Pierre Zanin della Direzione nazionale del Pri ci ha inviato il seguente articolo
Perché Poste Italiane ha deciso di lanciare un’OPAS su TIM? Qual è il senso finanziario, industriale e politico di questa iniziativa? E, soprattutto, come valutarla?
Il punto di partenza non può che essere uno: la natura profondamente politica dell’operazione. Non siamo di fronte a una semplice manovra finanziaria o a un riassetto societario, bensì a una scelta che incide direttamente sull’assetto delle infrastrutture strategiche del Paese. L’operazione si inserisce in un percorso già avviato con lo scorporo della rete fissa da TIM e può evolvere — se le condizioni lo consentiranno — verso la creazione di una Rete Unica a forte presidio pubblico.
Le telecomunicazioni rappresentano oggi l’ossatura su cui si fondano competitività industriale, innovazione tecnologica e sovranità digitale. Non è un caso che il settore in Europa valga oltre 250 miliardi di euro annui e sia al centro delle strategie di autonomia tecnologica dell’Unione. In questo quadro, l’intervento pubblico — attraverso la regia di Cassa Depositi e Prestiti — assume il significato di un vero e proprio atto di politica industriale.
Da qui discende una prima, inevitabile domanda: l’Italia può permettersi di lasciare al solo mercato la gestione e lo sviluppo di asset così critici? La storia di TIM suggerisce una risposta prudente. La privatizzazione degli anni ’90, condotta senza un adeguato disegno strategico, e le successive fasi di gestione, fortemente orientate al breve periodo, hanno evidenziato i limiti di un modello privo di una visione industriale nazionale. Basti ricordare come, a fronte di una domanda crescente di connettività, gli investimenti infrastrutturali siano stati a lungo compressi rispetto ai principali paesi europei, contribuendo al ritardo nello sviluppo della fibra e delle reti di nuova generazione, poi colmati con i Piani Banda Ultra-Larga e PNRR.
È proprio alla luce di questa esperienza che l’operazione Poste–TIM acquista un significato ulteriore: non un ritorno allo statalismo, ma il tentativo – insieme all’iniziativa che riguarda la possibile creazione della Rete Unica – di ricostruire una regia di lungo periodo.
In questo senso, l’integrazione tra Poste e TIM si configura come la costruzione di una “cerniera” tra pubblico e privato. Da un lato, Poste porta in dote una rete distributiva unica in Europa — oltre 12.000 uffici postali e circa 35 milioni di clienti — dall’altro TIM mette a disposizione infrastrutture di rete e competenze tecnologiche. L’integrazione di questi asset può orientare gli investimenti, sostenere l’innovazione e rafforzare la resilienza delle infrastrutture strategiche.
Questa impostazione si rafforza se si allarga lo sguardo al contesto europeo. Il settore delle telecomunicazioni è destinato a una fase di consolidamento, come indicano le agende promosse da Enrico Letta e Mario Draghi. Oggi l’Europa conta decine di operatori, a fronte di mercati — come quello statunitense o cinese — molto più concentrati e dotati di maggiore capacità di investimento. Il rischio concreto è quello di una progressiva marginalizzazione industriale, se non di una perdita di controllo sugli asset strategici. L’operazione può invece contribuire alla costruzione di un campione nazionale in grado di partecipare attivamente a questo processo.
Naturalmente, la credibilità dell’iniziativa dipenderà dalla effettiva capacità di tradurre l’indirizzo politico in scelte industriali coerenti: una governance efficace, una rigorosa disciplina finanziaria e un piano di investimenti selettivo. Il vero banco di prova sarà però la strategia tecnologica: la capacità di accompagnare la trasformazione di TIM da operatore tradizionale di connettività a piattaforma integrata di servizi digitali. Cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale ed edge computing rappresentano già oggi i segmenti a maggiore crescita e marginalità, e sono quelli su cui si giocherà la sostenibilità industriale di lungo periodo.
In definitiva, la valutazione dell’OPAS Poste–TIM non può limitarsi al merito dell’operazione in sé, ma deve essere ricondotta a una questione più ampia: quale ruolo deve giocare lo Stato nelle grandi trasformazioni industriali contemporanee. È in questa chiave che l’iniziativa va giudicata: non solo come operazione di mercato, ma come banco di prova di una possibile nuova stagione di politica industriale, nella quale l’interesse nazionale torna a essere un criterio guida esplicito e consapevole.







