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Più che la marcia su Roma i missini  giovani ricordavano Jan Palach

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
30 Ottobre 2022
in L'editoriale
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A cento anni di distanza dalla marcia su Roma il rimpianto più grande è che rispetto alla presa del palazzo di Inverno del 1917, questa era evitabile. Sarebbe bastato al re di tenere schierato l’esercito sulle vie consolari della capitale e la marmaglia fascista si sarebbe dispersa o avrebbe assaggiato la mitraglia. Vittorio Emanuele terzo fu un Luigi sedici a rovescio. Il Borbone odiò il marchese di Lafayette perché non schierò la guardia nazionale in difesa di Versailles per tempo, il Savoia chiese ai suoi generali di non sparare. Oggettivamente nessuno avrebbe potuto fermare il battaglione di riservisti a Pietroburgo che portò il partito bolscevico al potere, ma davvero non ci sarebbe voluto niente a sbaragliare i manipoli fascisti e probabilmente senza nemmeno quello spargimento di sangue che sarebbe stato necessario per fermare la marcia su Versailles dell’ottobre del 1789.

Sulla base dei nostri ricordi i giovani missini oggi al governo non facevano grande attenzione alla marcia su Roma e alle sue problematiche storiografiche. Dal 1969 il Fronte della Gioventù a cui appartenevano alcuni dei ministri del governo Meloni commemorava Jan Palach. Palach che si era immolato contro l’occupazione sovietica di Praga era un simbolo di libertà, non un Quadrumviro. E la sinistra digrignava i denti perché anche se lo giudicava un fascista cecoslovacco, più o meno come Putin parla di nazisti ucraini, era rimasta impressionata. Tanto che i giovani democratici avrebbero anche volentieri celebrato Palach, ma non potevano perché l’occidente davanti all’invasione sovietica non aveva fatto niente. La cortina di ferro impediva ogni intervento. Un modo certo per onorare tutti Palach è quello di non  consentire alla Russia di occupare l’Ucraina e non avremmo dubbio che Fratelli d’Italia sia più convinta di questo obiettivo dei suoi alleati che  magari ricordano più o meno meglio la marcia su Roma, ma sicuramente hanno dimenticato il sacrificio di Palach, quando parlano a sproposito delle sanzioni.

Non comprendere i passi che il movimento sociale dagli anni ’70 ha mosso necessariamente sul terreno delle libertà, non aveva potere alcuno, significa non capire la sua ascesa in questa legislatura opponendosi ai governi Conte. Con Draghi, lo si legge dalle dichiarazioni programmatiche del presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia è stata molto più comprensiva. Ciò non significa come ha detto pur qualcuno che l’agenda Draghi la voglia scrivere il nuovo governo, perché privi di Draghi non bastano le migliori intenzioni. Per cui questo governo non va valutato sulla presenza femminile, o sul tetto al contante ma sulla capacità di ridurre il debito come chiede la commissione europea. È questo il banco di prova del governo, perché se abbiamo capito che terrà fede agli impegni occidentali ed atlantici nel suo complesso, non sappiamo ancora se sarà capace di affrontare i problemi strutturali dell’Italia.

A questo punto la polemica retrospettiva sul fascismo conta piuttosto poco. Ognuno tiene in casa i busti che gli pare ed è un problema privato il suo, non pubblico. Il fascismo, lo scriviamo per chiarezza, è un orrore storico ingiustificabile e infatti il Msi venne sciolto sulla base della condanna morale del fascismo. E questa a suo modo rappresenta un’anomalia della storia italiana, considerando che il Pci venne pure sciolto precedentemente, nonostante i suoi appartenenti fossero ancora convinti della superiorità morale del comunismo.

Foto Svedectvi

Tags: marciaPalach
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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