Il libro postumo di Umberto Eco, Riflessioni sul dolore (La Nave di Teseo, Milano 2025, 64 pp.) muove dalla constatazione secondo cui oggi, soprattutto grazie alla medicina contemporanea, assistiamo al rovesciamento di una credenza millenaria riguardo al dolore: quella che, per tanto tempo, lo ha visto come una condanna e come una fatalità ineluttabile. E ciò anche perché tale credenza si è presentata, fin dall’inizio, come inestricabilmente intrecciata con un altro tema che ha dominato la cultura filosofica e religiosa occidentale e non solo: il tema relativo alla presenza del male nel mondo. Si pensi, ad esempio, al buddismo, dove è ferma convinzione che il dolore e la sofferenza, in quanto realtà universali, possano essere annullati solo accedendo a quello stato di estinzione di ogni desiderio rappresentato dal nirvana.
Nella storia dell’umanità, il problema che, fino a un certo punto, è stato rappresentato dal dolore, nella sua versione soprattutto morale, ha dettato la necessità di liberarsi da esso, conseguendo la tranquillità dell’animo e l’imperturbabilità di fronte alle passioni. In ciò, facendosi guidare da regole razionali di moderazione e di misura. Fino a certo punto, perché con il Cristianesimo l’esperienza del dolore, non solo morale ma anche fisico, cambia interamente di segno: l’obiettivo da inseguire è ora l’imitatio Christi, del Cristo sofferente sulla croce, per cui, facendosene carico, si tratta di assumerlo in funzione eminentemente salvifica. È così che la crocifissione, da immagine idealizzata, quale era ancora nell’arte paleocristiana, si farà, con il Medioevo avanzato, sempre più «drammaticamente realistica», a tal punto che l’uomo di quel tempo, riconoscendosi nel Cristo dolente sulla croce, giungerà a vederlo come la raffigurazione fedele dell’uomo vero. «Nel mondo cristiano la santità altro non è che imitazione di Cristo. Sofferenza sarà, e atroce, quella di coloro che danno la vita per testimoniare la propria fede».
Nasce da qui una vera e propria «erotica del dolore», la quale si prolungherà fino alla cultura rinascimentale e barocca, dove la rappresentazione dei martiri – si pensi, in particolare, a san Sebastiano –, in quanto viene proposta come esempio da imitare, tende a indugiare sulla serenità serafica con cui essi hanno patito il supplizio. «Si manifesta così una tendenza all’eccessiva “pulcrificazione” di un fatto dolorosissimo, nella quale più che il tormento conta la forza virile o la dolcezza femminea mostrate nell’affrontarlo». Ma mentre i santi martiri andavano incontro alla morte nel segno della letizia, così non era per la massa dei peccatori ordinari, ai quali andava ricordato non tanto di accettare serenamente il trapasso, quanto la permanente prossimità del momento fatale, in modo tale che a essi fosse data la possibilità di pentirsi in tempo. «Pertanto sia la predicazione verbale sia le immagini che apparivano nei luoghi sacri erano intese a ricordare l’imminenza e l’inevitabilità della morte e a coltivare il terrore delle pene infernali».
Ricordiamo infatti come la morte, durante tutto il Medioevo, fosse avvertita dall’uomo come una presenza ubiqua e costante, in virtù del fatto che la vita era non solo di durata più breve, ma anche continuamente minacciata da guerre, pestilenze e carestie. Eco ci ricorda, al riguardo, come “Trionfo della Morte” sia il titolo di uno dei cicli pittorici medievali presenti del cimitero di Pisa.
Ma per le anime infiammate di misticismo, al memento mori, si unisce anche la ricerca del dolore come via privilegiata per la salvezza. Di qui, i vari tipi di penitenza, i cilici, i flagelli, i digiuni, i quali, specialmente in epoca barocca, raggiungono forme di perversione sessuale tali che recano in sé forti componenti di sadismo o di masochismo. In età moderna però, laddove «i santi continuano a tormentarsi, i medici s’impegnano a diminuire la quota di dolore fisico esistente nel mondo», per cui esso «appare non come un bene da perseguire ma come un male da eliminare». Ne discende che, al contrario del medici che combattono per ridurre o guarire i dolori del corpo, i filosofi si adoperano invece per accentuare in chiave laica la tendenza cristiana a considerare il dolore come un viatico per la salvezza.
Nel romanticismo e oltre prende poi a configurarsi una vera e propria “cognizione del dolore” che rappresenta il rovesciamento di quel detto dell’Ecclesiaste (I, 18) secondo cui “chi aumenta il grado di conoscenza accresce anche la propria sofferenza”. Nella Bibbia e, in particolare, in Giobbe, il massimo atto di fede, nonché il più altro grado di sapienza, è scegliere di ignorare i motivi nascosti del nostro malessere, affidandosi incondizionatamente alla volontà divina. Nel romanticismo e oltre vale invece il principio opposto: quello secondo cui solo attraverso il dolore si perviene alla conoscenza, così che aumentando l’uno aumenta anche l’altra. «Quel che conta è, allora, non tanto la conoscenza del dolore, bensì una conoscenza ottenuta per mezzo del dolore. […] Insomma, il sapere esige una discesa del pensiero agli inferi». In Hegel, ad esempio, la filosofia, dovendo assumere su di sé tutto il peso della contraddizione, deve fare esperienza di quello che egli chiama il «travaglio del negativo». E anche per Schopenhauer la filosofia, e soprattutto la metafisica, nasce dalla presa di coscienza del dolore e della miseria della vita, per cui, se non ci fossero l’uno e l’altra, a nessuno verrebbe mai in mente di sollevare i quesiti più radicali sul mondo. Per Nietzsche invece il dolore e la sofferenza vanno vissuti con leggerezza, nel segno dell’amor fati, senza imputare loro risentitamente una colpa. Dove si dice sì alla gioia, allo stesso modo, si deve dire sì anche al dolore. Il punto è però che il conoscere attraverso il dolore porta a prendere coscienza del fatto che la vita stessa è dolore. L’unica salvezza che ci rimane sta allora «nella celebrazione poetica di questa tonalità tragica dell’esistenza». E qui il riferimento di Eco va a Il canto del pastore errante dell’Asia di Leopardi.
Il libro si conclude con l’augurio che possa essere incoraggiata «un’educazione culturale al dolore […]. Come diffondere, come impartire questa educazione al dolore, non saprei. Ma la ritengo una delle frontiere della medicina, della psicologia e forse della filosofia di domani. […] [T]utti noi dovremmo imparare a essere-per-il-dolore, ad alfabetizzarci rispetto a esso: se non a conoscere attraverso il dolore, almeno a conoscere il dolore, ad accettarne la funzione biologica».
Mattia Preti, San Sebastiano | CC0







