Pierre Zanin della Direzione nazionale ci ha inviato il seguente articolo
La legge di bilancio per il 2026 in fase di definizione si colloca nel solco tracciato dal Piano di Stabilità e Bilancio (PSB) presentato dal governo italiano alla Commissione europea nel 2024, approvato a Bruxelles e definitivamente adottato dal Consiglio dei ministri lo scorso ottobre.
Si tratta di un percorso coerente con gli obiettivi di risanamento della finanza pubblica che l’Italia si è impegnata a perseguire in sede europea, e che oggi comincia a dare risultati concreti: l’avanzo primario al netto degli interessi realizzato nel 2024 ha consentito di ridurre il costo medio del debito pubblico, migliorare il rating sovrano e avviare la conclusione della procedura comunitaria in corso per deficit eccessivo.
Un cammino difficile, ma indispensabile per un Paese che porta sulle spalle un debito pubblico tra i più alti al mondo.
Per questo consideriamo positivo e necessario l’approccio rigoroso adottato dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, fatto proprio dalla Presidente del Consiglio e dal Governo: la disciplina di bilancio è LA condizione per garantire all’Italia autonomia finanziaria, credibilità internazionale e crescita sostenibile.
Dove il giudizio è più critico è sul versante della crescita economica.
Nonostante il contributo del PNRR, il PIL italiano si attesterà nel 2026 su un modesto +0,5%, inferiore alla media dell’area euro.
L’Italia continua a scontare ritardi strutturali, in primis la scarsa efficienza della pubblica amministrazione, che rallenta l’impiego delle risorse europee e frena l’impatto reale degli investimenti finanziati con il Next Generation EU
È in questo contesto che si inseriscono le recenti dichiarazioni del segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, e della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.
Landini propone l’introduzione di un’imposta patrimoniale generale per finanziare il miglioramento di servizi pubblici, che giudica inadeguati, soprattutto per i Cittadini a basso reddito.
Una proposta che, tuttavia, ignora la realtà del sistema fiscale italiano.
L’Italia prevede già una serie di imposte patrimoniali settoriali (IMU, TASI, IVIE, IVAFE, imposta di bollo, imposta sulle successioni e donazioni). Tra queste, l’IMU rappresenta un pilastro della finanza comunale.
Se la nuova patrimoniale immaginata da Landini fosse sostitutiva, metterebbe a rischio l’autonomia finanziaria dei Comuni; se fosse addizionale, aggraverebbe una pressione fiscale già tra le più alte d’Europa, il 42,6% del PIL contro una media euro del 40,6% (fonte Eurostat 2023).
Una misura del genere avrebbe l’effetto di ridurre la competitività dell’Italia, rendendola meno attrattiva rispetto agli investimenti privati di quanto già non sia.
Siamo dunque di fronte non a una proposta di governo, ma ad una proposta fuori contesto, un manifesto politico insomma, utile a catalizzare consenso ma privo di coerenza con i vincoli macroeconomici e con la logica stessa della finanza pubblica italiana.
Diverso, ma non meno discutibile, è l’approccio di Elly Schlein, che ha attaccato la proposta di ridurre l’aliquota marginale IRPEF dal 35% al 33% per i redditi fino a 50.000 euro, sostenendo che favorisce i “ricchi”.
Un lavoratore che oggi guadagna 2.000 euro netti al mese non certo è “benestante” – come giustamente ha commentato il ministro Giorgetti – quanto piuttosto si tratta di un rappresentante del ceto medio produttivo oggi gravato da un carico fiscale del tutto sproporzionato.
Va infatti segnalato che in molti paesi europei aliquote marginali simili si applicano a redditi da lavoro che sono anche tre o quattro volte superiori.
L’intervento del governo va dunque nella giusta direzione, ma non è ancora sufficiente: la riduzione dell’aliquota dovrebbe essere estesa almeno fino ai 60.000 euro annui (condividiamo la proposta di Luigi Marattin), per restituire potere d’acquisto a quel ceto medio produttivo che sostiene la spesa pubblica (si vedano in proposito le analisi annuali di Itinerari previdenziali) e la domanda interna.
Non è quindi con il “populismo fiscale” di Landini e Schlein che renderemo la società italiana più giusta e il paese più attrattivo per l’occupazione e gli investimenti – in una parola: lo sviluppo – che sono poi le condizioni necessarie per poter realizzare quell’obiettivo.
In questa chiave, bisogna fare nostra la proposta di “5 riforme per rilanciare il PIL” che Carlo Cottarelli ha fatto qualche giorno fa con un intervento sul Corriere della sera.
Nell’ambito di una strategia di medio termine, Cottarelli ha proposto: 1. un taglio della pressione fiscale da realizzare mediante una massiccia riduzione della spesa pubblica; 2. il drastico taglio della burocrazia (faceva l’esempio dell’estensione della ZES del Sud a tutta Italia); 3. ridurre ulteriormente i tempi della giustizia, in particolare quella civile; 4. intervenire sul costo dell’energia, accelerando sul reimpiego in Italia dell’energia nucleare; 5. creare un flusso regolare di migranti, posto che più della metà delle imprese italiane ha difficoltà ad assumere per mancanza non di competenze ma bensì di persone).
Una proposta, quella di Carlo Cottarelli, che ci convince, al contrario di quella di Landini e Schlein.
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