Il concetto di democrazia moderna viene definito da Alexis de Tocqueville in piena Restaurazione. “Una tirannide della maggioranza”, tale che bisogna fissare dei limiti al potere popolare. Per quanto Tocqueville fosse un eminente reazionario, il più celebre del suo tempo, tanto da oscurare fenomeni come Chateaubriand e De Maistre, egli era davvero pertinente della questione. L’idea di dare un limite alla democrazia, poi, non era sua, era di Emanuele Kant, che vedeva nel tentativo repubblicano in Francia del 1793, la necessità di sottoporre alla legge la furia popolare. Il denigrato giacobinismo non coincide con la sanculotteria. Al contrario, i giacobini, tutti in maniera diversa, difendevano le prerogative del parlamento e della legge. Kant è il teorico giacobino per eccellenza, tanto che Siéyés, da presidente della Convenzione andò in Prussia clandestinamente e in piena guerra, per sottoporre al filosofo di Koenisberg il progetto costituzionale a cui stava lavorando.
Un esperto in Italia è sicuramente il professor Sabino Cassese che già nel 2017 aveva scritto La democrazia ed i suoi limiti. Oggi sul Corriere della sera, Cassese prende con grande aplomb il crollo della partecipazione referendaria. Anche se c’è fra i costituzionalisti chi convinto che il voto come “dovere civico” si estenda anche ai referendum, Cassese sottolinea, per l’appunto, la necessità del quorum. Questa depone a favore della libertà di recarsi o non recarsi alle urne. Alzare, o anche abbassare questo quorum, sarebbe un po’ come voler porre il popolo contro se stesso. In Repubblica il cittadino mantiene un parlamento per svolgere il lavoro legislativo. Ha tutto il diritto di occuparsi delle sue faccende private. Ecco la grande eredità giacobina dimenticata, l’individuo va preservato dagli obblighi imposti dello Stato. Saint Just, vagheggiava di poter presto riposarsi nella sua capanna come il condottiero romano Fabrizio alla fine della guerra. La mobilitazione popolare permanente. non ha a che fare con il giacobinismo, semmai con il maoismo.
“Se mi viene proposto un referendum – aveva detto Cassese ospite de La 7 la settimana scorsa – tra monarchia o repubblica, o divorzio o aborto, questa è una cosa che coinvolge tutta la collettività”. I cinque quesiti referendari dell’otto giugno scorso entravano invece in questioni troppo specifiche per poter coinvolgere un vasto elettorato. Semplice. Cassese aveva dunque sottolineato tempestivamente “una manipolazione nell’uso dello strumento referendario” che lo sviliva. Il referendum diventava un elemento della contrapposizione tra maggioranza e minoranza e non più uno strumento di democrazia diretta. Non c’è bisogno che il popolo debba essere interrogato su tutto. C’è un personale politico apposito ed un luogo deputato con i compiti di svolgere la sua funzione. La democrazia rappresentativa è il limite principale al puro potere popolare
C’è sempre un modo di far partecipare i cittadini alla vita referendaria e non ha niente a che fare con la raccolta delle firme, o le modifiche al quorum. Basta formulare dei quesiti semplici, comprensibili immediatamente e che riguardano le convinzioni popolari più profonde. Altrimenti se si vuole un suffragio sul governo prima della scadenza della legislatura, si proponga un’elezione di metà mandato, come fa la democrazia americana che non perde tempo e soldi in referendum.
Domaine de Vizille, Museè de la Révolution Française







