Mario Martone ha avuto i brividi. Non per le donne stuprate il 7 ottobre. Non per i ragazzi inseguiti e ammazzati al Nova Festival. Ha avuto i brividi quando ha saputo che Fuori, il suo film su Goliarda Sapienza, sarebbe stato proiettato al Festival del cinema italiano in Israele. Era maggio. Martone lo aveva scoperto da una mail di Venice4Palestine. «Non c’è nulla di normale in quello che è accaduto e che accade», scrisse. La normalità sarebbe «prima di tutto un’arma di propaganda». Goliarda Sapienza, aggiunse, non sarebbe stata contenta di vedersi proiettata su quegli schermi. Ci sono ancora sale cinematografiche in Israele. Dentro ci entrano israeliani. Quelli che odiano Netanyahu. Ma anche parenti di chi è stato rapito da Hamas. Qualcuno avrebbe perfino potuto vedere un film di Mario Martone. Per fortuna è arrivato l’avvertimento. Anche una serata al cinema, a Tel Aviv o Haifa, puzza di complicità.
Alla Mostra di Venezia, invece, tutto normale. Smoking, abiti da decine di migliaia di euro, motoscafi, terrazze riservate. Armani Beauty truccava le facce giuste per il nono anno e assegnava anche un premio. L’anticapitalismo da red carpet non rinuncia al mascara. Vuole abbattere l’Occidente tra una foto e il tavolo dello sponsor. Greta Scarano, co-conduttrice della Mostra e firmataria dell’appello di Venice4Palestine, ha scelto un ventaglio a forma di fetta d’anguria. Verde, bianco, rosso e nero. Poi il bagno al Lido con i fotografi. Susan Sarandon è arrivata con la spilla Artists4Ceasefire. Ha raccontato che le agenzie sconsigliano di assumerla a causa delle sue posizioni sulla Palestina. Ha difeso Mark Ruffalo dall’accusa di antisemitismo. Ha spiegato che quella parola è stata troppo usata. L’antisemitismo esiste, certo. Ma adesso basta parlarne così tanto. Detto a Venezia. Mentre in Europa gli ebrei nascondono la stella di David e le sinagoghe hanno bisogno della polizia.
Poi Naza. Yuval Abraham e Rachel Szor sono israeliani. Il loro documentario raccoglie ventiquattro testimonianze anonime di militari e uomini dell’intelligence. Parlano dei bersagli a Gaza, dei sistemi informatici, del numero di civili ammessi nel calcolo prima di sganciare una bomba. Accuse spaventose. Venticinque minuti di applausi. Bandiere palestinesi e libanesi nella Sala Grande. «Free Palestine». Ghali, arrivato «a titolo personale», ha detto che Naza dovrebbero vederlo tutti e che l’arte può superare silenzio e censura. Il documentario era in concorso alla più importante Mostra italiana, prodotto dal Guardian, ripreso dalla stampa internazionale, applaudito per venticinque minuti.
Abraham e Szor potevano entrare. Sono gli israeliani che accusano Israele. Per loro il posto c’è. Di più: applausi fino a spellarsi le mani. Gal Gadot, invece, l’anno scorso doveva essere cacciata. Lo chiesero più di millecinquecento esponenti del cinema raccolti da Venice4Palestine. Con lei Gerard Butler e «qualunque artista e celebrità» sostenesse pubblicamente Israele. Tra le firme c’erano Marco Bellocchio, Laura Morante, Abel Ferrara, Alba e Alice Rohrwacher, Toni e Peppe Servillo, Matteo Garrone. Nomi. Non un generico clima culturale. La Biennale, diretta da Alberto Barbera e presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, rispose che non avrebbe ritirato inviti. Gadot e Butler non vennero. Missione compiuta senza bisogno di un buttafuori alla porta. L’attrice israeliana aveva difeso il proprio Paese dopo il massacro del 7 ottobre. Questo bastava per farne una presenza intollerabile. L’israeliano che mette Israele sul banco degli imputati riceve l’ovazione. Gal Gadot era meglio che non si facesse vedere. Bella Mostra.
La strage del Nova Festival non ha avuto venticinque minuti. Le famiglie trucidate nei kibbutz neppure. Kfir Bibas aveva nove mesi quando fu rapito. Lui e suo fratello Ariel tornarono in Israele dentro due bare. Per Shiri ci volle un’altra consegna: nella prima bara che Hamas aveva indicato come sua c’era un’altra donna. Yarden Bibas tornò vivo e dovette seppellire sua moglie e i suoi bambini. Per queste storie non si sono alzati in piedi. Non c’era Ghali. Greta Scarano non aveva il ventaglio adatto. Martone non ha riferito brividi. Hamas scompare. Funziona così. Il 7 ottobre viene nominato in fretta, per igiene professionale, poi si torna all’unico imputato che interessi davvero. Israele. I terroristi che filmavano i cadaveri con i telefoni delle vittime diventano il prologo. Il regista collettivo del Lido li ha tagliati in montaggio.
Qui non c’entra la libertà di criticare Netanyahu. Netanyahu va criticato quanto si vuole. Proprio Israele possiede giornali, tribunali e registi capaci di accusare il proprio governo. Naza esiste perché ventiquattro israeliani hanno parlato con due cineasti israeliani sui tetti di Tel Aviv. Provino a girare a Gaza un documentario contro Hamas. Poi lo portino al festival locale. Ma Venezia non vuole discutere Israele. Vuole l’israeliano in ginocchio. Gli concede di essere un individuo soltanto dopo la dichiarazione richiesta.
Roger Waters firma. Annie Ernaux firma. Nan Goldin firma. Céline Sciamma firma. I divi si sistemano il papillon e condannano il capitalismo che ha pagato il ricevimento. Alla Biennale chiedono di issare la bandiera palestinese. Nessuno pretende la bandiera con la stella di David per gli ebrei assassinati. Quella rovinerebbe le fotografie. L’antisemitismo del Lido ha l’addetto stampa e seleziona gli invitati. Accoglie gli ebrei utili. Yuval Abraham e Rachel Szor possono salire sul palco. Gal Gadot era meglio che restasse a casa.
La Mostra è nata nel 1932. La Biennale era già sotto il controllo dello Stato fascista e a presiederla c’era Giuseppe Volpi di Misurata, già ministro delle Finanze di Mussolini. Due anni dopo arrivò anche la Coppa Mussolini.
Il vecchio metodo era più rozzo. Questo passa dal trucco Armani.
Foto Ted Eytan | CC SA BY4.0






