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Mascherati e segregati

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
10 Aprile 2024
in L'editoriale
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Che in Italia non si abbia particolare voglia di ricordare i 4 anni dal covid, si capisce bene. Tutti i virologhi che dominarono la scena sono scomparsi, persino Crisanti è uccel di bosco, mentre la maggioranza del governo che gestì la pandemia oggi litiga in Puglia. La Camera dei deputati ha predisposto una commissione di inchiesta di cui nemmeno si sa se inizierà mai i lavori e comunque se stendiamo su tutta l’epopea un velo pietoso, sarebbe pure meglio. Vallo a spiegare agli inglesi con la loro malsana passione per riesumare i dati scientifici. All’Economist non si dimenticano mai di niente e si sono subito messi a stilare per l’anniversario delle misure antipandemiche un bel rapporto. Il settimanale britannico intanto stima che in Italia ci sia stato il 50% in più, tra 300 mila e 310 mila, dei decessi complessivi contro i 196.376 registrati ufficialmente. Una stima che farebbe del nostro Paese uno di quelli che hanno avuto un numero maggiore di vittime in rapporto alla popolazione. Poi il colpo sotto la cintura, la politica svedese, basata sull’assunzione di responsabilità dei cittadini invece che sui divieti, avrebbe funzionato meglio. Tanti saluti ai teorici del lock down.

Come si ricorderà la comunità scientifica inglese ebbe reazioni diverse, una parte era assolutamente contraria a prendere provvedimenti di restrizione, un’altra sosteneva le chiusure. La prima dubitava che si sarebbe potuto irrigidire una società come quella britannica, la seconda era convinta che occorresse provarci. Il premier Johnson ha oscillato non poco fra i due estremi con il risultato di avere soluzioni contraddittorie. Suo padre gli scriveva che non intendeva rinunciare alla solita pinta di birra, il consulente sanitario del governo di Sua Maestà venne sorpreso ad aver violato ogni protocollo di isolamento stabilito. In ogni caso, persino l’Inghilterra in proporzione se la sarebbe cavata meglio dell’Italia, il cui rigore è servito principalmente a far dimenticare i ritardi sull’istituzione della zona rossa a Nembro e ad Alzano, sempre che il covid non si fosse già diffuso prima. Poi la discussione sulla capacità effettiva di contenere un virus che magari è capace di viaggiare per posta. E non parliamo di coloro che seguite tutte le regole del governo alla lettera si sono ammalati lo stesso, delle suore di clausura morte in convento mentre si chiudevano le discoteche e amenità varie.

Questo giornale ovviamente non ha mai avanzato nessuna tesi scientifica, ci mancherebbe solo, anche se ha sempre riscontrato tutte le differenze che segnavano gli scienziati, in particolare in Italia dove una maggioranza di loro inizialmente contraria all’uso delle mascherine si è rapidamente convertita ad usarle anche all’aperto nelle strade deserte. In tutto questo bailamme, rimase inevasa una preoccupazione costituzionale. Non c’è un principio sanitario che prevarica sulle libertà personali e di associazione, soprattutto il precedente di un parlamento che rinunzia alle sue prerogative per delegarle al governo senza nemmeno indicare una scadenza temporale. Un governo posticcio, presumibilmente in minoranza nel paese, comunque non eletto, gestiva l’emergenza. Il partito repubblicano quando si scontrò nel secolo scorso con l’emergenza del terrorismo formò un governo di solidarietà nazionale e questa è la soluzione che anche abbiamo sostenuto a favore del governo Draghi. Rivendichiamo ancora oggi questa nostra proposta quando tutti sembravano voler andare avanti con la formula Conte Speranza, Zingaretti.

L’Economist mette in questione anche i vaccini. Riconosce che abbiano fatto delle vittime, ma è altresì convinto che abbiano protetto la maggioranza della popolazione. Siano ancora grati al generale Figliuolo ed al suo lavoro straordinario. Archiviata la questione scientifica che non è di nostra pertinenza resta quella democratica. L’Europa del lock down, più mite negli altri paesi che in Italia, in Svizzera ed in Austria si sciava e sull’altra parte del versante alpino ci facevano simpaticamente marameo, ha finito con l’assomigliare tristemente alla Cina comunista. Un bel tonfo per il mondo occidentale. “L’America non chiude”, disse Trump e meno male. Ci mancava solo che in America comandasse Fauci, che poi non si capisce come fai a chiudere il Montana. In ogni caso alla fine anche i cinesi si ribellarono. Li abbiamo visti pigliare a bastonate i poliziotti che li volevano richiudere in casa. Da noi sarà difficile dimenticare chi cantava dai balconi e gli inseguimenti di polizia agli irriducibili della tintarella sulle spiagge. Chissà come se la sono passata le mafie quell’anno. Un grande Paese davvero, degno di Dante e Leonardo.

Tags: italiaSvezia
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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