Apriamo la tribuna precongressuale con un contributo dell’amico Bepi Pezzulli, consigliere nazionale del partito
La guerra in Ucraina
Sulla guerra in Ucraina, il discorso pubblico in Italia ha deragliato e perso lucidità. A mio avviso, leggere la guerra in Ucraina come la origine della frattura tra Occidente e Russia è un errore concettuale; essa ne rappresenta piuttosto l’escalation. La linea di faglia nelle relazioni con la Russia è stata tracciata con le guerre jugoslave tra il 1991 e il 2001; è stata allargata con la Rivoluzione delle rose in Georgia del 2003 e con la I Rivoluzione Ucraina nel 2004. Poi, gli effetti destabilizzanti della II guerra in Cecenia si sono irradiati al Caucaso, risvegliando il conflitto in Georgia. Nel 2008, Vladimir Putin aveva invaso l’Abkhazia e l’Ossetia del Sud. Nel 2014, scoppia la II Rivoluzione Ucraina; la Russia annette la Crimea e accende la guerra nel Donbass alimentando la secessione di Donetsk e Luhansk.
L’offensiva contro l’Ucraina di Febbraio 2022 è solo l’ultimo atto di 20 anni di politica estera anti-Occidentale, marcata dal punto più basso nelle relazioni internazionali dalla caduta dell’URSS, toccato con l’avvelenamento in Inghilterra degli ex agenti del KGB Alexander Litvinenko e Sergej Skripal.
Dal 2008, la Russia è oggetto di sanzioni internazionali, di intensità variabile, soprattutto per mano di USA e UK. Il sistema dei media ha invece colpevolmente scoperto la II Guerra fredda solo dopo l’aggressione russa all’Ucraina. In realtà non è così. Nel 2014, nella celebre intervista con Time magazine, l’ultimo leader dell’URSS Mikhail Gorbacev avvertì il mondo che la II Guerra fredda era più pericolosa della I perché esacerbata da un contesto a-polare privo di controlli ed equilibrio. La strategia di politica estera USA e UK, da ultimo la Revisione Strategica Integrata presentata dal Primo Ministro Boris Johnson a Marzo 2021, contemplava la rivalità strategica con Mosca e uno stato di conflitto a bassa intensità – la guerra, per l’appunto, fredda.E’ sbagliato pensare all’offensiva russa in termini di imprevedibilità. A Foggy Bottom e a Whitehall, l’azione militare russa era stata largamente prevista. I think-tanks e i media hanno per mesi pubblicato informative e analisi, anche suffragate da immagini satellitari, che hanno predetto con precisione la manovra bellica, le sue tempistiche, le sue tattiche, mostrando la formidabile efficienza dell’apparato informativo Occidentale.
Putin non vuole, come generalmente asserito, spaccare l’Europa. Il Presidente Russo vuole spaccare l’Occidente. Per farlo necessita di un’Europa compatta, non spaccata, ma autonoma rispetto agli USA. Questo è il disegno gaullista mai del tutto sopito. Accanto a questo, il problema è l’Ostpolitik tedesca, che fornisce copertura agli Eurasiatisti filo-russi, alimentando l’antiamericanismo ammantato della solita sciatta retorica anti-imperialista. E alla luce degli sviluppi più recenti, la Brexit – invece che essere attaccata a testa bassa per ragioni di schieramento ideologiche – chiarisce la lungimirante scelta britannica per l’Atlantismo in un momento convulso di ricostruzione del (dis)ordine mondiale.
Per come la vedo io, il portato della guerra in Ucraina è molto complesso e su questo andrebbe aperta una riflessione politica: da un lato, essa demolisce l’architettura di sicurezza europea stabilita fin dalla fine della II Guerra mondiale con la Conferenza di Yalta e il Trattato di Parigi. Il risultato più tangibile di questa mutazione è il riarmo tedesco, 100 miliardi di Euro al bilancio della Difesa, fatto che meriterebbe una dettagliata analisi. Dall’altro lato, essa sovverte l’Ordine internazionale del XX secolo, mettendo in pericolo le alleanze strategiche a lungo termine con India e Arabia Saudita. La prima ha assunto una posizione anti-Occidentale e stabilito un protocollo monetario rublo-rupia per comprare gas e petrolio da Putin a prezzo di saldo; la seconda ha rifiutato di adottare sanzioni contro Mosca e rifiutato di aumentare l’offerta di petrolio come richiesto da Washington.
L’alienazione dell’India è assai preoccupante. Sull’India, che fa parte del formato Quad, l’Occidente conta sia in funzione di contenimento della Cina, sia a sostegno della proiezione Indo-Pacifica USA/UK, sia per la costruzione di una rotta commerciale alternativa alla Via della Seta. Perdere New Dehli avrebbe dei costi geopolitici altissimi, a partire dal declino del dollaro come valuta di riserva globale e dall’instaurazione di un regime di valute commodity-based, non meno dirompente della fine della parità aurea dichiarata da Richard Nixon nel 1971. Il nuovo ordine monetario internazionale, perseguito anche dalla Cina (che ha utilizzato le Olimpiadi invernali di Pechino per sperimentare il cripto-yuan), è la vera posta in gioco dell’azione bellica di Putin, malamente celata sotto la Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin.
Un problema Germania per l’Europa
In questo quadro, io vedo un problema Germania in Europa. Dopo la I e la II guerra mondiale direttamente ascrivibili alla Germania, anche nelle 2 guerre combattute sul suolo europeo dopo la fine della II Guerra mondiale ha avuto un ruolo incendiario la Ostpolitik tedesca: la Jugoslavia, quando Berlino riconobbe prematuramente Slovenia e Croazia nell’ansia di allargare l’area del marco, causando il precipitare degli eventi; e l’Ucraina, con una Russia rafforzata dalle sciagurate politiche energetiche tedesche culminate nel progetto Nord Stream 2, poi temporaneamente sospeso, grazie alla vittoria europea dei liberali filo-americani di Christian Lindner. Ciò nonostante, Berlino si oppone fermamente alle sanzioni alla Russia e si oppone alla vendita di armi all’Ucraina (ha impedito alle proprie industrie di fornire pezzi di ricambio per i carri armati e i mezzi blindati). La risposta di Berlino alla crisi è stata straordinariamente debole. Dopo 16 anni di appeasement con Angela Merkel, la stessa posizione politica è ribadita dalla nuova Cancelleria. Anche per questo al riarmo tedesco andrebbero dedicate ben altre attenzioni.
La Germania ha alimentato contemporaneamente l’aggressività commerciale cinese (accordo commerciale UE-Cina stipulato sotto il semestre di presidenza tedesca), l’aggressività militare russa (politiche di dipendenza energetica), e la politica neo-ottomana turca nel Mediterraneo (che non costituisce un interesse nazionale tedesco, mentre le relazioni con Ankara si). Secondo me, l’Europa non può evolvere rimandendo strozzata nell’asse franco-tedesco.
Pnrr e Trattato del Quirinale
Il Pnrr ha prodotto il più grande debito pubblico della Storia economica, espandendo il perimetro dello Stato nel più grande esperimento socialista dalla fine dell’URSS. Il bilancio della BCE, cresciuto a oltre 8tln, è pari al 82% del pil dell’eurozona. In USA è al 34%. Tra la realtà della gestione economica anticiclica e la narrativa della politica di banca centrale non ortodossa espansiva c’è in mezzo l’Oceano Atlantico.
Sull’economia, non esprimo ottimismo. Il +6,5% del pil è una fiammata innescata dalla mostruosa spesa pubblica a debito che non si è tradotto né in progetti di resistenza e resilienza né in riforme strutturali, quanto piuttosto in inflazione. Il Paese è già in recessione tecnica. E lo spazio di manovra si è ridotto: l’Europa non può sfruttare a suo vantaggio una politica monetaria anticiclica rispetto a quella americana, che gestisce l’inflazione drenando denaro al resto del mondo con l’aumento dei tassi di interesse. I 27 si trovano di fronte a un costo crescente delle materie prime per la loro base industriale e produttiva. Il dollaro si è rafforzato sull’euro per la stretta monetaria della FED. Per le economie di trasformazione, come l’Italia, questo vuol dire un aumento del costo relativo delle materie prime, problemi alla produzione industriale, inflazione, e blocco della crescita del pil.
Del trattato Italia-Francia, non ho un’idea positiva: l’accordo con Parigi sembra avere l’obiettivo di trasferire alla Francia dopo l’energia (Edison, Acea), la finanza (Pioneer, BNL), la moda (Gucci, Brioni, Fendi, Bulgari), le tlc (Tim), la distribuzione alimentare (Parmalat, Eridania, GS), anche l’ultima capacità industriale residua del paese, l’aerospazio/difesa che sono da tempo al centro di un disegno di consolidamento nel Gruppo Dassault. Intanto, in piena crisi internazionale, il Credit Agricole – che già possiede Cariparma, Carim, Friuladria, Creval, Caricesena, Carismi – ha acquisito il 9,2% di banco BPM, il terzo gruppo bancario italiano Non vedo inoltre la compatibilità del trattato bilaterale con il percorso di integrazione politica europea, dopo che varie formula di Europa a due velocità sono state sistematicamente escluse. Vedo invece, dopo la Brexit, che Emmanuel Macron punta ad un ruolo di mediazione tra la Germania e l’Italia.
Repubblica parlamentare e sistema proporzionale
Durante la discussione sulla elezione del presidente della Repubblica è emersa una ipotesi di passaggio al semi-presidenzialismo. Il PRI ha giustamente rappresentato la necessità di restaurare l’integrità del sistema parlamentare e il ritorno al sistema elettorale proporzionale. Corretto con la sfiducia costruttiva, che garantisce la stabilità dell’esecutivo, il sistema proporzionale consente di trovare l’alleanza di governo dopo il voto, negoziando un programma in parlamento, in linea con l’architettura costituzionale della Repubblica parlamentare.
Il Mediterraneo
Il Mediterraneo è un’ambizione politica che, alla luce di almeno 20 anni di errori di politica estera, è divenuta molto difficile da realizzare. Mentre è ovviamente condivisibile una posizione politica di collaborazione piena con Israele, va anche compreso che la partnership con Gerusalemme non può basarsi su una politica Mediterranea. Israele non persegue una foreign policy Med ma una foreign policy bilateralista, con forti legami nazionali tra partners strategici, il primo dei quali sono gli USA, e di smart power globale: Israele dialoga con gli USA a Occidente, con la Russia ad Oriente, con la Cina nel commercio, con l’India nel tech, con l’Azerbaijan nella sicurezza regionale, e con le monarchie arabe sunnite per la sicurezza strategica. Oggi la diplomazia mondiale passa per Gerusalemme. E per questa, il Mar Rosso è più importante del Mediterraneo.
La stabilità della riva interna del bacino Med è determinata dalla stabilità della riva esterna. Le turbolenze in Libia e Tunisia non preoccupano Israele, mentre pongono problemi politici all’Italia.
Israele non ha interesse all’UE e alla Nato; anzi proprio le politiche europee sono quelle che maggiormente lo danneggiano, e lo inducono a cercare, alla luce dell’irrilevanza dell’UE nella regione e del progressivo disimpegno USA, una alleanza militare (la c.d. “Nato del Medio Oriente”) con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. L’unione di petrolio e denaro saudita con tecnologia e gas israeliano andrebbe a costituire un soggetto forte ed autosufficiente nell’Ordine internazionale emergente da consolidarsi attorno a nuovi poli regionali.
Ma oltre alle sfide, vedo una grande opportunità. Nel Paese si è consolidata una domanda politica liberaldemocratica che il PRI può aiutare a soddisfare, partecipando alla costruzione di una forza Euro-Atlantica alternativa al populismo e al peronismo. Il 50° Congresso può scrivere una nuova pagina nei 126 anni di storia del Partito.




