Lo scenario energetico ed economico globale si sta drammaticamente complicando, mettendo a serio rischio la tenuta di famiglie e imprese. Come evidenziato con forza oggi dalle analisi su Repubblica di Francesco Manacorda e Raffaele Ricciardi, l’impennata del prezzo del gas e le fragilità dei mercati corrono di pari passo con un rischio geopolitico altissimo, laddove la minaccia di un blocco dello Stretto di Hormuz viene amplificata dalle posizioni irresponsabili dell’amministrazione Trump. Una visione, quella del neo-isolazionismo “MAGA”, che consideriamo totalmente incompatibile con il sentire del Partito Repubblicano Italiano e con la nostra storica, irrinunciabile visione di atlantismo ed europeismo, e che oggi rischia concretamente di affondare il commercio mondiale e far collassare gli approvvigionamenti europei, mettendo a repentaglio l’intero sistema degli scambi globali come opportunamente richiamato da Manacorda.
La crisi tuttavia si gioca anche sul fronte interno, come dimostrano i recenti e preoccupanti casi di blackout che hanno colpito Ravenna. Non si tratta di episodi isolati, bensì del sintomo di una rete elettrica strutturalmente sotto stress a causa di un aumento vertiginoso dei consumi. Il cambiamento climatico non è un’invenzione ma una realtà tangibile e palpabile, poiché le ondate di calore anomale e i conseguenti picchi di condizionamento rappresentano ormai la nuova normalità con cui fare i conti. A questo shock climatico si aggiunge una transizione digitale senza precedenti, ancorché spesso sottovalutata nella sua portata materiale. L’avvento dell’Intelligenza Artificiale, con le sue applicazioni ormai pervasive in tutti i campi dell’attività umana, dell’industria e della medicina, e non solo in ambito puramente ludico, richiederà nel prossimo futuro una quantità di energia sempre più imponente e costante, rendendo il sistema vieppiù vulnerabile.
Questa debolezza strutturale incide direttamente sulla competitività delle nostre imprese e, in generale, sulla tenuta dell’intero Sistema Paese. Un’economia industriale e manifatturiera come la nostra non può permettersi il lusso di scontare un differenziale di costo dell’energia rispetto ai diretti concorrenti europei e globali, né può tollerare l’incertezza della fornitura. Proteggere il tessuto produttivo significa garantire stabilità tariffaria e sicurezza degli approvvigionamenti: senza queste premesse, il rischio reale è la desertificazione industriale, con la delocalizzazione delle attività e una perdita irreparabile di competitività sui mercati internazionali.
In questo quadro di incertezza per gli scenari internazionali, fragilità del sistema e accresciuto fabbisogno, la città di Ravenna ha dimostrato lungimiranza e coraggio con la scelta strategica del rigassificatore, un’infrastruttura fondamentale per la sicurezza nazionale. Tuttavia i singoli sforzi locali non sono più sufficienti e l’Italia ha l’urgente necessità di un Piano Energetico Nazionale pragmatico, privo di pregiudizi ideologici e capace di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti su più fronti correlati.
Risulta anzitutto evidente il controsenso ecologico ed economico di importare gas dall’estero, spesso con un impatto ambientale maggiore dovuto al trasporto e alla liquefazione, quando disponiamo di risorse nazionali che dovrebbero essere estratte in Adriatico immediatamente, al fine di integrare il fabbisogno e dare stabilità al sistema durante la fase di transizione. Al contempo, le lungaggini e i cambi di rotta istituzionali stanno affossando il futuro delle fonti pulite. In tal senso è emblematico il caso AGNES, col rischio di uno stallo di due anni per il progetto ravennate di eolico offshore a causa dell’intenzione ministeriale di rimodulare i decreti incentivanti.
Infine, un piano serio non può ignorare l’energia nucleare per integrare stabilmente il fabbisogno nazionale e garantire la continuità della fornitura, soprattutto per sostenere i carichi della digitalizzazione e della climatizzazione. Troppo spesso il dibattito pubblico italiano cita la Spagna come modello virtuoso di transizione e sviluppo delle rinnovabili, dimenticando però di ricordare che il paese iberico conta ben sette reattori nucleari attivi a garantire la sicurezza e la stabilità della propria rete elettrica.
I dati sui consumi elettrici ci dicono chiaramente che il tempo delle discussioni astratte è scaduto. Il clima cambia, le imprese e i cittadini usano più energia, e la rivoluzione dell’IA richiederà una potenza di alimentazione mai vista prima. Il Paese ha bisogno di una strategia totale che difenda e sblocchi i progetti strategici locali come AGNES dalle modifiche legislative penalizzanti, riprenda le estrazioni nazionali e investa sul nucleare di nuova generazione per evitare di restare al buio e salvare il nostro tessuto produttivo.
Spetta al governo e alle forze politiche che lo rappresentano l’onere di proporre e attuare un piano energetico strutturato, mentre alle forze di opposizione spetta il dovere di criticarlo e correggerlo nel merito delle sue soluzioni tecniche ed economiche, e non per preconcette impostazioni ideologiche. Servono pragmatismo per l’esecutivo e realismo per tutte le forze politiche perché insieme, con laicità di approccio e senza dogmi, si approvi rapidamente un piano industriale dell’energia che metta al primo posto la sicurezza, la stabilità delle reti e la competitività del Paese.
In fondo, la necessità di legare lo sviluppo economico alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico, respingendo ogni demagogia, è una lezione che appartiene al nucleo storico della nostra cultura politica. Durante la drammatica crisi petrolifera del 1973, nel pieno dello shock transnazionale e delle domeniche a piedi dell’Austerity, Ugo La Malfa fu il primo a denunciare con severità l’illusione di un modello di sviluppo che ignorava la vulnerabilità strutturale delle nostre forniture estere. Contro i facili ottimismi e le risposte d’emergenza della politica del tempo, La Malfa invocò una politica di programmazione energetica rigorosa e laica, ricordando che la libertà e la competitività industriale di una democrazia si difendono anzitutto garantendo l’autonomia e la solidità delle sue reti. Ieri come oggi, di fronte a nuove minacce geopolitiche e a consumi record, quel richiamo repubblicano alla realtà e al dovere della lungimiranza nazionale resta l’unica strada percorribile per non condannare il Paese al declino.
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