Donald Trump ha vinto le elezioni promettendo la pace in Ucraina, non una pace giusta. Una pace giusta non sarebbe nemmeno il congelamento del fronte. L’Ucraina non è la Corea. L’Ucraina è uno Stato sovrano che comprende l’intero Donetsk e la Crimea. La restituzione del Donetsk e della Crimea, non sarebbero ancora una pace giusta. Occorrerebbe anche portare a processo la cricca del Cremlino che ha deciso l’aggressione con le imputazioni di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Infine, bisognerebbe sanzionare tutti i soggetti internazionali che hanno supportato questa brigata di assassini, più o meno gli stessi che hanno macellato la popolazione civile di Grozny e di Aleppo, prima di quella di Bucha.
Per fare tutto questo, che ancora si potrebbe fare, non ci vuole il mandato di Trump, ovvero la promessa della pace, ma una guerra più dura di quella che finora si è visto. Servirebbe, insomma, che l’America schierasse le truppe e inviasse la flotta e valutasse l’opzione nucleare. Tutte ipotesi che sono ancora presenti in questa situazione in cui si leggono le dichiarazioni di chi ci spiega che Trump è allineato a Putin. Non fosse che Trump dovrebbe presentarsi alle reti televisive statunitensi per dire, vi ho promesso la pace, devo fare la terza guerra mondiale. Trump sarebbe in una posizione peggiore di Lyndon Johnson che per evitare il conflitto in Indocina voleva trattare con Ho ci min, per poi inviargli contro trecentomila soldati. Putin infatti è peggio persino di Ho ci min.
Gli europei che contano qualcosa in questa vicenda, non il governo italiano che brancola nel buio, stanno facendo un’osservazione dettata dall’esperienza dei loro rapporti con Putin. Va bene, lasciamogli tutto il Donbass e quello ce lo ritroviamo ad Odessa. Esatto, questo è quello che potrebbe accadere e quindi la guerra sarebbe inevitabile perché se si lascia Odessa, Putin arriva anche a Kyiv. Perché allora tutta questa resistenza compiuta in tre anni? Tanto valeva lasciare ai russi la strada spianata dal primo momento e pazienza se avessero compiuto una epurazione di massa, che sarebbe stata comunque inevitabile. Almeno trenta milioni di Ucraini odiano i russi e giustamente.
L’unica obiezione agli Stati europei che contano qualcosa, non il governo italiano quindi, è che la situazione politica internazionale dal 2022 è completamente cambiata. Come si legge nel documento di sicurezza della Casa Bianca, la Russia non è più una minaccia diretta. La Russia ha perso la Siria, un capolavoro della geopolitica statunitense che supera quello del riposizionamento dell’Egitto, perché ora la Russia non conta più niente in medio oriente. Con il nuovo governo siriano si è messo in ginocchio il vecchio iraniano, il principale alleato di Putin nell’area e mentre le piazze europee si riempivano di milioni di cittadini con le bandiere palestinesi, Trump aveva cancellato la prospettiva di uno Stato palestinese lasciando ad Israele l’egemonia politica militare della Regione con tutti gli sceicchi ben felici di questa soluzione. Nessuno più se lo ricorda ma lo stato palestinese era un’invenzione del nazionalsocialista Arafat, alleato dei russi, il secolo scorso. Per l’Islam la Palestina era un mandato.
Il tracollo in medio oriente di Putin avvenuto mentre stava cercando di conquistare le rovine di Povrovsk, anticipa la fine del sogno africano della Russia. Senza basi nel mediterraneo tutti gli sforzi compiuti, dal Sudan, al Niger, al Mali, sono prossimi a naufragare. Per cui Putin ridimensionato potrebbe essere felice di scamparla e finalmente fermarsi semplicemente salvando la faccia. Eviterebbe il disastro facendo la parte del liberatore del Donbass dai nazisti ucraini. Ce ne vuole per accettarlo, ma questa è l’opzione della pace possibile. Altrimenti si dice a Trump che è un rimbambito e ci si prepara alle conseguenze. Inglesi, francesi e tedeschi, sono perfettamente in grado di proseguire la guerra sino alla vittoria, Putin, ha artigli solo contro chi non ha armi.
Museo mazziniano del Risorgimento di Genova







