Chi ha conosciuto Libero Grassi all’interno del partito lo ricorda come un militante appassionato tanto che era difficile da credere svolgesse attività che non fossero direttamente connesse alla vita politica. Libero presenziava a tutte le riunioni in qualsiasi orario come un consigliere comunale o della Regione. Invece Libero era un padre di famiglia ed un imprenditore molto rispettato a Palermo e dintorni, di sicuro successo.
Quando ci raggiunse la notizia della sua morte e ci precipitammo a Palermo, non avevamo esattamente ancora capito cosa fosse successo. Libero si era rifiutato di pagare il pizzo alla criminalità organizzata e pure in tutta la lunga stagione congressuale che aveva caratterizzato 35 anni fa il Pri siciliano e di cui Grassi era stato protagonista, nessuno si era accorto fosse minacciato. Grassi era molto riservato e non parlava mai pubblicamente delle questioni che lo riguardavano personalmente, meno che mai nelle riunioni di partito. Per di più tutta la sua figura emanava un’ assoluta indifferenza verso i rischi che correva. Disgraziatamente rischi reali, non immaginari e quando la mafia vuole uccidere, uccide. Il procuratore di Palermo ci disse che Grassi aveva denunciato coloro che lo ricattavano e la così finì lì. Lo Stato non seppe difendere nemmeno Grassi.
Adesso ci resta il suo esempio, il suo coraggio, la sua fierezza. Gli ominicchi che lo uccisero, non furono degni nemmeno della sua minima attenzione e tutto questo potrebbe consolare. In verità no, perché Libero era un amico vero, con cui cenare insieme, si cena solo con le persone per bene, e parlare fumandosi un sigaro a fine serata. Avevamo passato insieme un’appassionante primavera siciliana in cui si era ristrutturato il partito. Superata la pausa estiva si sarebbe ripreso il lavoro perché tutta la Sicilia aveva bisogno di un profondo rinnovamento. Così il partito perse uno dei repubblicani migliori di Palermo. L’Italia un cittadino insostituibile.
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