Dopo una lunga, complessa, e difficoltosa gestazione, finalmente viene presentata in Parlamento la legge di bilancio. Le parole chiave che sicuramente caratterizzare la legge di stabilità 2023 (governo Meloni) sono: sostenibilità, fattibilità, attuabilità, minuzie, aleatorietà. È sostenibile perché porta un aumento del debito (21MLD) pari all’1,2% del Pil. Essa è fattibile perché per oltre il 60% degli interventi si ricollega a poste di bilancio in perfetta continuità con il governo precedente; si tratta in sostanza di un Draghi 2.0. È anche attuabile perché concretamente non fa altro che erogare spese correnti in vari rivoli e con dichiarate destinazioni: il parziale contenimento degli effetti negativi della forte inflazione, le riconoscenti elargizioni (i deprecati bonus?) alla “clientela elettorale” della destra-centro ,che tanto aveva premiato la leader di FdI.
Il riferimento alle minuzie discende dal dato che le elargizioni, dovendo soddisfare le esigenze di almeno tre partiti, risultano parcellizzate, e quindi inefficaci; essendo certamente la torta finanziaria da ripartire alquanto limitata. L’aleatorietà discende dalla farraginosità, complessità, e volatilità dei provvedimenti che dovrebbero garantire la copertura finanziaria. Non a caso viene esplicitamente evidenziato che il sostegno per la crisi energetica dispone di coperture limitate al primo trimestre 2023. Ciò premesso, il quesito spontaneo non può che essere: era questa la legge di stabilità necessaria all’Italia, in questo momento complesso, incidentato e con oscure prospettive? NO. Mancano totalmente gli investimenti e gli interventi finalizzati alla crescita, allo sviluppo , al sostegno della competitività del sistema Italia.
L’intervento quindi è RECESSIVO, anche se certamente non drammatico; ma comunque negativo e penalizzante per il Paese. L’intervento è recessivo, anche se è finanziato in deficit per oltre il 60% del totale, proprio perché è coperto attingendo ai mercati finanziari nel momento in cui il tasso di interesse passivo che viene a gravare sul nuovo debito (almeno il 4%) è di gran lunga maggiore rispetto all’indice di crescita del Pil per l’anno 2023, compreso tra 0,2% e 0,3%. E ciò anche ipotizzando valori ai massimi livelli per i coefficienti da utilizzare nella valutazione degli interventi pubblici. A tal proposito ricordiamo che gli interventi effettuati dal governo Draghi si svolgevano in una cornice di particolare vantaggio: i tassi passivi di interesse erano ai livelli minimi, mentre gli indici di crescita del Pil nazionale si attestavano a valori alquanto più elevati.
Nella legge di Stabilità i provvedimenti di spesa per 21MLD sono riservati agli interventi conseguenti alla crisi energetica, 5 MLD riservati per il prosieguo del cuneo fiscale, 2 MLD riservati al fondo sanitario nazionale, 1 MLD di interventi previdenziali (quota 103 e rivalutazione pensioni minime), 1 MLD per finanziamenti agli enti locali, 1 MLD per finanziare il fondo di garanzia dei prestiti alle PMI. Quindi sei interventi, per un importo complessivo pari a 31 MLD di euro, rappresentano il 90% del totale della spesa; ma circa il 70% di questi è finalizzato a contenere, come già detto, gli effetti negativi dei maggiori costi energetici. La restante quota di spesa (10%) viene “dispersa” in svariati rivoli (sempre minuzie) anche essi finalizzati alla premialità elettorale.
Ben più complessa si presenta la situazione relativa alla copertura finanziaria dei provvedimenti inseriti nella legge di stabilità; essa a (copertura) appare al momento del tutto aleatoria; con l’unica certezza relativa ai 21 miliardi da attingere al mercato finanziario; mentre per far fronte al fabbisogno dei restanti 14 MLD, il governo avanza delle ipotesi alquanto volatili, sia con riferimento ai dati quantitativi, che a quelli di fattibilità. Viene indicato un consistente provento dalla tassazione degli extra profitti, indicato come contributo provvisorio di solidarietà, che al momento non ha dato buone prospettive, visti i risultati conseguiti dal governo precedente; viene poi “rispolverata” la famigerata tassa sulle bevande saccarifere, sulle plastiche, e su altre amenità del genere. Per non sottacere poi che il governo punta a fare cassa attraverso interventi che tendono ad intaccare le disponibilità finanziarie riservate ai più deboli ed ai meno abbienti, quali interventi sulle pensioni (non applicabilità della rivalutazione su una fascia di pensionati, limitazioni nell’utilizzo del prepensionamento per la categoria opzione donna), nonché sulla limitazione al 31/8/2023 dell’erogazione del reddito di cittadinanza per i cosiddetti “collocabili”, con la motivazione che per questi si dovrebbe provvedere attraverso un intervento di riqualificazione al reinserimento produttivo. Senza peraltro aver preventivamente effettuata una verifica di fattibilità tecnica, e senza aver al momento indicato quale risorse finanziarie aggiuntive vengono destinati per il progetto in questione.
Tutto ciò potrebbe innescare una fase di dialettica problematica con la commissione UE, che deve esprimersi sulla sostenibilità e sulla congruità delle previsioni ipotizzate dal governo. In questo contesto si inseriscono le argomentazioni dei principali rappresentanti della maggioranza di destra centro (Meloni e Giorgetti in particolare) che puntano, in modo fuorviante, a collocare le difficoltà complessive nella predisposizione di una efficace legge di stabilità nella limitata disponibilità temporale del governo, stante gli obblighi comunitari, quelli dell’incombente pericolo dell’esercizio provvisorio; ed indicando nei restanti anni della legislatura il pieno dispiegamento delle potenzialità realizzative del programma di governo. Ovviamente i tempi operativi sono risultati alquanto limitati, ma non certamente qualitativamente determinanti ai fini del risultato del prodotto finale. Io credo che i veri e più significativi impedimenti derivino dalla complessiva incompatibilità e sostenibilità del programma di governo con le condizioni della congiuntura economica, e con i valori delle grandezze macro economiche in atto nel paese; che è gravato da problemi di notevole rilevanza. Non ultimo, ma forse tra i più pregnanti, il macigno del debito pubblico. Sarei perciò portato a credere che le difficoltà per il governo a dare concretezza alle formulazioni programmatiche elettorali della coalizione potrebbero risultare ancora più accentuate nei successivi anni di vita della legislatura.







