Leggere il bello e per certi versi ironico articolo dell’amico Riccardo Bruno, Un americano a Roma, pubblicato su La Voce Repubblicana, è stata un’occasione preziosa di confronto. Lo ringrazio sinceramente per aver proposto un’analisi ricca di spunti e di riferimenti storici che meritano attenzione anche, e forse soprattutto, quando ci si trova in disaccordo. Perché dissentire non è un segno di debolezza ma, al contrario, è un esercizio di responsabilità. Soprattutto per chi, come noi, si richiama alla cultura repubblicana che ha nel confronto di merito il fulcro del nostro impegno.
Parto da un punto che Bruno sottolinea con forza: la capacità degli Stati Uniti di rinnovarsi, anche dopo errori gravi, crisi istituzionali, persino scandali che altrove avrebbero minato le fondamenta di uno Stato. È vero, e va riconosciuto. Gli USA hanno attraversato momenti durissimi: la guerra civile, la crisi del 1929, l’assassinio del presidente Kennedy, il Watergate, l’11 settembre. E ne sono usciti con un sistema rappresentativo rafforzato. L’Europa, invece, dopo la Prima guerra mondiale ha generato non solo il fascismo, come ricorda giustamente Bruno, ma anche il nazismo. È un fatto storico che pesa, e che dovrebbe rafforzare la nostra vigilanza democratica.
Ma è proprio qui che cominciano le mie riserve. Perché riconoscere le virtù del modello americano non deve portarci a delegare a Washington le sorti dell’Occidente. Le alleanze non sono dogmi, e la NATO non è un’architettura da accettare o rifiutare in blocco. L’errore che si fa troppo spesso, anche nel dibattito italiano, è questo: o si tifa per l’America a prescindere, o si sogna un’impossibile “terza via” fatta di neutralità imbelle e nostalgie di un multipolarismo che non esiste nei termini in cui viene evocato. In realtà, c’è spazio per una terza posizione vera: un’Europa autonoma, credibile, capace di stare nella NATO senza dipenderne, alleata ma non subalterna.
Bruno sostiene, non senza ironia, che criticare Trump spesso nasconda il vecchio riflesso antiamericano che in Italia ha assunto molte forme: dalla tentazione di uscire dalla NATO alle simpatie per la neutralità. E in parte ha ragione. Ma qui va fatta una distinzione importante: una cosa è l’antiamericanismo ideologico, un’altra è la critica motivata a certe derive politiche, anche interne agli Stati Uniti.
Trump, per restare su di lui, non è semplicemente un presidente “americano”, ma rappresenta un modo nuovo, e per molti versi pericoloso, di intendere la politica. Un modello “post-politico” in cui ciò che conta non è più la democrazia, ma il profitto; non è più l’etica, ma il risultato; non è più il diritto, ma l’efficienza. Denunciare questo approccio non significa “tifare” per i Democratici americani, né auspicare che si segua la loro linea in Italia (anche se, va detto, la tradizione del Democratic Party statunitense è affine alla natura politica, laica e progressista, del PRI). Significa, invece, porci una domanda più profonda: quale idea di ordine internazionale stiamo contribuendo a costruire se accettiamo questo tipo di leadership come “normale” o addirittura “necessaria”?
E qui, però, devo aggiungere una riflessione personale che nasce da una preoccupazione ancora più profonda.
Se, come giustamente osserva Bruno, gli Stati Uniti sono la più grande democrazia dell’Occidente, allora il punto non è tanto che Trump sia un “dittatore da abbattere” (perché non lo è!) ma che sia diventato, in qualche modo, necessario, quasi indispensabile, persino insostituibile. Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante.
Il mio timore, infatti, è che il capo della più grande democrazia occidentale non sia la causa, ma il sintomo di una trasformazione politica e culturale molto più vasta, in gran parte ancora oscura. E se davvero Trump è l’effetto di un tempo nuovo, allora la questione è ancora più seria: dobbiamo interrogarci su quali siano i “tempi” che producono questo tipo di leadership e su cosa ci dicano riguardo a ciò che stiamo diventando.
È questo lo scenario che inquieta davvero: non che la politica venga svuotata da un solo uomo, ma che venga lentamente prosciugata da un processo di disaffezione, semplificazione e anestetizzazione delle coscienze democratiche.
E poi, attenzione a non semplificare troppo. Quando si afferma, come fa Bruno, che “agli arabi non importa nulla della democrazia”, si rischia di generalizzare una realtà molto più complessa. Infatti, anche il mondo arabo, come ogni altra area del mondo, è attraversato da istanze di libertà, partecipazione, giustizia. Ci sono state rivolte, proteste, movimenti civili. Che poi siano stati repressi o strumentalizzati è un altro discorso, ma un pensiero repubblicano non può permettersi di ridurre interi popoli a caricature culturali. Soprattutto quando si parla di pace, come nel caso di Gaza.
E qui il disaccordo con l’amico Bruno è netto. Egli, infatti, sembra vedere nell’attivismo americano, anche quello più spregiudicato, una forma di pragmatismo efficace, capace di portare stabilità là dove regna il caos. Ma la stabilità senza partecipazione è dominio, e la pace senza giustizia è solo una tregua. Se la “ricostruzione” post-bellica assume i toni di un progetto economico calato dall’alto, come certe idee di “Gaza Riviera” suggeriscono, allora non siamo più davanti a un modello da seguire, ma a un’illusione tecnocratica che svuota la politica.
L’articolo mette giustamente in guardia dai rischi del multipolarismo, e su questo concordo. Cina e Russia non offrono modelli democratici alternativi, ma sistemi autoritari con tratti predatori che non vanno affatto idealizzati. Ma nemmeno si può pensare che l’unica alternativa a questi sia un’Europa perennemente a rimorchio degli Stati Uniti. Se siamo davvero convinti dei nostri valori (diritti, rappresentanza, separazione dei poteri, libertà individuale), allora è tempo che l’Europa li difenda in prima persona. Non aspettando che altri lo facciano per noi, ma costruendo strumenti comuni: una difesa europea, una politica estera unitaria, una nuova energia politica che dia senso all’unità.
Per concludere, ringrazio ancora l’amico Riccardo Bruno per aver offerto, con il suo articolo, materia viva di discussione. Ma ritengo che il repubblicanesimo sia fatto di autonomia, responsabilità, partecipazione e, pertanto, non possa limitarsi a scegliere tra chi comanda, ma debba lavorare per un mondo dove a comandare sia il diritto.
Perché la libertà dell’Occidente non si difende sulle macerie di Gaza (o di Kiev), ma nella coscienza critica e civile dei suoi cittadini







