Il mondo non è un palcoscenico, dove gli individui e i popoli inscenano il gioco delle parti, nella pantomima della storia e dei destini umani, ma è un campo di battaglia. Uno scontro aspro in cui le comunità e le nazioni duellano, sui terreni dell’economia, della strategia, della sopravvivenza. Un duello che oggi si può riassumere nella sfida tra le democrazie occidentali e le autocrazie. Una sfida che inizia dall’indomani della guerra fredda, che si è evoluta, nel contrasto per il predominio sul Mediterraneo. Al centro di questo scenario si trova l’Italia che in questo momento, in cui convergono crisi economica ed emergenza pandemica, si trova ad essere il terreno principale di questa dinamica internazionale. Di fronte alle problematiche dei migranti, della ricostruzione, della crisi delle diseguaglianze dovuta alla transizione digitale e alla stagnazione pandemica, il destino italiano è diventato il terreno al centro del nuovo libro di Maurizio Molinari, Il campo di battaglia. Perché il grande gioco passa per l’Italia (Nave di Teseo). Molinari, direttore de la Repubblica e tra le penne più attente e lucide del giornalismo italiano (Molinari ha collaborato con La Voce Repubblicana dall’86 al ’92 ed è stato il nostro massimo esperto di politica estera), nel suo saggio affronta le grandi questioni che stanno trasformando il Paese in quella che potrebbe essere la Waterloo delle istanze atlantiche o la Vittorio Veneto dell’egemonia cinese. Il terreno per trasformare il sistema inefficiente e sovrastante descritto dai movimenti di protesta nelle istituzioni fondate sulla connessione sentimentale con i valori costituzionali. Attraverso istituzioni capaci di aprire la strada ai grandi temi dei diritti digitali, della trasformazione del mondo del lavoro e della ricostruzione europea. In questo scenario l’Italia è come ai tempi della dominazione spagnola o delle brame degli imperi centrali, il tassello principale per riscrivere le sorti del Mediterraneo e dell’Europa, contesa tra le istanze liberaldemocratiche e gli appetiti delle grandi potenze. Con la differenza che in questa occasione ai cittadini e al governo è data l’opportunità di non essere solo il pubblico della Storia, ma il protagonista di una nuova rinascita democratica, ispirata dal senso del dovere, dalla libertà individuale, dai moti di riforma che provengono da Paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Per parlare di questi temi abbiamo intervistato l’autore.
Perché l’Italia è il centro del campo di battaglia e quali sono gli sfidanti che si confrontano nel nostro Paese?
«L’Italia è il campo di battaglia per due ragioni, poiché è stato il primo Paese colpito dalla pandemia ed allo stesso tempo quello che ne ha subito i danni economici maggiori. Per questo motivo tanto la risposta alla pandemia quanto la ricostruzione economica in Europa passano per il nostro paese poiché il successo o il fallimento della ricostruzione dopo la pandemia comporterà o il rafforzamento dell’Europa o un suo indebolimento. Questo vuol dire che chi ha interesse a rafforzare l’Europa scommette favorevolmente sull’Italia mentre chi ha interesse ad un suo indebolimento vede in un fallimento italiano una opportunità di interesse strategico. L’Italia è quindi la cartina al tornasole dell’Europa e della sua capacità di risollevarsi dopo la pandemia. Obiettivamente i risultati del governo Draghi, stanno dimostrando una risposta positiva a queste problematiche, nonostante si tratti di una risposta in bilico dato che la pandemia non è stata completamente superata e che la ricostruzione è ancora all’inizio. A questo scenario dobbiamo aggiungere una considerazione riguardo i maggiori rivali dell’Occidente, la Cina e la Russia, che vedono come occasione di rafforzare i loro interessi strategici nel Mediterraneo, individuando nell’Italia un laboratorio per sperimentare i propri disegni strategici. L’Italia è quindi il campo di battaglia su due fronti quello della ricostruzione dopo la pandemia, e quello del braccio di ferro tra democrazie occidentali e autocrazie».
Il grande gioco passa per il Mediterraneo e autocrazie come Cina, Russia e Turchia ne sono protagoniste. Quali le conseguenze per l’Italia?
«Ilduello in corso è sulla ridefinizione degli equilibri internazionali, soprattutto su quello uscito dopo la fine della guerra fredda che molte nazioni stanno cercando di modificare. Da una parte la Russia cerca di recuperare l’influenza su quelle nazioni che in passato facevano parte dell’orbita sovietica, dall’altra la Cina invece sta rafforzando la sua zona di influenza tramite il progetto ambizioso della Via della Seta. La Turchia invece vede nel Mediterraneo il suo spazio naturale d’espansione. La novità del contesto attuale è la centralità del Mediterraneo nella ridefinizione di questi equilibri. Poiché la Cina ha bisogno del Mediterraneo per raggiungere i mercati dell’Europa centrale, la Russia per creare una zona di influenza anche superiore a quella del passato sovietico, mentre per la Turchia è lo spazio naturale per garantire la sua espansione. L’Italia, per la sua posizione di centralità nel Mediterraneo è dunque il tassello fondamentale per la ridefinizione degli equilibri tra potenze occidentali ed autocrazie. Allo stesso tempo la Turchia sa che non potrà svolgere quel ruolo di protagonista sul Mediterraneo se prima non verrà indebolita la centralità italiana. Di conseguenza, la centralità che ha adesso strategicamente l’Italia è forse paragonabile solo a quella degli stretti di Taiwan».
La Cina è una grande potenza che attraverso una egemonia soft, più di tutte le altre le autocrazie, sta diventando protagonista dall’Africa ai Balcani. Come possono le democrazie occidentali affrontare questa sfida?
«La sfida della Cina è molto sofisticata e diversissima da quella sovietica durante la guerra fredda. Perché la Cina, come il segretario di stato Usa Antony Blinken ha spiegato in più occasioni, da una parte è un rivale temibile nel campo dello sviluppo tecnologico, dall’altro è un avversario strategico, pensiamo al duello su Taiwan. Dall’altro però Pechino è anche un partner economico, perché non è ostile né al capitalismo né al libero commercio come era un tempo l’Urss. Confrontarsi con questo dualismo significa cercare risposte nuove e di un maggior coordinamento tra paesi europei e Stati Uniti. Alla fine bisognerà riuscire a far coesistere queste due nature, insistendo soprattutto sul tema dei diritti, ed il punto d’incontro iniziale può essere definire regole condivise sul commercio. Poiché le maggiori tensioni tra Cina e Occidente sono sulle regole della concorrenza e sulla tutela del diritto intellettuale. Nel mercato cinese i privati utilizzano fondi pubblici, cosa regolata molto rigidamente nell’Unione Europea. Credo che il modo migliore per risolvere queste differenze sia coinvolgere la Cina in una serie di nuovi accordi sul commercio internazionale, tenendo sempre presenti le divergenze sul piano strategico e valoriale».
Concorrenza, libertà, dialogo distinguono le reazioni con cui Gran Bretagna, Usa e Israele stanno affrontando la crisi che investe l’Occidente. Come possono l’Italia e i paesi Ue superare la grave crisi del modello democratico di fronte alla sfida dei populismi?
«Il populismo nasce dall’accusa delle istituzioni democratiche di essere poco rappresentative ed inefficienti. La risposta è rendere più rappresentative ed efficienti le istituzioni rendendole protagoniste sui temi che stanno più a cuore alla popolazione. Tali temi sono le diseguaglianze, i migranti e la corruzione. Le diseguaglianze sono un tema molto complesso perché per essere risolto, di fronte alla sostituzione dei posti di lavoro portata dalla transizione digitali, occorre una armonizzazione di sviluppo tecnico ed occupazione. Riguardo all’immigrazione bisogna formulare nuove regole che possano permettere accoglienza ed immigrazione e lo sviluppo del Paese di accoglienza. Sulla corruzione servono regole più aspre e ferree per moralizzare la vita politica. Le democrazie occidentali si trovano dunque davanti a sfide epocali a cui nonostante i tempi di reazione stanno offrendo risposte a lungo termine più stabili».
Nonostante i meriti che attribuisce nel suo libro al presidente Biden, le elezioni Mid-term si profilano un come un grande rischio per l’amministrazione democratica. Che cosa è andato storto ad appena un anno dall’elezione?
«I sondaggi danno Biden in difficoltà per i malcontenti popolari sulla gestione del Covid e per le critiche seguite al ritiro dall’Afghanistan come e per l’accusa di cedimenti verso l’ala più radicale dei democratici. Il voto di Mid-term però sarà un test difficile solo per i democratici, ma anche per i repubblicani. Se infatti il “Grand Olp Party” riuscirà ad emanciparsi da Trump, riconquistando quell’elettorato che è stato affascinato da Biden, assisteremo ad un ribaltamento dello scenario politico americano. In caso ciò non dovesse accadere e nel partito repubblicano prevalesse invece ancora la componente pro-Trump ciò andrebbe sicuramente a vantaggio di Biden».
Quanto sono importanti ed attuali i valori repubblicani e mazziniani in un contesto di debolezza della democrazia? Draghi riesce ad incarnare secondo lei i principi di quello spirito repubblicano che da Pacciardi a La Malfa ha cercato di riassumere l’interesse generale di un Paese impantanato nei particolarismi?
«Draghi si è insediato parlando di spirito repubblicano, che si fonda sul rispetto dei valori della Costituzione. Adesso la sfida per i partiti politici e per il governo è quello di dare risposte ai tre temi di cui abbiamo parlato in precedenza – diseguaglianze, migranti e corruzione – affermando una idea di nazione basata sui valori costituzionali frutto della Resistenza e dei valori risorgimentali. Il Risorgimento, la Resistenza e la Costituzione hanno in comune quella grande idea mazziniana che i cittadini sono titolari di diritti e di doveri. I cittadini hanno il diritto a rivendicare la protezione davanti allo Stato, ma devono anche esprimere un’idea di cittadinanza basata sull’obbligo morale di rispettare, perseguire bene comune. Questa idea che era rivoluzionaria durante il Risorgimento è ancora oggi molto valida: basata sui doveri dei cittadini verso la nazione sottolinea la grande attualità del pensiero mazziniano, fondamentale per il rinnovamento del nostro paese come per la costruzione europea».
Quali sono i suoi principali riferimenti culturali?
«Giuseppe Mazzini per l’idea di cittadinanza, Luigi Einaudi per la concezione di sviluppo di un Paese, Harry Truman per la visione di un Occidente comunità delle democrazie. Questi tre sono i punti di riferimento per una idea di democrazia che si fonda sulla capacità di assicurare
benessere e sicurezza ai cittadini».






