Il filosofo romeno-americano Costica Bradatan, nel suo libro Morire per le idee (Le vite pericolose dei filosofi, tr. it. di O. Ellero, il Saggiatore, Milano 2025, pp. 300) inizia formulando un paradosso. Poiché la repressione dell’autonomia di pensiero è antica almeno quanto lo è la stessa capacità riflessiva, si può dire, in un certo senso, che è proprio l’oppressione – o anche solo la minaccia di essa – ciò «che tiene vivo e vigile il pensiero. Potenzialmente, ancor peggiore di una società in cui i pensatori vengano perseguitati per le loro idee è una in cui non lo siano – una in cui abbiano finito per diventare irrilevanti. Forse il massimo complimento che una società intollerante può fare all’autonomia di pensiero è quello di opprimerla». È così che, se la persecuzione è il prezzo che deve pagare chiunque voglia esprimere liberamente le sue idee, in ogni situazione in cui ciò non è possibile, tutte le storie di oppressione del pensiero che si sono succedute nel tempo, da Socrate ai nostri giorni, sono sì drammatiche, ma costituiscono certamente degli esempi per noi altamente istruttivi.
La morte per le idee spesso è qualcosa che caratterizza profondamente la vita di un filosofo o di un grande uomo. E sì perché, in questi casi, la prima, imprimendo un marchio di compiutezza sulla seconda, dà il via alla sua conversione in leggenda. «La morte, a quanto pare, non sempre comporta la negazione della vita: talvolta ha la paradossale capacità di rafforzarla, di intensificarla al punto da dare […] nuova vita alla vita stessa. La presenza della morte può instillare nei vivi un rinnovato amore verso l’esistenza; anzi, una sua più profonda comprensione». In una parola, «la vita ha bisogno della morte per autorealizzarsi».
La filosofia, per l’uomo che accetta di morire per amore delle sue convinzioni, si presenta così come uno stile di vita, un ideale da incarnare, come un modo di imparare ad affrontare proprio la morte: un modo il cui massimo esempio è costituito da Socrate, stando al racconto che ce ne dà Platone nel Fedone, dove la morte viene inscritta appunto nella definizione stessa della filosofia, qualificata come un’arte di vivere solo nella misura in cui essa è anche, e soprattutto, un’arte di morire. Socrate che, dialogando per tutta la sua vita, aveva cercato di persuadere gli altri attraverso le parole, con la sua morte, mette in atto una strategia di persuasione decisamente più duratura ed efficace, a tal punto che, ancora oggi, egli viene ricordato, più che per quello che fece in vita, per il modo in cui morì. Certamente, casi di questo tipo col tempo si sono fatti sempre più rari, ma, ogni volta che si verificano, lasciano un segno profondo su chi viene dopo. Di conseguenza, ci sono filosofi che hanno prodotto senz’altro effetti maggiori dopo la loro morte che quando essi erano in vita.
Bradatan passa ad analizzare la concezione della morte di Montaigne, un pensatore che, in età moderna, si ricollega alla tradizione antica della filosofia come arte di vivere. Il tema della morte è connesso strettamente con l’opera della sua vita: i Saggi. Nel senso che questi ultimi, a cui lavora fino alla fine dei suoi giorni, sono per lui un modo di elaborare il lutto dovuto alla perdita prematura del suo più caro amico. In più, un tale tema è anche quello che ricorre con maggiore frequenza in essi. E se è così, ciò è soprattutto per un motivo: la morte non va affrontata, come si fa comunemente, rifiutandola e avendone terrore, ma appunto familiarizzandosi quotidianamente con essa, per privarla in tal modo del maggiore vantaggio che ha su di noi, quando, sopraggiungendo come un fatto sconosciuto, ci trova sempre impreparati ad accoglierla.
Dopo Montaigne, il passaggio successivo è costituito dalla riflessione sulla morte di Heidegger in Essere e tempo. Bradatan prospetta in questo modo il rapporto fra i due filosofi sul tema in questione: se il primo ci ammonisce che, per vivere meglio, bisogna «lasciar entrare la morte nella nostra vita», il secondo invece, radicalizzando questo assunto, giunge ad affermare che tutto ciò non è necessario, perché la morte fin dal primo momento della vita è con noi: essere umani significa “essere-per-la-morte”. «La morte è sempre più completa della vita. Quest’ultima non è altro che un passaggio da una condizione a un’altra, la morte è un completamento: una conclusione, ma anche una realizzazione». Al riguardo, Heidegger imposta un’analogia fra il nostro andare inesorabilmente verso la morte e il processo di maturazione di un frutto. Se quest’ultimo può dirsi propriamente tale solo quando è maturo, ne viene la conclusione paradossale secondo cui esso, appena raggiunta la maturazione, di fatto, è già marcio.
Passando poi ad analizzare l’incidenza che il corpo ha nei filosofi che muoiono per le idee, Bradatan afferma: «il fatto di sacrificarsi per le proprie idee non presuppone il corpo di per sé, ma un corpo che muore», ossia un corpo che, venendo a mancare, si offre come qualcosa che intende lanciare un messaggio a chi resta. Nel caso di Giordano Bruno, ad esempio, la morte sul rogo che gli viene inflitta è, in fondo, quanto più si conforma proprio a quella visione panteistica dell’universo che lui difendeva e per cui il tribunale dell’Inquisizione lo aveva condannato. Secondo la sua stessa filosofia infatti «la morte non poteva annientarlo, solo cambiarne la condizione ontologica: il fuoco era riuscito esclusivamente a farlo dissolvere nell’aria». Un altro esempio chiamato in causa è quello di Simone Weil, la quale, pensando che l’uomo occupa nel mondo un posto che non gli appartiene, per tutta la sua vita non ha fatto altro che morire, fino all’ultima ora di essa, in cui si spegne sì in quanto malata di tubercolosi, ma, di fatto, per rifiuto volontario di mangiare. In sostanza, «ciò che la fame ci fa capire è la nostra condizione di creature», mentre ciò che l’astenersi da essa «ci permette di realizzare è l’autotrascendenza». Un principio, questo, che ha ispirato anche il programma di protesta, basato proprio sul digiuno, portato avanti da Gandhi.
Nell’ultimo capitolo del libro, Bradatan afferma: «Nella questione del “morire per le idee”, vincere significa, per definizione, morire. La vittoria consiste nel mettere in atto la propria morte al meglio delle possibilità, rendendola significativa al massimo per gli altri, e riuscire a trascenderla al punto che qualcosa di nuovo scaturirà da questa esperienza. Ecco che cos’è innanzitutto il martirio, sia esso di natura religiosa, politica o filosofica». Ebbene, un esempio perfetto di martire è stato, in tal senso, proprio Socrate, stando al modo in cui, nell’arringa difensiva che conduce nel processo intentato contro di lui, “mette in scena”, imperturbabile, lo spettacolo della morte a cui va incontro e che, in una certa misura, si cerca. Egli infatti, in attesa dell’esecuzione capitale, parlando con serenità della morte, nel circolo di amici e allievi che lo circondavano, finisce il suo discorso proprio bevendo la cicuta e morendo. Se ne può ricavare così la conclusione secondo cui ciò che i martiri-filosofi fanno è di «spingere al limite il processo di individuazione. […] Ed è proprio questo a rendere unico il loro progetto. Il compimento della morte di un martire è una vetta che pochi progetti di automodellamento potranno mai raggiungere».







