Vi avverto, sto per infrangere il fondamentale comandamento che ogni trentino deve inderogabilmente rispettare: «Non parlerai mai male dell’Autonomia. Tanto meno lo farai di fronte ai “taliani”». Eppure eccomi qua a fare precisamente questo: commetterò il peccato capitale che nessun trentino compie mai a cuor leggero e che mi alienerà alcune amicizie. Sono qui a dire peste e corna della nostra Autonomia Specialissima. Lo faccio perché sono trentino, mitteleuropeo, ed anche italiano.
Scriverò della nostra Autonomia (che va scritta con la “A” maiuscola, altrimenti arrivano i fantasmi di De Gasperi e Gruber a schiaffeggiarti sulla mano), perché ultimamente il tema del federalismo è tornato nell’agenda politica nazionale, con i tentativi del ministro Calderoli di arrivare alle “autonomie differenziate” invocate da numerose regioni, soprattutto del Nord. In soldoni, si tratterebbe di assegnare alle regioni facoltà amministrative ulteriori e l’autonomia finanziaria per gestire da sé competenze attualmente in capo allo Stato centrale. Di nuovo una sorta di devolution (ancora tu? non dovevamo vederci più?), con la quale lo Stato decentra alcuni poteri a beneficio delle istituzioni regionali. L’ennesimo tentativo da copione leghista di federalizzare uno Stato non federalizzabile.
Dall’altra, emerge la preoccupazione dei meloniani, da sempre inclini a porre l’interesse superiore della Nazione (della quale solo loro sono supremi e unici numi tutelari, ça va sans dire, in una sorta di mistica totalitaria che confonde Patria e partito) come diga contro i localismi e i regionalismi, che costoro non capiscono e di cui diffidano. Per Fratelli d’Italia la direzione dev’essere la seguente: si fanno le autonomie solo se si fa il presidenzialismo, ovvero se si cambia la forma di governo, procedendo verso un rafforzamento dell’esecutivo nazionale.
Al netto delle proposte ancora fumose, emerge l’enorme problema ermeneutico di cui i leghisti soffrono da sempre quando si tratta di comprendere cosa significhi federalismo, devoluzione, autonomismo. Ciò che non riescono a capire è questo: il federalismo non è una riforma, nemmeno una riforma costituzionale. Il federalismo non si riesce a fare, non per resistenze politiche, o per le rimostranze dei governatori del sud, o per mancanza di volontà di chi sta nelle stanze dei bottoni: il federalismo non si riesce a fare perché il fatto se uno stato è federale o centralista, è qualcosa di iscritto nel codice genetico dello stato stesso ed è praticamente impossibile modificarlo. La Repubblica italiana è uno stato centralista per sua essenza costitutiva (e per Costituzione), mentre gli stati federali nascono come tali.
Facciamo un esempio noto: gli Stati Uniti d’America. Essi sono una comunità di stati quasi sovrani, che decidono di mettersi insieme e si riconoscono in un’autorità federale a cui sono gli stati a devolvere alcuni poteri. E questi poteri sono quelli che gli stati federati non possono o non hanno la convenienza a tenere per sé: essenzialmente politica estera, difesa comune e gestione delle dinamiche macro-economiche di scala globale. Simile è la situazione svizzera: i Cantoni, autenticamente sovrani, convergono verso un centro federale le cui competenze sono limitate. Dall’altro lato dello spettro vi sono gli stati centralisti, come la Francia o l’Italia: lì esiste uno stato centrale che decide se e come conferire alle sue articolazioni locali (regioni, province, dipartimenti e prefetture sono sempre espressioni dello stato) alcune competenze.
Per chiarire, immaginiamo un condominio: lo stato federale è quello in cui i singoli inquilini degli appartamenti decidono di mettersi insieme, eleggere un rappresentante condominiale e lasciargli alcune competenze, quelle essenziali e che non possono non essere condivise, come la pulitura delle scale o le relazioni con i condomini vicini perché “l’unione fa la forza”. Lo stato centralista è quello per cui prima esiste il condominio, poi esistono i vari inquilini, ai quali viene concesso un certo grado di potere gestionale, ma solo finché il condominio lo vuole. Non è una distinzione da poco ed occorre capirla molto bene. Un ottimo esempio in questo senso è la Spagna: prevede autonomie locali anche ampie, a patto che non pestino i piedi a Madrid, come si è visto quando la Generalitat catalana volle farsi un referendum per l’autodeterminazione, ricevendo per tutta risposta le bastonate (letterali) della Guardia Civil madrilena ai cittadini in fila ai seggi, la sgridata a reti unificate del Re che solitamente non apre bocca, l’incarcerazione o l’esilio dei suoi leader e lo scioglimento della sua assemblea regionale.
L’Italia repubblicana per sua natura costitutiva (e costituzionale) è un condominio del secondo tipo. Al massimo lo stato riconosce alcune autonomie speciali per ragioni eclatanti di difformità linguistica (Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia) o per il carattere insulare di alcune regioni (Sicilia, Sardegna). Si tratta sempre di eccezioni alla regola di base. Non per nulla ci sono regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale. Ordinario e speciale: occhio ai termini. Siamo di fronte ad un archetipo irriformabile: non si può trasformare uno stato centralista in uno federale attraverso un processo di riforme. Occorrerebbe rifondare totalmente lo stato. E qui viene comodo menzionare Carlo Cattaneo che immaginava un’Italia confederale, che nasceva dall’unione delle sue comunità storiche. Un processo che sarebbe stato preferibile, ma che non si è attuato ed è rimasto solo nei resoconti delle utopie risorgimentali di cui non si è poi vista concretizzazione.
Ed ora vengo al punto gustoso, quello in cui parlo maluccio della mia Autonomia, quella in cui abito in quanto trentino. Prima, una doverosa precisazione: i trentini non hanno mai rubato una lira o un euro per costruire la loro (presunta) prosperità. Teniamo sul territorio buona parte del gettito fiscale che produciamo e con quei fondi paghiamo moneta sonante le competenze che ci sono riconosciute. In sintesi, noi l’Autonomia ce la paghiamo e non viviamo a sbafo del contribuente italiano. La nostra eccellente Università, i poli di ricerca, il buono stato delle strade pubbliche e dei servizi, sono l’esito del lavoro dei trentini. Detto questo, per decenni esempio di autogoverno virtuoso, nel corso del tempo è cresciuta l’insofferenza del pubblico nazionale verso quello che viene percepito come un privilegio. «Perché il Trentino sì e il Veneto no?» ci domandano da Verona. In fondo anche il Veneto ha una tradizione di auto-governo: la Serenissima Repubblica si è governata da sé per mille anni con discreto successo.
Il perché il Trentino sia autonomo e altre aree italofone della penisola non lo siano è in effetti un piccolo enigma a cui non è facile dare risposta, a meno di non essere esperti cultori della storia dell’arco alpino. Ci sono alcune ragioni: anche in Trentino, nonostante la popolazione sia praticamente all’unanimità di lingua italiana, ci sono minoranze linguistiche, abbiamo i mòcheni, i cimbri, i ladini, che parlano lingue diverse dall’italiano. Si tratta di alcune migliaia di persone, a cui scommetto che nel ventunesimo secolo nessuno torcerebbe mai un capello per il fatto di parlare una lingua diversa, persino di volerla insegnare nelle scuole e di voler organizzare rievocazioni folcloristiche per tutelare il proprio retaggio culturale. Non ci vedo qui una grande ragione per rivendicare un’autonomia speciale. Per lo meno, nulla di paragonabile a quanto accade nel vicino Alto Adige, dove effettivamente abita un 70% di tedeschi. Poi c’è il nostro fantomatico retaggio “tirolese”, mito fondativo dell’autonomismo trentino e in quanto tale più affine alla leggenda che alla storia: secondo alcuni il Trentino e l’Italia sarebbero diversi perché noi, per quanto parlanti italiano, siamo stati per molto tempo inglobati nel Sacro Romano Impero, con una millenaria tradizione di auto-governo e forti legami culturali e politici con Innsbruck. Il che può essere vero, ma, come ho già scritto, questo non ci rende molto diversi dalla Repubblica di Venezia, dal Piemonte sabaudo o dalla Repubblica di Genova, che pure loro si governavano da soli avendo forti connessioni con le potenze straniere confinanti.
Insomma, l’Autonomia trentina si basa su fondamenta piuttosto vaghe e difficilmente comprensibili nel ventunesimo secolo. Però, uno può obiettare: «Almeno voi siete bravi, guardate in giro nel resto d’Italia, da voi c’è il buon governo». E su questo, le opinioni divergono: l’Autonomia trentina ha contribuito allo sviluppo di questa terra, se si pensa che negli anni Cinquanta era tra le province più povere d’Italia, essenzialmente agricola, trasformandola in un territorio dove la qualità della vita è ottima. Ma ancora una volta, lo stesso può essere detto per il Veneto: anche loro fino agli anni Settanta erano economicamente arretrati, poi hanno costruito il Veneto che conosciamo, una delle aree d’Italia maggiormente trainanti. Eppure loro non hanno mai avuto l’autonomia. Cosa ci rende così speciali? Io francamente non ne sono così sicuro e prego il lettore trentino di darmi una spiegazione diversa dal presunto retaggio tirolese o dalle mirabolanti imprese di quell’integralista di Andreas Hofer che si oppose a Napoleone.
Inoltre, quello del “buon governo” trentino è ormai uno stanco mito: nel corso degli anni sono emersi i clientelismi, la sudditanza ai potentati locali, l’incapacità di andare oltre alla promozione del folclorismo come unica identità. Per questo, a chi ci invidia per la nostra autonomia, da trentino dico: capisco la frustrazione, poiché la mancanza di un’autonomia fa in modo che i vostri rappresentanti locali debbano riferire in maniera molto più netta al potere centrale. È un male? Molte volte sì, ma altre volte le mani libere sono peggio. Alla fine, il cruccio è rappresentato dalla qualità della classe dirigente. Per decenni il Trentino è stato guidato da politici di prim’ordine, con una visione ambiziosa e futuribile di questa terra in origine contadina. Più di recente, la nostra Autonomia è diventata spesso un teatrino popolato da lobbisti di piccolo cabotaggio, industriali dello sci, rivenditori internazionali di mele e smerciatori globali di bolognini di porfido, qualche volta sotto inchiesta per infiltrazioni ‘ndranghetiste, segno che l’Autonomia non ci protegge dal male. Volete finire come noi? Non è un brutto destino, ve lo concedo, ma non è tutto oro ciò che luce, anche se produciamo le mele golden.
Insomma, per concludere: se autonomia per tutti dev’essere, in modo da creare una sorta di parodia sghemba e ridicola degli stati autenticamente federali, lo si faccia, ma prevedendo anche il rafforzamento del potere centrale. Se vogliamo scimmiottare gli Stati Uniti d’America, immaginando un’Italia composta di venti piccoli stati di dimensione regionale, non si dimentichi che negli States hanno nel presidente federale l’uomo politico più potente del mondo democratico. Ma anche qui sorge un dubbio: siamo proprio sicuri di volere l’autonomia per tutti? Abbiamo visto le regioni all’opera, autonomisticamente, nel corso della pandemia. Venti sistemi sanitari, venti risposte diverse e solo l’intervento a gamba tesa del governo centrale (che sembrò muoversi sulla scia di un pensiero del tipo: «Adesso si fa come diciamo noi, questa qui è una cosa seria, non si tratta di collocare liberamente primari e suorine nelle varie cliniche») ha evitato un disastro ancora peggiore di quello che si è purtroppo verificato. Insomma, l’autonomia va bene quando si tratta di questioni che possono essere distinte per il criterio di prossimità: politiche culturali, promozione del turismo, viabilità e parchi. Ma quando il gioco si fa duro – ed abbiamo visto con i nostri occhi quanto possa farsi duro questo gioco – occorre poter contare su uno Stato costituzionalmente forte e capace di dire ai suoi cittadini: «La Repubblica è una e indivisibile. I cittadini sono tutti uguali, soprattutto quando si parla di diritto alla salute, diritto ad un ambiente sano e sicuro, diritto all’istruzione, diritto al lavoro».
Foto Mortadelo2005 (Modifications made by Lkcl it.(Wikivoyage) | CC BY-SA 3.0







