Pierre Zanin della Direzione nazionale ci ha inviato il seguente articolo
Le previsioni della finanza pubblica contenute nel Documento di finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri il 22 aprile 2026 (DFP 2026) sono molto chiare: la spesa per interessi delle Amministrazioni pubbliche è destinata a crescere già dai prossimi anni, passando dai circa 95 miliardi del 2026 a oltre 100 miliardi nel 2027, oltre 106 miliardi nel 2028 e più di 111 miliardi nel 2029. È il prezzo che l’Italia paga per il suo enorme stock di debito e per il progressivo rinnovo dei titoli che lo rappresentano a condizioni di mercato più onerose.
È evidente che ogni miliardo destinato a pagare interessi è un miliardo che non può essere destinato a scuola, ricerca, infrastrutture, sanità, riduzione delle imposte sul lavoro o investimenti produttivi. Un dato, in particolare, merita di essere sottolineato. Nel 2026 la spesa per interessi delle Amministrazioni pubbliche sarà di circa 95 miliardi, mentre quella destinata all’istruzione scolastica e universitaria sarà di circa 84 miliardi. Come sottolineato dalle analisi della Banca d’Italia, l’Italia è l’unico Paese dell’Eurozona in cui il costo annuale del servizio del debito è sistematicamente equivalente o superiore alla spesa pubblica complessivamente destinata al capitale umano e all’istruzione.
Nel frattempo, l’Unione europea ha già previsto significativi margini di flessibilità nel nuovo Patto di stabilità e crescita: prima per sostenere l’aumento della spesa per la difesa e, nel 2026, anche per interventi di sicurezza energetica, all’interno di un quadro che deve preservare la sostenibilità delle finanze pubbliche. La clausola di salvaguardia nazionale mantiene un limite complessivo dell’1,5% del PIL e, per l’energia, prevede limiti specifici dello 0,3% annuo e dello 0,6% cumulativo.
Chiedere oggi ulteriori margini di deficit oltre quelli già previsti significa muoversi nella direzione opposta. In un momento nel quale i mercati stanno tornando a chiedere un premio più elevato per finanziare il debito italiano, una politica fiscale più espansiva può alimentare aspettative di ulteriore indebitamento e contribuire, nel tempo, a mantenere più elevato il costo del finanziamento. È proprio per questo che riteniamo necessario rispettare il percorso di rientro concordato con le istituzioni europee (PSB: 2025-2029), utilizzando la flessibilità già prevista per le finalità per le quali è stata concepita, senza trasformarla in uno strumento per finanziare nuova spesa corrente.
Nel corso della legislatura, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dimostrato il merito di mantenere una linea di forte attenzione alla sostenibilità dei conti pubblici. Il miglioramento del deficit e la maggiore credibilità riconosciuta dai mercati hanno contribuito a creare condizioni finanziarie più favorevoli per l’Italia. In questo quadro, naturalmente, l’andamento dello spread è dipeso e dipende da numerosi fattori internazionali: basti pensare all’aumento della spesa pubblica deciso dal governo tedesco o alle difficoltà di bilancio di Francia e Spagna. Proprio per questo, in questa fase, sarebbe un errore disperdere il capitale di credibilità costruito negli ultimi anni.
L’Italia rimane uno dei Paesi più indebitati dell’Unione: nel primo trimestre 2026 il rapporto debito/PIL era al 138,9%, secondo soltanto a quello della Grecia.
Per questo, alla vigilia della legge di bilancio e dell’ultima fase della legislatura, riteniamo che la prudenza sui conti pubblici non sia una questione di austerità ideologica, ma di responsabilità verso chi oggi paga le tasse e si aspetta servizi pubblici efficienti, e soprattutto verso le generazioni future. Auspichiamo che la maggioranza mantenga questa consapevolezza e che le forze che la compongono ascoltino gli inviti alla prudenza del ministro dell’Economia.
La credibilità finanziaria conquistata in questi anni è un patrimonio da difendere, non una risorsa da spendere per il consenso del momento.
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