Eugenio Fusignani, ci ha inviato il suo intervento al dibattito precongressuale aperto dalla voce repubblicana a tutti gli iscritti. La Direzione del giornale si riserva di monitorarne i contenuti come ha fatto almeno da quarant’anni a questa parte
L’idea di aprire a tutti il dibattito precongressuale, che dovrebbe essere invece riservato ai soli dirigenti nazionali, se non diviene una sorta di Hyde Park dove ognuno può salire sul pulpito e declinare i propri sfoghi, rappresenta una tribuna che può essere ricca di spunti. In questo senso, il confronto aperto su La Voce Repubblicana offre un contributo denso purché mosso da un’ansia positiva: quella di sottrarre il PRI al rischio dell’oblìo e alla tentazione di ridursi a mera presenza contabile nei consigli locali. È in questo alveo che le riflessioni portate da Piergiorgio Vasi ripropongono il tema del recupero di quella capacità critica sempre esercitata dal PRI. Condivido con lui il richiamo al rigore dei conti, alla ferma condanna di ogni deriva assistenziale e alla necessità di un’Europa forte, dotata di una vera difesa comune e saldamente ancorata ai valori dell’atlantismo, della democrazia occidentale, da sempre a fianco di Israele e del popolo ucraino.
Tuttavia, proprio perché il dibattito congressuale non deve essere una pura cerimonia burocratica ma un momento di verità, è necessario chiarire dove una visione di realismo repubblicano si incrocia con la sua e dove, invece, prende una strada diversa e ben più radicata nella nostra storia.
La differenza fondamentale sta nella concezione stessa del ruolo del repubblicanesimo nella politica italiana. La prospettiva indicata da Vasi suggerisce la costruzione di un’area centrista che cerchi convergenze a geometria variabile, dialogando indifferentemente con pezzi di centrodestra e di centrosinistra.
Ma in un sistema rigidamente bipolare, come scrivevo la settimana scorsa, l’illusione nobile della posizione “terza” finisce soltanto col trasformarsi in un classico “cavallo di Troia” dal momento che le inerzie della politica, infatti, non lasciano spazi vuoti e portano direttamente dalla parte opposta.
Il documento fondativo della riunificazione tra PRI e MRE traccia un solco ben più netto. I repubblicani non sono e non sono mai stati dei “centristi” nell’accezione dorotea o trasformista del termine. Se si richiama il rischio che il partito si consegni definitivamente all’estinzione qualora prevalga la logica di non prendere decisioni pur di salvare, a livello locale, questo o quell’assessore spesso schierati in coalizioni opposte, allora la conseguenza logica è una sola: serve una rigorosa coerenza con la nostra storia. Una storia che affonda le radici nella sinistra con il movimento mazziniano fino a Randolfo Pacciardi e che “è” il centrosinistra da Ugo La Malfa in poi. Il repubblicanesimo italiano, infatti, rappresenta storicamente l’altro polo della sinistra; quello laico, rigoroso e riformatore. Un polo concorrenziale alle matrici marxiste della sinistra, alternativo alle visioni conservatrici della destra e nemico delle derive totalitarie della destra illiberale.
Per questo l’obiettivo non può essere galleggiare al centro per strappare consensi o alleanze elettorali di comodo, ma costruire un’alternativa di governo seria e credibile, condizionando il centrosinistra sui programmi e sui contenuti. La verifica di compatibilità politica, infatti, non si fa sottoscrivendo “accozzaglie”, ma imponendo la nostra agenda sui temi dello sviluppo, della giustizia e dello Stato di diritto.
Non sarà certamente sfuggito a Vasi che, se l’Edera sopravvive con una presenza significativa nei comuni capoluogo, ciò avviene oggi solo a Ravenna. Un risultato che non è frutto del caso o di alchimie tattiche, ma della coerenza di una linea politica mai barattata e della compattezza di un gruppo dirigente rimasto a difendere, ieri come oggi, la ragione stessa d’essere del PRI e del suo simbolo dell’Edera. Senza mai cedere, come purtroppo ha fatto qualcun altro, alle sirene di altre forze politiche, magari candidandosi da repubblicano sotto bandiere altrui mentre l’Edera era presente e in campo nella medesima consultazione elettorale. La continuità ideale e la lealtà alla propria storia non sono orpelli del passato, ma l’unica garanzia di agibilità politica per il presente.
Anche sulla visione economica e sociale occorre un supplemento di chiarezza. Rifiutiamo lo statalismo centralista così come il liberismo selvaggio. La nostra stella polare rimane la lezione lamalfiana, unita al rigore di Cattaneo e al senso del dovere mazziniano.
La formula è limpida: più Stato nello Stato e meno Stato nel mercato, ovvero, più mercato nel mercato e meno mercato nello Stato.
Lo Stato non deve fare l’imprenditore, ma deve essere autorevole, digitale e non invasivo verso chi fa impresa, compreso il settore edilizio e l’artigianato. Al tempo stesso, lo Stato deve garantire la scuola pubblica universale, la sanità e la tutela della dignità del lavoro di fronte allo strapotere della finanza e degli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale. Non possiamo accettare l’idea che la sanità o la formazione siano mercificate senza un forte controllo pubblico che garantisca il merito e le pari opportunità di partenza a tutti i cittadini.
La riunificazione sotto il simbolo dell’Edera non è un’operazione nostalgica, ma un vero e proprio “Risorgimento della Ragione”. Ed è in questo senso che, sulle grandi sfide della modernità, dalla transizione energetica con il ricorso pragmatico al nucleare di nuova generazione alla sicurezza integrata fino alla difesa delle istituzioni laiche, il PRI non deve mai cercare collocazioni di comodo.
In un quadro inquietante come quello italiano, con nuove e pericolose forme di fascismo reale che stanno palesandosi con aspetti inimmaginabili e con derive che mettono a rischio l’ordinamento democratico e la stessa Repubblica, serve una risposta decisa soprattutto da parte di chi ha nella storia e nel DNA le stigmate della Repubblica. Di fronte all’avanzare di una simile deriva il PRI non può e non deve voltarsi dall’altra parte. Per questo occorre fare tutto il possibile per sconfiggere chi minaccia davvero la democrazia, il pluralismo e le istituzioni repubblicane, sacrificando sul simulacro salvifico dell’uomo forte la nostra grande tradizione di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, che è nella natura stessa e nell’anima profonda del Partito Repubblicano Italiano.
Se, come sostiene Vasi, la logica del Congresso deve essere quella di evitare l’estinzione, allora la risposta non sta nel trasformarsi nell’ennesimo cespuglio centrista a caccia di sbarramenti elettorali, ma nel riaffermare l’orgoglio di un’identità autonoma, seria e riformatrice. È questa la sola bussola capace di dare all’Italia e all’Europa la voce libera e forte di cui hanno ancora disperatamente bisogno.
È pur vero, come sostiene Vasi, che bisogna evitare a tutti i costi che il partito si riduca a una serie di macchie di leopardo sul territorio, con amministrazioni confinanti che sostengono visioni politiche del tutto divergenti. Ma per superare questo limite c’è un solo modo, al di là della legittima autonomia delle federazioni locali, che però non può mai essere scambiata per anarchia ma deve sempre rispondere a un disegno generale, la strada è una sola, ed è recuperare la storia politica e la tradizione ideale del Partito Repubblicano Italiano. E queste, che piacciano o meno, sono una storia e una tradizione che appartengono alla sinistra democratica di questo Paese e, più in generale, alla sinistra, laica liberaldemocratica e riformatrice europea.






