C’è un limite oltre il quale la politica smette di essere esercizio di responsabilità e diventa teatro di reazioni tardive, quando non apertamente opportunistiche.
La recente presa di distanza di Giorgia Meloni da Donald Trump non solo si colloca esattamente su quel crinale ma rivela molto più per ciò che è stato taciuto fino a ieri che per quanto viene dichiarato oggi.
C’è infatti qualcosa di profondamente rivelatore, e al tempo stesso inquietante, in questa distanza improvvisamente esibita e non per ciò che si dice oggi, ma per ciò che non si è detto prima.
Infatti, se il discrimine diventa il gesto, l’aver “toccato il Papa”, allora si esce dal terreno della valutazione politica. Si entra in quello, assai più scivoloso, dell’opportunismo simbolico.
Perché il problema non è la distanza, che resta sacrosanta, ma è il momento, e soprattutto la motivazione che la determina.
Che cosa è cambiato davvero? Le politiche di Trump sono forse diventate più aggressive o più divisive solo adesso? Sono diventate improvvisamente incompatibili con la cultura democratica occidentale? No. Sono rimaste coerenti con se stesse nel tempo, nel bene e soprattutto nel male!
Ed è proprio per questo che chi scrive, anche dalle colonne de La Voce Repubblicana, non ha mai esitato a criticarle. Non per appartenenze o identità, ma per la loro sostanza politica, per il loro impatto sulle istituzioni, per il loro portato illiberale.
E allora sorprende, ma fino a un certo punto, che per la “donna, madre, cristiana” sia stato necessario un gesto simbolico, quasi sacrale, per accorgersi dell’inquietante deriva trumpiana.
Ci si chiede se fosse davvero indispensabile che Trump arrivasse ad attaccare Papa Leone XIV perché scattasse un sussulto di dignità politica in Meloni, magari spronata anche da chi, nello stesso momento, invocava “il buon Dio e la Madonna”, spostando il discorso pubblico su un piano più devozionale che istituzionale.
Il quadro che ne emerge richiama più il clima del pontificato di Papa Pio IX che non quello di una democrazia europea matura.
Senza neppure scomodare la Costituzione vigente, sulla quale pure si è giurato, basterebbe ricordare un precedente storico; un riferimento che una “donna del popolo romano” dovrebbe conoscere di default. Infatti, in quella rivoluzione democratica di popolo che fu la Repubblica Romana del 1849, la sua Costituzione fissava già all’Articolo 1 un principio altissimo: la laicità dello Stato e le guarentigie al pontefice.
Un equilibrio moderno, che separa e al tempo stesso tutela, senza mai confondere il piano religioso con quello politico.
Non si tratta di archeologia costituzionale ma di coerenza e della capacità di mantenere una linea anche quando non conviene. In definitiva, di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è semplicemente utile.
E invece assistiamo a una reazione che si muove nella direzione opposta dove non emerge la difesa dei principi, ma la risposta a un simbolo violato. Ed è proprio questo scarto a rendere fragile la posizione della Presidente del Consiglio.
Perché la laicità non è indignazione selettiva dove le guarentigie non sono un riflesso condizionato, ma è la bussola che deve orientare ogni scelta, soprattutto nei rapporti internazionali.
A questo punto il problema si allarga perché Trump non è soltanto una questione di stile o di gesti, ma diviene un nodo politico profondo. Un uomo inquietante, percepito ormai come tale anche da ampi settori dello stesso Partito Repubblicano negli Stati Uniti e tenuto con discreto controllo dagli stessi vertici militari.
Le elezioni di midterm potrebbero riportare al Congresso una parte significativa dei poteri. Si profila un possibile riequilibrio di un assetto oggi troppo sbilanciato. E non è secondario che anche le gerarchie militari con tutta la discrezione del caso lo tengano sotto controllo e abbiano mostrato più volte fastidio per le sue posizioni più estreme.
Il suo antieuropeismo con una visione miope e regressiva, rappresenta quanto di peggio si sia visto nella storia recente dell’Occidente e ne mina le fondamenta della cooperazione transatlantica.
Bastavano queste politiche, e avanzavano, per prendere le distanze dalla sua amministrazione senza dover attendere alcun gesto simbolico.
E invece si è atteso e per arrivare a tanto è servito proprio quel gesto. O forse, maliziosamente, pesa anche il mutare del contesto politico europeo con la sconfitta dei sovranisti del sodale Viktor Orbán,
Soprattutto perché questa è seguita allo schiaffo preso dal NO, sul piano interno, dove, tra coperture imbarazzanti a posizioni indifendibili, si è finito per negare al Paese una legge di civiltà.
Anche qui la distanza tra principi proclamati e scelte concrete appare difficile da colmare.
Alla fine, il problema non è che Meloni prenda le distanze da Trump, ma è che lo faccia ora, e per le ragioni sbagliate dopo aver tollerato troppo a lungo ciò che era già evidente.
La politica, se vuole essere credibile, non può permettersi queste oscillazioni ma ha bisogno di memoria, di coerenza, e soprattutto, di una bussola che non cambi direzione a seconda del vento.
Perché, soprattutto per chi vuole non solo governare ma porsi come guida un Paese, la coerenza non è un lusso ma solo e semplicemente il dovuto minimo indispensabile.
Galleria della presidenza del Consiglio dei ministri






