Per un certo verso è da considerarsi positivamente il tributo proveniente da più Forze politiche e diverse fra loro alla memoria di Bettino Craxi. Quale possa essere la valutazione dell’operato del segretario socialista, dal momento del lancio delle monetine al Raphael, Craxi venne considerato colpevole, qualsiasi cosa dicesse o facesse. E per quanto si possa discutere ancora oggi sul fatto di aver abbandonato il paese da latitante, bisogna pur considerare quale fosse il clima di quegli anni con gli arrestati che morivano in carcere. Sotto il profilo strettamente giudiziario vi sarebbe ancora da comprendere come si possa accettare un principio come quello promosso dalla procura di Milano, di “non potere non sapere” e se questo sia pienamente confacente all’articolo 27 della Costituzione, per cui la responsabilità penale è personale, piuttosto che negarlo completamente. In ogni caso caduto Craxi la corruzione non è mica svanita, invece abbiamo visto succedersi dei presidenti del consiglio che stavano a lui come una caricatura.
Ammesso anche che Craxi possa aver commesso dei reati, non si può derubricare l’esperienza politica di Craxi come un’esperienza criminale, altrimenti sarebbe fare un torto all’Italia e agli italiani e anche questo andrebbe considerato, cioè che nel momento nel quale si portavano a giudizio i vertici delle istituzioni del Paese, salvo un quadrilatero ritenuto intoccabile, per cui il principale collaboratore di Craxi era fatto salvo da qualsiasi inchiesta, Giuliano Amato poteva non sapere, era l’unico fesso nella dirigenza del Psi, si indeboliva la credibilità politica dell’Italia all’interno e soprattutto all’esterno della nazione.
Questo giornale ebbe polemiche infinite con Craxi, dal tempo del sequestro Moro e solo su questo vi sarebbe da scrivere un libro. Lacerante fu poi la crisi di Sigonella che pure tanti ancora oggi ricordano come una prova di autodeterminazione e sovranità dello Stato quando noi la giudicammo una crisi sbagliata con l’America che avrebbe consentito la fuga dei terroristi legati ad Abu Nidal. Nel complesso tutta la valutazione sul movimento palestinese ci ha portato molto lontani da Craxi che era amico di Arafat.
In compenso abbiamo sempre riconosciuto volentieri a Bettino Craxi la determinazione ed il coraggio di completare un percorso socialdemocratico con tratti liberaleggianti, che il partito socialista faticava ad intraprendere. Craxi tagliò i ponti e severamente con il retaggio marxista e ancora più nettamente con l’influenza sovietica che fece di Nenni un premio Stalin. Craxi collocò il partito socialista italiano nel pieno solco delle socialdemocrazie europee e spinse in una agonia profonda il più importante partito comunista d’occidente, al punto che gli eredi di quel partito furono costretti ad ammettere, ancora anni dopo, che aveva ragione lui, Bettino e non loro cresciuti con Berlinguer. C’è da chiedersi solo se non sia stata questa ragione di Craxi innovatore a scatenare tanti rancori nei suoi confronti e persino sentimenti di vendetta, perché la tradizione marxista italiana era profonda e molto radicata e da suoi avversari storici ne sappiamo qualcosa.
È giusto invece, e non è piaggeria, il riconoscimento all’intelligenza politica di Craxi che tanti attestano in queste ore anche non approvandola. Una prova evidente Craxi la diede alla caduta del muro di Berlino, quando leggemmo che di fronte alla scritta “Sozialism kaputt”, provò un brivido. Comprese al primo sintomo come il morto si trascinasse con se il vivo.
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