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Oltre la deriva populista

Eugenio Fusignani di Eugenio Fusignani
8 Febbraio 2026
in Attualità / Politica
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La nascita del movimento Futuro Nazionale, promosso da Roberto Vannacci, è un ulteriore segnale della frammentazione dell’area politica di destra. Ma per chi si riconosce nei valori della Repubblica, della razionalità e della cultura civile, è soprattutto un campanello d’allarme che va ben oltre il dato elettorale o l’enfasi mediatica.

Ciò che colpisce non è solo la retorica muscolare e identitaria dell’ex generale, ma il progressivo impoverimento culturale e istituzionale di un’area politica che sembra aver smarrito il confine tra fermezza e demagogia, tra autorevolezza democratica e culto dell’uomo forte. Quando una figura cresciuta dentro le istituzioni sceglie di abbandonarle con linguaggi semplificati e divisivi, il problema non è solo personale ma riguarda un sistema che fatica sempre più a difendere il valore delle mediazioni, delle competenze e delle regole.

Il Partito Repubblicano Italiano ha sempre concepito la rappresentanza democratica come un equilibrio tra responsabilità, conoscenza e limite. L’opposto di una politica che trasforma il malessere in consenso immediato e riduce la complessità a slogan. Il progetto incarnato da Vannacci si muove invece nella direzione di un plebiscitarismo del disagio, che cancella le articolazioni della realtà e sostituisce il confronto con l’appello diretto alle emozioni.

Il fatto che simili operazioni possano raccogliere consenso, anche limitato, non deve indurci a misurarne la forza, ma a interrogarci sulla debolezza del contesto democratico che le rende possibili. Il rischio non è solo politico, ma culturale: quando il linguaggio pubblico si appiattisce sull’invettiva, quando la Nazione diventa una parola d’ordine anziché una comunità da costruire, il tessuto civile si logora. E a questa logica non sfugge nemmeno l’attuale maggioranza di governo.

Per questo è tempo di chiamare le cose con il loro nome. Quello che governa oggi l’Italia non è un “centrodestra”, ma una destra sempre più radicalizzata, nella quale le pulsioni illiberali non sono più marginali, ma strutturali e dove il “caso Vannacci” non ne rappresenta la causa, ma il sintomo più evidente ed inquietante.

Questa deriva ha radici lontane. La crisi della democrazia italiana non nasce oggi: una delle sue fratture più profonde risale alla stagione di Tangentopoli, che non produsse una rigenerazione, ma uno svuotamento. Nel vuoto lasciato dai partiti che avevano costruito e custodito la Repubblica si sono progressivamente inserite culture politiche estranee, quando non apertamente ostili, ai valori costituzionali. Residui neofascisti a lungo rimasti ai margini sono stati prima tollerati, poi normalizzati, infine legittimati.

Oggi ne vediamo gli effetti: simboli, linguaggi e atteggiamenti che un tempo sarebbero stati irricevibili trovano cittadinanza nel dibattito pubblico. In un Paese che non ha mai applicato fino in fondo la XII disposizione della Costituzione, l’apologia di fascismo è scivolata da reato a folklore identitario.

La democrazia viene così messa sotto pressione dall’interno, attraverso strumenti formalmente legittimi: il voto trasformato in investitura plebiscitaria, la governabilità opposta alla rappresentanza, la semplificazione elevata a metodo. Si indeboliscono i contrappesi, si comprimono le autonomie, si insinua l’idea che la Costituzione debba adattarsi alla volontà dell’esecutivo e non il contrario.

Di fronte a tutto questo, la risposta repubblicana non può essere né gridata né nostalgica. Deve essere ferma, razionale, profondamente politica. Restituire dignità alla politica, profondità al pensiero, autorevolezza alle istituzioni. Non attraverso slogan o leadership carismatiche, ma con serietà, studio, passione civile. Con quegli strumenti della ragione che, da Mazzini a Cattaneo, da La Malfa a Spadolini, hanno costruito la migliore tradizione laica e repubblicana del nostro Paese.

È su questa strada che il Partito Repubblicano Italiano continuerà a camminare. Anche se oggi è la più stretta, resta l’unica capace di tenere insieme libertà, democrazia e progresso.

pubblico dominio

Tags: destraVannacci
Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e management, svolge l’attività di geometra come libero professionista. É Presidente della Fondazione Ravenna Risorgimento. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è Vice Sindaco del Comune di Ravenna.

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