Senza voler nemmeno commentare gli aspetti tecnico politici della nuova legge elettorale, appare spropositata la retorica che l’accompagna. L’esponente di Fratelli d’Italia, l’onorevole Donzelli, ha celebrato il successo ottenuto in Aula, dicendo che così si sarebbe entrati nella Terza Repubblica. Curiosa idea del sistema politico italiano. Se le Repubbliche si succedessero a secondo del mutamento delle leggi elettorali, bisognerebbe rifare i conti. Superato il vecchio proporzionale, ecco il Mattarellum, il Porcellum, il Rosatellum e sempre che non ce se ne scordi qualcuna, saremmo almeno alla Quinta Repubblica, non alla Terza. L’Italia in trent’anni avrebbe compiuto un percorso evolutivo che la Francia ha fatto in due secoli. Un balzo da giganti, complimenti.
Tale formidabile evoluzione avviene solo nella testa dell’onorevole Donzelli e dei suoi colleghi. Per compiere un autentico passaggio dell’ordinamento repubblicano, la Francia, appunto, avrebbe dovuto insegnarcelo, serve una nuova Costituzione, non una nuova legge elettorale. Lo dimostra il tentativo, ad ogni legislatura, di una qualche grande riforma, che fallisce miseramente. Meloni doveva fare l’ambiziosissimo premierato e miserella si è accontentata di indicare il premier, che non esiste nel nostro ordinamento, fra l’altro, sulla scheda elettorale. Berlusconi fece lo stesso senza disturbare le Camere. Non entreremo affatto nella Terza Repubblica, così come mai ne abbiamo iniziato una Seconda. Siamo ancora immersi nel processo di demolizione della Prima con una Costituzione vecchia di ottant’anni scritta da partiti che quasi non esistono più.
Se ne sentono di cotte e di crude. La Schlein che chiede al presidente del Consiglio la data del voto, prerogativa esclusiva del Capo dello Stato. Conte che blatera dell’articolo 11 ignorando i due commi successivi che lo compongono. Premesso che nella lingua italiana il ripudio della guerra non esclude l’essere costretti a farla, pesa anche la storia patria. La Repubblica è nata da un conflitto armato. Vige l’articolo 87, quart’ultimo comma. “Il Presidente della Repubblica dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere”. Avesse mai ragione Conte, nel caso, bisognerebbe chiamare i carabinieri, che pure sono sotto il comando di Mattarella, stesso articolo stesso comma, per arrestarlo.
La confusione, l’improvvisazione, una smodata ignoranza inducono a credere che la stabilità dei governi dipenda dalle leggi elettorali. Questo non è così nemmeno più in Inghilterra dove il maggioritario purissimo ha consentito la formazione di cinque diversi governi negli ultimi sette anni. Peggio che ai tempi dell’Italia di Rumor. E meno male che il maggioritario italico, insieme all’abolizione delle preferenze, doveva sottrarre la politica al ricatto dei partiti minori a cui pure secondo il dettato costituzionale è consentito presentarsi al voto dell’elettorato liberamente. Se tu volevi fare il partito dei pensionati, o dell’amore, perché no? Valevi i voti che prendevi nelle urne. Con il nuovo sistema i partiti minori sono moltiplicati, nascendo all’interno delle Camere, senza passaggio elettorale alcuno e sono diventati influenti erodendo i consensi della maggioranza stessa. Da Scilipuoti a Vannacci, in ogni legislatura si è ripetuto questo fenomeno degenerativo e nel caso si ripeterà anche domani. Inutile farsi troppe illusioni. Così come pur imponendo il presidente del Consiglio al capo dello Stato, vai a vedere se in tempo di magra non si ricomincerà la solita diatriba parlamentare. Servirebbe la clausola della sfiducia costruttiva per evitarlo, cosa che l’attuale maggioranza nemmeno sa cosa significhi, escluso il ministro Calderoli, oramai ammutolito.
Altro che Terza o Quinta Repubblica. Quando lasci marcire tanto a lungo la Prima, dati i miasmi che ne provengono, la stabilità ottenuta è putrida. Servirebbe una boccata di aria fresca.
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