Il governo continua a inviare segnali contraddittori sulla ripresa delle estrazioni di gas in Adriatico: da una parte autorizza nuove attività, dall’altra mantiene un quadro normativo incerto, figlio di anni di stop-and-go e di scelte mai davvero compiute.
Il punto politico, però, è più profondo: manca una strategia energetica nazionale. E questa assenza pesa ancora di più oggi, mentre la transizione ecologica impone scelte stringenti ma dai tempi inevitabilmente lunghi, che non possono essere scaricati sulle imprese, sull’economia reale e sulle famiglie. In questo contesto si colloca anche a debolezza dell’azione del ministro Gilberto Pichetto Frattin, che appare priva di quella chiarezza e determinazione necessarie per affrontare un nodo strategico per il Paese. La prudenza, quando non si traduce in decisione, rischia di diventare immobilismo.
Ma mentre l’Italia esita, il mondo cambia rapidamente. La crisi in Medio Oriente e la guerra che coinvolge l’Iran stanno mettendo sotto pressione uno degli snodi più delicati degli equilibri energetici globali: lo Stretto di Hormuz. In quel passaggio transita una quota rilevantissima delle forniture mondiali di petrolio e gas: qualsiasi blocco o forte limitazione dei traffici produce effetti immediati sui prezzi, sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla stabilità dei mercati.
È in scenari come questo che emerge con chiarezza quanto sia fragile un sistema energetico privo di una visione strategica autonoma e diversificata. Le tensioni geopolitiche non sono più eventi lontani, ma fattori strutturali che incidono direttamente sulle economie europee e sull’Italia in particolare. Il paradosso nazionale resta evidente: si annuncia il rilancio delle estrazioni, ma non si creano le condizioni perché gli investimenti si realizzino davvero. Le imprese si confrontano con iter lunghi, incertezze regolatorie, opposizioni territoriali e il rischio concreto che le regole cambino nuovamente nel giro di pochi anni. Emblematico è il nodo delle concessioni già sospese o rallentate, che richiederebbero interventi chiarie risolutivi, anziché nuovi annunci che aumentano la complessità senza sciogliere le criticità esistenti.
Eppure una linea esiste, ed è stata indicata con coerenza dal Partito Repubblicano Italiano. Il documento approvato dal Congresso nazionale del PRI sull’energia resta oggi più attuale che mai: sicurezza energetica, diversificazione delle fonti, sviluppo sostenibile e certezza del diritto devono costituire i pilastri di una politica moderna.
Non un conflitto ideologico tra ambiente e produzione, ma una sintesi riformista capace di governare la transizione senza comprometterne la sostenibilità economica e sociale. La lezione è semplice quanto impegnativa: prima si costruisce un quadro stabile e credibile, poi si incentivano gli investimenti. Prima si governa la transizione, poi la si proclama.
È questa, storicamente, la funzione dei repubblicani: riportare razionalità, visione e responsabilità nelle scelte strategiche del Paese. In un mondo attraversato da crisi geopolitiche e da equilibri energetici sempre più instabili, quella funzione non è solo attuale: è indispensabile.
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