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Splendore e grandezza di Randolfo Pacciardi

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
20 Dicembre 2022
in L'editoriale
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Lo studio della letteratura tedesca in Italia ha offerto una vena profonda e prolifica che da Ladislao Mittner in poi ha arricchito la nostra cultura di molto. Il professor Magris in particolare ha saputo esplorare come nessun altro il mito asburgico nel romanzo e nella commedia, lasciandoci pagine di indimenticabile bellezza. La differenza fra un Mittner ed un Magris è che Mittner non scrisse a memoria di argomenti estranei al suo campo specifico di studi. Magris che è un autore molto più versatile non necessariamente riesce a mantenere il rigore proprio del germanista di genio, negli infiniti soggetti su cui si cimenta. Il ritratto che ha offerto ieri sul Corriere della sera di Randolfo Pacciardi, sicuramente con le migliori intenzioni, è imbarazzante sin dal titolo. Pacciardi non fu “un eroe cinematografico” perché ispirò un personaggio di Casablanca di Michel Curtiz, esattamente come non fu personaggio cinematografico Napoleone perché  riprodotto sullo schermo da Abel Gance. Pacciardi è stato uno dei più grandi politici della storia italiana e definirlo come un fenomeno “autoritario”, o come “un avventuriero”, questo si è letto nell’articolo di Magris, semplicemente significa non sapere di cosa si sta scrivendo. “Autoritario” per Pacciardi non era il presidenzialismo statunitense, un modello che ha poco a che vedere con quello gaullista per la verità, perché si regge su una struttura federale degli Stati e su una forza delle camere dei rappresentanti che la Quinta Repubblica francese non possiede. “Autoritario” per Pacciardi era il centrosinistra dell’onorevole Moro, intanto perché portava nel governo una forza ancora stalinista con cui lui si era scontrato duramente in Spagna, Pacciardi riteneva che si sarebbe vinta la guerra se i socialisti non fossero stati alla guida del governo di Madrid accogliendo le folli direttive di Stalin, poi perché i tratti dirigisti del centrosinistra non li sopportava proprio. Pacciardi accusava la “programmazione” di non avere significato alcuno se non quello del linguaggio mussoliniano.

Soprattutto, questo il tratto politico distintivo, Pacciardi presagiva una tragedia che si sarebbe consumata nel paese a seguito di un accordo politico fra forze diverse ed opposte che si sarebbe ritorto direttamente sullo stesso onorevole Moro. Possiamo dire che Pacciardi sbagliò il contesto ma non la dinamica. Moro che passò indenne l’apertura allo Psi, non sopravvisse all’apertura al Pci. Sopravvisse invece Pacciardi fuori dal partito, bollato come appunto lo descrive Magris, facile bersaglio delle frustrazioni di una politica italiana che girava a vuoto. Non c’è da temere che questo preoccupasse molto Randolfo. Italo Balbo lo aveva già definito un “avvocaticchio di Grosseto”, figura in cui non c’è nulla di avventuroso e per tutta risposta venne sfidato a duello. Pacciardi fu costretto ad una rocambolesca fuga sui tetti per non venir arrestato, ma è ovvio che avrebbe preferito restare in poltrona con le sue carte. Il suo avventurismo, si chiama antifascismo, qualcosa che la società italiana degli anni 20 del secolo scorso faceva fatica a comprendere. Randolfo soffriva molto del ricordo di quando se la diede a gambe levate per non finire in galera con la scusa del duello, in compenso a Guadalajara ebbe la sua rivincita su chi lo aveva costretto ad abbandonare il paese. La mortificazione di Mussolini a Guadalajara è stata tale da segnare l’intera epopea bellica che la segue.

Abbiamo conosciuto Randolfo solo alla fine delle sue peripezie, dopo esser rientrato nel partito nel 1979, cioè ad ottanta anni. Si pensò che egli rientrasse nel Pri, cosa che Magris dimentica di citare, perché vecchio e vinto. Non si comprende e non si fa comprendere la parabola politica ed umana di Pacciardi senza ricordare la sua morte nel partito. A legger Magris uno pensa che sia morto su un’isola deserta andando a pesca, quando Pacciardi, con un piede nella tomba, sosteneva l’uscita del Pri dal governo Andreotti, marzo 1991, ultima dichiarazione resa alle agenzie. Pacciardi era rientrato nel Pri perché convinto che fosse La Malfa lo sconfitto con il suo centrosinistra fallimentare e non lui. Altresì riteneva che il partito repubblicano, appresa l’amarezza e la consapevolezza di La Malfa nell’essersi illuso sulle capacità dei socialisti, quanto ai comunisti questi si erano già persi per strada, aprisse una nuova stagione politica. Bisognava solo sbarazzarsi del pentapartito per farlo. Pacciardi indicò una prospettiva democratica pura al Pri e avrebbe voluta prenderla fin dalla crisi del governo Craxi. Qui effettivamente venne sconfitto politicamente, il Pri rimase nel governo Craxi. Poi sappiamo la fine che fece Craxi ed il Pri che lo sostenne.

galleria fotografica della Camera dei deputati

Tags: magrisRandolfo
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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