Il candidato alla guida del governo Regionale dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, è il sindaco di Ravenna con cui il Pri collabora direttamente dall’inizio del suo mandato. La seconda carica istituzionale della città, l’amico Eugenio Fusignani è in prima fila nella giunta De Pascale. Non c’è solo un impegno amministrativo proficuo, tale da ritenere soddisfacenti i risultati ottenuti finora, cosa che non sarebbe comunque poco, soprattutto di questi tempi. C’è una intesa politica autentica, per cui il sindaco oramai interviene direttamente alle celebrazioni repubblicane dell’anniversario della nascita di Giuseppe Mazzini, come ha fatto il dieci marzo scorso. Cosa piuttosto atipica per un rappresentante di altra forza politica, che viene culturalmente apprezzata molto, perché sentita. Se si trattasse in generale di dover sostenere un candidato alla presidenza della Regione, De Pascale era il migliore che potesse essere proposto, secondo solo ad un esponente repubblicano.
De Pascale ovviamente risponde ad un modello politico consolidato e ben definito su un programma condiviso, dove i repubblicani, a livello comunale, esprimono un peso significativo. Anche la presenza regionale del partito può contare su dei numeri rilevanti, soprattutto in una lista riformatrice che comprende Azione, più Europa ed anche il Partito socialista italiano. All’interno di questa lista è stata raggiunta una piena coesione, tale da poter diventare un punto di riferimento di aggregazione importante a livello Regionale. Si parte dai 63 mila voti delle elezioni europee e bisogna vedere quanti dei 58 mila presi dalla lista che Magi e Maraio fecero in competizione con quella di Azione e del Pri, potranno arrivare. Siamo alla seconda esperienza politica comune e abbiamo recuperato la frattura delle europee, escluso il partito di Renzi.
Collaborare in una elezione locale è sempre più facile che indicare una piattaforma nazionale, dal momento che ai problemi rilevanti dell’Emilia Romagna, cominciando da quelli di difesa ambientale, non si aggiungono valutazioni internazionali. Piuttosto i diritti dei cittadini sono importanti e tira un’aria per la quale è bene che ci si preoccupi di difendere tutti quelli conquistati finora, visto il profilo del candidato dell’altro schieramento ben poco rassicurante a riguardo.
L’Emilia Romagna ha una tradizione di autonomia differenziata piuttosto avanzata, indipendentemente dalle leggi dello Stato e molto prima del ministro Calderoli. Nella seconda metà del secolo scorso ha avuto per 40 anni l’amministrazione della principale forza di opposizione nazionale, maggioranza nella Regione. Il Pri collaborò poi nelle cosiddette giunte “rosse” dell’Emilia Romagna con amici carissimi come Denis Ugolini, e più recentemente in quelle di centro sinistra, con la nostra Luisa Babini. Un’eventuale giunta di Pascale ripresenterebbe all’attenzione un nuovo centro sinistra proprio grazie alla caratterizzazione politica della lista che abbiamo contribuito a formare e che è stata annunciata ufficialmente ieri a Bologna.
C’è un equivoco abbastanza imbarazzante nella vita politica italiana, in cui si cade ogni volta che si sfornano delle definizioni per semplificarla. Il “centro-sinistra” storico, quello che il presidente Cossiga citava con il trattino, aveva un centro democristiano ed una sinistra socialista e social democratica. Il partito repubblicano italiano era la cerniera fra queste due aree, soprattutto programmaticamente. Quel progetto provò ad essere rilanciato dall’Ulivo di Prodi e fallì miseramente. La ragione dipendeva dal fatto che mentre la Dc era sparita del tutto, un nuovo partito comunista era entrato nella coalizione insieme ai verdi che consideravano il Pri non un alleato, ma un sottogruppo. Fatto fuori Prodi, nemmeno rimettendolo in sella una seconda volta si riuscì a rilanciare il centrosinistra, senza trattino.
Il cosiddetto campo largo, ridotto al “patto della birra”, roba che se ci metti l’odio contro gli ebrei di queste settimane, ricorda il socialismo nazionale a Monaco, di centro non ha niente. Questo perché il Pd non ha più un ruolo centrale nella vita politica italiana che mantiene invece ancora in Emilia Romagna. Il partito democratico emiliano romagnolo non insegue la piazza, non ha furori estremisti, non ha leader che ballano su carri a dir poco variopinti, È un partito di governo, con i pregi ed i difetti dei partiti di governo. Abbiamo una sinistra radicale. o quello che è, con cui bisogna saper collaborare e questo diventa possibile solo da una posizione di forza numerica. Quello che chiediamo all’elettorato anche in prospettiva nazionale, dal momento che il governo attuale, non è più sopportabile. Bisogna però tenerlo a mente. Per dare al centrosinistra in Italia, una qualche terza chance, non avendo più la democrazia cristiana, senza Prodi e con la sinistra che ci si ritrova, serve almeno un rafforzamento del partito repubblicano.





