C’è un feticismo bizzarro che attraversa la modernità, una parafilia, un’ossessione maniacale che ci spinge a credere che la salvezza di una nazione si misuri dal numero di schede infilate in un’urna. È il sacro dogma del suffragio universale, e guai a metterlo in discussione miscredente che sei: ormai è elevato a rito di purificazione collettiva, dove il voto del saggio e quello del perfetto imbecille pesano esattamente allo stesso modo. Pure la Cortellesi ci ha fatto un film su, che fai? La contesti? Ma guardiamoci in faccia con un briciolo di onestà intellettuale: ha davvero senso affidare il destino dello Stato alla pancia, agli istinti e alla superficialità di elettori ignoranti e inconsapevoli? La risposta è no. E non lo diciamo per snobismo aristocratico, ma per solida e rigorosa tradizione repubblicana. Ogni tanto bisogna pur tenerne conto.
L’atomismo liberista è la fiera dei capricci, è l’Oktoberfest della res publica in cui quel che conta davvero è la Mass di Augustiner. Se c’è un autore che aveva capito tutto prima ancora che inventassimo i talk show e i sondaggi d’opinione quotidiani, questo è Georg Wilhelm Friedrich Hegel (che in realtà preferiva il vino, il Lacryma Christi, alla birra). Nei suoi Lineamenti di filosofia del diritto, il filosofo di Stoccarda demoliva con un certo compiacimento l’illusione atomistica del liberalismo. Lo Stato, signori, non è una transazione commerciale, né la mera somma di individui astratti chiusi nel proprio particolarismo egoistico. Il liberismo sfrenato ha ridotto la politica a un mercato. L’elettore contemporaneo entra in cabina elettorale come chi entra in un centro commerciale: mossa dal proprio capriccio, guidata dall’istinto del momento, la “massa” (la “plebe”, per dir meglio) non esprime una volontà politica razionale, ma una fluttuazione umorale. Pensare che la “quantità” generi magicamente “qualità”, che la somma di milioni di egoismi produca il Bene Comune, è il vero grande cattivo gusto della nostra epoca. Ein prosit.
La vera democrazia, quella che merita questo nome, non è la dittatura del numero, ma la ricerca della razionalità oggettiva. Hegel opponeva all’anarchia degli individui la concretezza della Società Civile organizzata, articolata in quelli che chiamava ceti (Stände). Non si tratta di nostalgia per il Medioevo, ma di una necessità modernissima: la rappresentanza deve essere qualitativa, non quantitativa. L’individuo ha valore in quanto parte di una comunità reale (professionale, territoriale, sociale), non come atomo isolato davanti a una scheda. I corpi intermedi, le professioni, le competenze organizzate: è qui che l’interesse privato si educa e si eleva a interesse pubblico. Liberarsi dal cattivo gusto del voto “a tutti i costi” significa capire che lo Stato ha bisogno di cittadini integrati in strutture organiche, capaci di mediazione, e non di una massa informe che si esprime per slogan o per impulsi digestivi.
La provocazione è servita. Del resto, in un mondo che rincorre l’ultimo tweet e rilancia i post degli influncer, il compito di una testata repubblicana è avere il coraggio dell’impopolarità. Dobbiamo smettere di idolatrare il feticcio delle urne domenicali se queste sono diventate solo il termometro della nostra natura peggiore. Curiamo la pancia, c’è il Malox, il Buscopan, ma lasciamo i rutti fuori dal dibattito pubblico e restituiamo la politica alla ragione dello Stato e alla concretezza delle sue forze reali. Altrimenti, continueremo a confondere la libertà con la libertà di scegliere, ogni volta, il naufragio più democratico possibile.
Ps. L’iperbole è una figura retorica che consiste nel deformare la realtà, per evidenziarne limiti e rafforzare concetti. Se dico che ho fatto un milione di cose, vuol dire che di cose ne ho fatte tante, non le stavo contando. Chi legge una iperbole dovrebbe riflettere sulla questione che chi la sta usando pone. Non agitarsi per l’esagerazione. Agitarsi in un pensiero letterale è una forma di autismo.
Foto Tooby | CC BY-SA 3.0







