Roberto Lacchini ha commentato per la voce repubblicana, l’anniversario della scomparsa di Ugo La Malfa
Nel giorno in cui si ricorda la scomparsa di Ugo La Malfa, la memoria non può ridursi a un esercizio rituale. Deve, piuttosto, farsi occasione di riflessione su ciò che la sua figura ha rappresentato per la vita pubblica italiana: un richiamo esigente, talvolta scomodo, al primato della verità nella politica.
La Malfa apparteneva a una generazione che aveva conosciuto il crollo dello Stato liberale, la tragedia della dittatura e la rinascita repubblicana. In quel passaggio storico, egli maturò una convinzione destinata a segnare tutta la sua azione: la politica non è gestione del consenso a ogni costo, ma assunzione di responsabilità davanti alla realtà. Dire la verità al Paese, anche quando è difficile, anche quando è impopolare, è il primo dovere di chi esercita funzioni pubbliche.
Nel suo pensiero, profondamente radicato nella tradizione laica e repubblicana, la verità non era un ornamento retorico, ma una condizione della libertà. Senza verità, la democrazia si svuota e si riduce a una competizione di illusioni; senza verità, il cittadino non è più soggetto consapevole, ma destinatario passivo di promesse irrealizzabili. Per questo La Malfa non temeva di richiamare il Paese ai limiti delle proprie risorse, alla necessità del rigore, alla responsabilità nelle scelte economiche e istituzionali.
Il suo europeismo, lucido e non retorico, si nutriva della stessa esigenza: collocare l’Italia dentro un orizzonte di regole condivise, sottraendola alla tentazione dell’improvvisazione e del particolarismo. Anche in questo, la verità rappresentava un vincolo e una guida: riconoscere interdipendenze, accettare discipline comuni, rinunciare alla scorciatoia del facile consenso.
In un tempo in cui la politica appare spesso incline a inseguire l’immediatezza e la semplificazione, la lezione di La Malfa conserva una forza singolare. Egli ricordava che il linguaggio pubblico non è neutrale: può elevare o degradare la vita democratica. La verità, per lui, non era mai separabile dal rispetto per i cittadini, dalla loro intelligenza, dalla loro capacità di comprendere anche le scelte più difficili, se spiegate con chiarezza e onestà.
Non si trattava di moralismo, né di una visione astratta della politica. Al contrario, La Malfa era pienamente consapevole dei conflitti, degli interessi, delle mediazioni che attraversano ogni sistema democratico. Ma proprio per questo riteneva che senza un ancoraggio alla verità, ai dati, ai vincoli, alle conseguenze reali delle decisioni, la politica rischiasse di perdere se stessa, trasformandosi in esercizio di pura tattica.
Ricordarlo oggi significa interrogarsi sul rapporto tra etica e responsabilità pubblica. Significa chiedersi se la democrazia italiana sappia ancora riconoscere valore a chi non promette ciò che non può mantenere, a chi rifiuta la scorciatoia della menzogna utile, a chi considera il consenso non un fine assoluto, ma il risultato di una relazione fondata sulla fiducia.
La Repubblica, per essere tale, ha bisogno di istituzioni solide, ma anche di una cultura politica all’altezza delle proprie ambizioni. In questa prospettiva, la figura di Ugo La Malfa resta un punto di riferimento: non per essere imitata in modo acritico, ma per essere compresa nella sua radicale coerenza.
Il dovere della verità nella politica non è un ideale del passato. È una necessità del presente. E forse, oggi più che mai, una promessa per il futuro.
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