ulteriori riscontri dalla nostra rete di monitoraggio nazionale, i dati già pubblici relativi ai giganti della trasformazione industriale dimostrano che la tracciabilità e la codificazione delle filiere non sono chimere tecniche, ma realtà operative consolidate. Quando l’industria decide di aprirsi, i parametri diventano misurabili.Due esempi su scale diverse lo dimostrano:
Il modello digitale (Barilla): Con il suo Manifesto del Grano Duro e i protocolli di agricoltura rigenerativa validati dal CREA, il gruppo vincola i contratti a piattaforme di supporto decisionale (granoduro.net). Qui i dati non sono secretati: viene codificato l’obbligo di rotazione colturale e viene quantificato l’impatto (riduzione del 20% delle emissioni di e taglio dei costi di produzione dell’11% per gli agricoltori).
Il modello territoriale (Cellino e la filiera sarda): Sul fronte della valorizzazione locale, gli accordi strutturati nel comparto sardo — legati anche ai bandi regionali di filiera — dimostrano come si possa blindare il territorio. I protocolli impongono il conferimento di grano duro coltivato tassativamente nell’Isola, ma offrono in cambio stabilità economica: contratti pluriennali a Prezzo Minimo Garantito e premi di qualità proporzionali al tasso proteico (con soglie superiori al 13%).
Il paradosso è evidente: i grandi player della tradizione industriale offrono, per ragioni di efficienza ed economia di scala, metriche e disciplinari verificabili. Le realtà nate sotto l’insegna della “Sostenibilità B”, al contrario, sembrano talvolta utilizzare lo scudo giuridico del beneficio comune per sottrarsi a quello stesso controllo pubblico che dovrebbe legittimarle.
Oltre la retorica: Verso un’etica misurabile
La ricerca di protocolli nazionali su altre semenze — dalle ortive ai cereali — dimostra che gli strumenti tecnici e scientifici per un’industria etica esistono già. Ciò che manca è la volontà politica e industriale di renderli universali, trasparenti e accessibili.
Il ritorno alla terra non può passare per l’opacità delle filiere o per l’autocertificazione virtuosa delle imprese. Senza una condivisione aperta dei protocolli di coltivazione, la biodiversità rischia di essere l’ennesima materia prima depredata dal marketing agroindustriale, lasciando i territori e i produttori marginali esattamente dove si trovavano prima della svolta “green”. La vera transizione ecologica comincia quando l’industria accetta di aprire le porte dei propri laboratori e dei propri contratti al controllo pubblico e scientifico.







