Giorgio Vasi del Pri di Ravenna ci ha inviato il seguente articolo
Il recente rientro della Pala di Sant’Agostino di Vittore Carpaccio nella chiesa di San Giorgio a Pirano in Istria , ora in Slovenia, rappresenta un evento culturale di grande significato. Il l capolavoro rinascimentale è tornato a illuminare l’altare per il quale fu concepito. Questo episodio, frutto di una positiva collaborazione tra le comunità locali e le istituzioni slovene E italiane e viene giustamente celebrato come un modello di sensibilità verso il patrimonio culturale. Tuttavia, per la comunità italiana autoctona dell’Istria, un gesto del genere, seppur encomiabile, non può e non deve essere fine a se stesso: deve diventare il punto di partenza per un riconoscimento più profondo, sostanziale e veritiero.
In questo contesto, il Governo italiano deve cogliere l’occasione non per opporsi alla restituzione di beni artistici di cui si discute estesamente in questi giorni sulla stampa, bensì per condizionarla a un riconoscimento concreto e tangibile della italianità storica di quelle terre. Le opere stesse, con la loro storia millenaria, testimoniano inequivocabilmente la radicata presenza italiana in Istria. Sarebbe un atto di pace significativo e lungimirante, capace di rafforzare i legami culturali e politici nella regione, portando a compimento quel riconoscimento di Gorizia e Nova Gorica come città unica della cultura europea, esempio illuminante di convivenza e cooperazione transnazionale.
La restituzione di un’opera d’arte assume un valore autentico solo se diventa simbolo tangibile del riconoscimento della presenza storica, autoctona e millenaria della comunità italiana in Terra istriana. Un dipinto può tornare nella sua collocazione originaria, ma se al contempo la lingua italiana, la cultura e la storia della comunità vengono relegate a un ruolo marginale, il rischio è che quell’opera si trasformi in una mera reliquia, un ricordo formale senza sostanza.
Favorire la restituzione dei beni culturali è giusto e doveroso, ma questo processo può considerarsi veramente completo solo se coincide con l’inizio e il consolidamento di un’accettazione sostanziale – e non solo formale – del fatto che le terre istriane sono un crogiolo di culture, in cui la storia e la cultura italiana hanno un ruolo centrale affianco a quella slovena e croata. Ciò non significa rivendicare sovranità territoriale, che la storia, pur nelle sue controversie e tragedie (dal Trattato di Pace del 1947 all’Esodo), ha assegnato alla Slovenia e alla Croazia. Significa invece richiedere il riconoscimento di una realtà storica e un legittimo diritto all’identità culturale.
Gli interessi culturali ed etnici delle due comunità, italiane e slave, devono trasformarsi da motivo di divisione a fattore di crescita reciproca. Così come in Italia viene valorizzato il patrimonio linguistico e culturale sloveno in Friuli-Venezia Giulia, è necessario che anche in Slovenia si compia un analogo e coraggioso passo avanti. Questo significa realizzare un bilinguismo reale, non limitato a qualche insegna o documento ufficiale, ma presente nella vita quotidiana, nell’amministrazione pubblica e, soprattutto, nei programmi scolastici.
Non si può accettare che, mentre si parla di restituzione dei beni artistici, parallelamente si continuino a coltivare sentimenti anti-italiani o a negare l’evidenza storica. È inaccettabile che nei programmi scolastici la presenza italiana autoctona venga minimizzata o distorta come un’“invasione” successiva alla Prima guerra mondiale, dimenticando che l’italianità di quelle città era riconosciuta anche dal governo austro-ungarico, consapevole della maggioranza italiana nelle città e della componente slava nell’entroterra.
Il periodo fascista ha rappresentato, senza dubbio, un doloroso e forzato tentativo di italianizzazione che ha lasciato ferite profonde. Ma vent’anni di politiche fasciste non possono cancellare né giustificare la negazione di una storia millenaria, durante la quale città come Pirano, Capodistria, Isola e Parenzo hanno fiorito dentro la cultura veneta e italiana. Ridurre tutta la vicenda dell’Istria italiana alla parentesi fascista rappresenta un errore storiografico grave e una ingiusta semplificazione nei confronti delle comunità che vi abitano da sempre.
L’auspicio è che la restituzione della Pala del Carpaccio venga colta come un’opportunità preziosa dalla Slovenia e dal Governo italiano. Un’opportunità per celebrare la complessità culturale e plurale della regione, per riconoscere non solo simboli d’arte, ma soprattutto diritti linguistici concreti, una verità storica corretta nei curricula scolastici e una convivenza finalmente La Restituzione delle Opere d’Arte: Un Gesto che Deve Andare Oltre il Simbolo e matura. Solo così quell’opera tornerà non solo al suo luogo d’origine, ma anche al suo popolo, in un abbraccio che può contribuire a costruire un futuro di pace e rispetto reciproco.







