Piergiorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
Assistiamo in questi anni a uno scenario di crescente conflittualità internazionale che non è solo una crisi della diplomazia, ma il sintomo più evidente e doloroso di una crisi molto più profonda: la crisi dell’uomo. Il modello di umanesimo, quella fiducia nella ragione e nel diritto come strumenti per comporre i conflitti, che aveva guidato la rinascita del dopoguerra, appare oggi in profonda sofferenza, messo in discussione dal ritorno della forza bruta come primo argomento nelle relazioni tra gli Stati.
Quello che stiamo vivendo è un terremoto culturale e politico paragonabile a quello che sconvolse il mondo dopo la Grande Guerra. Allora, di fronte all’orrore, si tentò di dare vita a un nuovo ordine basato sulla cooperazione: nacque la Società delle Nazioni. Fu un’idea nobile, ma troppo debole nelle sue strutture e priva dell’adesione piena delle maggiori potenze. Il suo fallimento aprì la strada alla catastrofe della Seconda guerra mondiale.
Oggi, siamo chiamati a fare i conti con un fallimento analogo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite, nata dalle ceneri di quel secondo conflitto proprio per correggere gli errori del passato, ha dimostrato tutta la sua impotenza. Il suo meccanismo decisionale, bloccato dai veti incrociati, e la mancanza di una forza autorevole e riconosciuta, l’hanno resa un gigante dai piedi d’argilla, incapace di prevenire e, in molti casi, persino di mediare i conflitti che insanguinano il pianeta, dall’Ucraina al Medio Oriente, passando per le tante guerre dimenticate.
Questa paralisi non è solo un problema tecnico o procedurale. È il segno del venir meno di quel collante valoriale, di quel “patto tra i popoli” che aveva ispirato la ricostruzione post-1945. È l’idea stessa che esista un bene comune universale, al di sopra degli egoismi nazionali, a essere stata messa in discussione. La politica, ridotta a mera amministrazione del presente, ha abdicato al suo compito più alto: immaginare e costruire un futuro di pace.
Come repubblicani, europeisti e internazionalisti, siamo convinti che la risposta a questa crisi non possa che essere una rifondazione del patto tra gli Stati. E come dopo la Seconda guerra mondiale, anche questa rifondazione, per essere credibile e duratura, dovrà passare attraverso un rilancio coraggioso e radicale dell’ONU.
Non si tratta di un’operazione di maquillage, ma di una vera e propria riforma che ridia autorevolezza e capacità di intervento all’Assemblea. Un rilancio che parta dal presupposto che la sovranità nazionale, se da un lato è un principio ineliminabile, dall’altro deve trovare un limite nella comunità internazionale quando vengono calpestati i diritti umani e la pace.
Solo attraverso il principio dell’associazione, della cooperazione multilaterale e del diritto internazionale reso effettivo, possiamo sperare di impedire che gli orrori a cui stiamo assistendo si ripetano. Costruire un nuovo ordine mondiale è un’impresa immane, che richiederà probabilmente di superare l’onda lunga di questi eventi bellici. Ma è l’unica strada percorribile se non vogliamo che la crisi dell’uomo diventi la sua definitiva condanna. O si torna a pensare in grande, o saremo condannati a vivere in un mondo in frantumi.







