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Una riforma è troppo poco

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
1 Novembre 2025
in L'editoriale
1
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Tanto per chiarezza, la separazione dei poteri descritta con una notevole preveggenza da Montesquieu ne l’Esprit de Loi, serviva a salvare la testa del Re di Francia dalle scelte del parlamento. Una volta condannato Carlo primo d’Inghilterra, Montesquieu si preoccupava di preservare la monarchia da un altro processo. Non solo Montesquieu vuole separare il potere legislativo da quello giudiziario, vuole anche istituire tribunali sociali fra soli pari. Si fosse fatta la riforma della Giustizia di Montesquieu, la magistratura non esisterebbe proprio, a giudicare i fornai, sarebbero chiamati i fornai, i nobili, altri nobili, i re, altri re.

Quando poi fu Mirabeau a rendersi conto che la monarchia in Francia era comunque spacciata, gettò la spugna ammettendo all’ Assemblea Costituente, suo malgrado, che la giustizia doveva essere affidata al parlamento, in quanto il potere era pur sempre quello unico derivato dal popolo.

l buon governo repubblicano non si fonda sul fronte dell’amministrazione della Giustizia,, ma sulla possibilità che la Giustizia sopravviva a chi la stabilisce. La Repubblica americana ha tribunali popolari, giudici elettivi, oppure nominati dall’esecutivo, che non decadono con l’esecutivo stesso. Non c’è una ricetta per l’indipendenza della Giustizia perfetta, c’è solo la coscienza del giudice.

La situazione italiana dove pure la separazione dei poteri è un mantra, non offre particolare consolazione. Basta vedere il caso giudiziario del momento che tiene tutti i media concentrati e che, dovrebbe apparire incredibile, concerne un delitto commesso diciassette anni fa, passato in giudicato da dieci. Eppure l’inchiesta si è riaperta ed il ministro della Giustizia in carica ha rilasciato dichiarazioni disarmanti. Inutile prendersela con il dottor Nordio più di tanto. O la macchina giudiziaria ha sbagliato allora, oppure sta sbagliando oggi. In ogni caso appare compromessa, indipendentemente da quello che pensa il ministro e quello che dice la sua riforma.

Che con la separazione delle carriere si possa risolvere qualcosa, è una speranza degna di anime belle. Il sistema malato della Giustizia italiana risale a quando l’Italia nemmeno c’era ancora, al tempo in cui Stendhal nella Certosa di Parma scriveva che quelli non erano magistrati, ma farabutti. Stendhal era francese, conosceva i tribunali rivoluzionari e pure se la prese con quelli ordinari del ducato di Parma.

Più volte sulla voce repubblicana si è discusso della costituzione del 1948 e dell’interpretazione del ruolo di quello che Giovanni Conti chiamava il “quarto potere dello Stato”, parole scelte appositamente per sottolineare con esattezza il rilievo di un semplice ordinamento giurisdizionale. Tali e tante le polemiche che se qualcuno ha voglia di ripercorrerle, la voce repubblicana ospiterà volentieri ogni opinione. Questo editoriale, pur rispettando la Costituzione vigente e privo di simpatie per ogni modifica le venga apportata ha amato un’altra Costituzione dove a riguardo si legge, “I giudici nelle loro funzioni, non dipendono da altro potere dello Stato, articolo 49, titolo VI. “Nominati dai Consoli ed in Consiglio dei ministri, sono inamovibili, non possono essere promossi, né traslocati che con proprio consenso, né sospesi, degradati, destituiti, se non dopo regolare procedura e sentenza”. articolo 50. In questa Costituzione citata, il governo dura giusto tre anni prima di doversi rinnovare integralmente. Il centro è il governo, non la magistratura. La democrazia pura della Costituzione della Repubblica Romana.

Exposition Jacques-Louis David, Musée du Louvre – Du 15 octobre 2025 au 26 janvier 2026.

Tags: MirabeauMontesquieu
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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Comments 1

  1. Dott. Massimo Capri says:
    1 mese ago

    A mio avviso più che la separazione delle carriere, la vera questio dispudanda est della riforma è il tentativo di soffocare il legittimo movimentismo politico interno al judici corpus, sana fonte d’equilibrio, confronto critico e motivo d’animoso ed esiziale contrasto, che incide positivamente sull’efficenza del processo, spingendo i magistrati ad una sana competizione nell’interpretare ed applicare le leggi.
    Qui forse si stà dimenticando che lo Stato, non sono le maggioranze di Governo, ma le Leggi approvate e redatte nel corso del dibattito parlamentare e relativi poteri d’emendatio.

    1\\11\25 Bene, benis!

    Rispondi

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