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Giornale di politica e attualità fondato nel 1921 | Editore: Partito Repubblicano Italiano
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La Relazione politica di Corrado De Rinaldis Saponaro per il Cinquantunesimo Congresso Nazionale del Pri

di Redazione
7 Ottobre 2026
in Il Pri informa
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 “Destino nazionale” dei repubblicani

1. Premessa

Care amiche, cari amici,

un Congresso che voglia essere qualcosa di più di una ricorrenza organizzativa deve avere il coraggio di misurarsi anzitutto con il tempo nel quale si svolge. Non avrebbe senso convocare la storia repubblicana soltanto per celebrarla, né sarebbe sufficiente richiamare i nomi di Mazzini, Cattaneo, Sforza, Pacciardi, La Malfa, Reale o Spadolini come se il prestigio di quella tradizione potesse trasferirsi ed incidere automaticamente sul presente. Le grandi tradizioni politiche non costituiscono rendite, ma sono piuttosto delle obbligazioni. Più alta è l’eredità ricevuta, maggiore è il dovere di dimostrare che essa possiede ancora una capacità di interpretazione, di giudizio e di proposta.

È da questo punto che dobbiamo cominciare.

L’Italia attraversa una trasformazione che non riguarda soltanto gli equilibri parlamentari, la successione dei governi o la consueta oscillazione delle maggioranze. Sta cambiando il quadro storico dentro il quale la Repubblica aveva imparato a muoversi. La lunga stagione apertasi con la fine della guerra fredda, nutrita dall’idea che l’allargamento dei mercati e l’integrazione economica avrebbero progressivamente sterilizzato la competizione fra le potenze, può dirsi conclusa. La storia, smentendo gli auspici di Francis Fukuyama, non è terminata. Ha ripreso, al contrario, con una velocità che le società europee avevano disimparato a riconoscere.

E’ tornato il problema delle frontiere e quello della sicurezza delle rotte commerciali; è tornata la guerra come strumento finale delle velleità imperiali degli stati; è tornata la politica industriale come strumento di potenza. L’energia ha cessato di apparire come una semplice merce, come per anni ci eravamo illusi di pensare, e si è rivelata per ciò che è sempre stata: una delle condizioni materiali dell’indipendenza di una nazione e una fondamentale leva politica e strategica. Le tecnologie digitali, che avevamo considerato quasi naturalmente sottratte alla geografia, sono diventate terreno di una nuova competizione geopolitica. Semiconduttori, satelliti, infrastrutture cloud, reti di telecomunicazione, cavi sottomarini, intelligenza artificiale, sistemi di pagamento e materie prime critiche delimitano ormai un nuovo perimetro della sovranità.

Nello stesso tempo si è modificata la natura stessa del potere. Accanto alla competizione tradizionale fra Stati assistiamo a una forma di confronto continuo, spesso sotto la soglia della guerra dichiarata tramite una trama invisibile di interferenze digitali, sabotaggi, pressione energetica, condizionamento commerciale, controllo delle infrastrutture, manipolazione delle opinioni pubbliche, disinformazione e penetrazione finanziaria. Oggi una nazione può subire una grave perdita di autonomia senza che un solo soldato straniero attraversi le sue frontiere. Può accadere quando affida a potenze concorrenti le reti che trasportano i suoi dati, l’energia che alimenta le sue imprese, le tecnologie necessarie alla propria difesa o le catene produttive senza le quali interi settori della sua economia possono essere paralizzati.

In questo quadro riappare anche una concezione personale e plebiscitaria della leadership. Nelle autocrazie essa assume la forma più evidente dove il regime tende a identificarsi con il capo, e il capo pretende di rappresentare direttamente la nazione, quasi che ogni istituzione intermedia fosse un ostacolo fra la volontà del popolo e la sua incarnazione politica. Ma sarebbe un errore rassicurante considerare questo fenomeno estraneo alle democrazie. Anche nel mondo occidentale l’indebolimento dei partiti, la comunicazione digitale, la rapidità del ciclo mediatico e la crescente personalizzazione hanno favorito la trasformazione della politica in un rapporto diretto fra leader e pubblico. In questo contesto i partiti vengono ridotti ad una corte di interessi, i Parlamenti ad istituti deputati alla ratifica di decisioni già confezionate, i programmi alla mera comunicazione, le coalizioni ad eserciti elettorali spesso capaci di conquistare il potere, ma incapaci di gestirlo.

Proprio qui torna utile la tradizione repubblicana. Non perché essa ci consegni soluzioni già pronte, ma perché possiede un criterio, una lente, una visione oggi più attuale che mai. Il repubblicanesimo italiano non ha mai confuso la forza dello Stato con l’arbitrio del potere. Ha cercato l’autorità senza il cesarismo, la libertà senza l’impotenza, il patriottismo senza il nazionalismo, l’apertura europea senza la dissoluzione della nazione, il mercato senza l’idolatria del mercatismo, il governo senza la mortificazione delle istituzioni rappresentative. È una tradizione nata dal tentativo, mai definitivamente compiuto, di tenere insieme elementi che la politica tende invece continuamente a separare – nazione e libertà, diritti e doveri, decisione e limite, sviluppo economico e coesione sociale – ma che sono in verità indissolubili.

Quando Spadolini, nel Congresso repubblicano del 1987, richiamò il «destino nazionale dei repubblicani», indicò esattamente questa responsabilità. Non una vocazione messianica e neppure l’orgoglio di una minoranza che si ritenga moralmente superiore alle altre, ma la convinzione che un partito possa essere piccolo nella rappresentanza e tuttavia essere obbligato a pensare secondo la misura dell’interesse generale. La formula che accompagnava quella stagione, «gli interessi generali sempre al primo posto», non apparteneva a una liturgia congressuale. Definiva un metodo per servire le istituzioni e il popolo nell’interesse superiore del Paese.

Quasi quarant’anni dopo, quel metodo torna necessario. Forse più di allora.

2. Il destino nazionale dei repubblicani e la tradizione repubblicana.

Parlare oggi del destino nazionale dei repubblicani significa anzitutto liberarsi dalla nostalgia. Occorre fare una precisazione: il destino nazionale non coincide con il destino organizzativo del Partito Repubblicano Italiano, né può essere misurato soltanto sulla possibilità di recuperare una rappresentanza parlamentare o una posizione nello schieramento politico. Sarebbe paradossale ridurre una formula così ambiziosa alla ricerca di mero un spazio all’interno di una coalizione.

La questione è diversa. Occorre chiedersi se esista ancora una funzione repubblicana nella vita italiana e, se esiste, quale forma debba assumere.

La storia e la memoria ci forniscono una prima risposta esaustiva. Il repubblicanesimo ha esercitato la sua maggiore influenza sempre in condizioni di minoranza. Fu minoritario nel Risorgimento che si concluse sotto la monarchia sabauda, eppure contribuì in modo decisivo alla costruzione della coscienza nazionale. Fu minoritario nell’Italia liberale, dove introdusse però nella vita pubblica temi destinati a superare largamente il suo peso parlamentare: l’istruzione popolare, il municipalismo, il mutualismo, il valore civile del lavoro, la laicità dello Stato, la partecipazione democratica. Fu perseguitato dal fascismo ma partecipò alla formazione della cultura antifascista e resistenziale. Nell’Italia repubblicana ebbe spesso percentuali limitate e tuttavia incise sulla politica economica, sulla scelta europea e atlantica, sulle riforme civili, sulla difesa, sul fisco, sulla tutela dei beni culturali, sulla concezione stessa del governo.

Questa sproporzione fra peso elettorale e influenza politica costituisce una parte essenziale della nostra storia. Ma non dobbiamo equivocarla. Non esiste alcun diritto storico dei repubblicani ad essere ascoltati. L’autorevolezza non si eredita: si ricostruisce e noi abbiamo il dovere di ricostruirla.

Per farlo dobbiamo tornare a distinguere ciò che il sistema politico italiano tende da molti anni a confondere: i principi, i contenuti e gli schieramenti. I principi indicano il campo entro il quale una forza politica riconosce sé stessa. I contenuti traducono quei principi nella realtà storica di un determinato momento. Gli schieramenti costituiscono strumenti contingenti attraverso i quali si tenta di realizzare un programma basato su quei contenuti. Il deterioramento della politica italiana è stato accompagnato dall’inversione di questo ordine. Prima viene scelto il campo; poi si cerca un programma abbastanza elastico da contenere le differenze; infine si attenuano i principi che potrebbero mettere in pericolo l’unità elettorale.

Per il Partito Repubblicano deve valere esattamente il contrario.

Vi sono questioni sulle quali possiamo negoziare e altre sulle quali dobbiamo essere indisponibili. Questo non per irrigidimento ideologico, ma perché una forza politica priva di confini riconoscibili cessa di essere una forza politica e diventa una mera agenzia di rappresentanza.

L’appartenenza dell’Italia all’Occidente democratico, la fedeltà all’Alleanza Atlantica, la costruzione dell’Europa politica, la difesa della Repubblica costituzionale, la laicità dello Stato, la sovranità popolare esercitata attraverso istituzioni rappresentative e bilanciate, la responsabilità nella finanza pubblica, il valore strategico della scuola, della cultura e della ricerca appartengono per noi a questo patrimonio indisponibile. Ciò non ci impedisce di cercare la mediazione o il compromesso come strumenti operativi, ma indica piuttosto secondo quali parametri ricercarli e valutarli.

Ed in questo cari amici ogni riferimento a Mazzini non è una citazione ornamentale. Nei Doveri dell’uomo l’Apostolo rifiutava di separare la libertà individuale dalla responsabilità verso la comunità. La sua insistenza sui doveri non nasceva certo dalla volontà di comprimere i diritti, ma dalla convinzione che nessun sistema di diritti potesse durare se gli individui avessero considerato la società soltanto come il luogo dal quale ricevere.

Questa intuizione acquista una forza particolare in società nelle quali il linguaggio dei diritti si è sviluppato molto più rapidamente di quello delle responsabilità. Una Repubblica non può vivere di “dirittismo” promettendo indefinitamente prestazioni che finanzia trasferendone il costo alle generazioni successive. Non può sostenere un sistema di welfare senza interrogarsi sulla sua base produttiva e demografica. Non può invocare la sicurezza rinunciando agli investimenti necessari a garantirla. Non può proclamare il valore della scuola e contemporaneamente trattare l’istruzione come una voce residuale. Non può pretendere autonomia internazionale e consegnare all’esterno tutte le tecnologie dalle quali quella autonomia dipende.

La questione dei doveri torna perciò ad essere centrale. Dovere fiscale, dovere civico, dovere della competenza, dovere della partecipazione, dovere delle istituzioni verso chi verrà dopo di noi. Questo è il fondamento materiale della durata di una Repubblica.

Da qui deriva la nostra concezione dell’autonomia politica. Ma attenzione, autonomia non significa equidistanza. Un partito equidistante rinuncia a scegliere; un partito autonomo sceglie ogni volta sulla base di un criterio proprio. Possiamo riconoscere a un governo una scelta corretta in politica estera e contestarne la politica istituzionale. Possiamo condividere con la sinistra una riforma civile e opporci al suo neutralismo internazionale. Possiamo sostenere con la destra una misura sulla sicurezza e respingerne l’impostazione sovranista sull’Europa. L’autonomia consiste precisamente nella libertà di non subordinare il giudizio alla disciplina della tribù.

La tradizione repubblicana ci autorizza a questa posizione perché non è mai stata una tradizione di neutralità. È stata, al contrario, una tradizione di scelte nette: la Repubblica contro la monarchia, la democrazia contro il fascismo, l’Occidente contro il totalitarismo sovietico, l’Europa contro il ritorno alle vecchie rivalità continentali. Ciò che rifiutava era l’idea che queste scelte dovessero trasformarsi nell’obbedienza permanente a uno schieramento.

La nostra collocazione quindi esiste, ed è precisa. È repubblicana, europea, occidentale, atlantica, laica, riformatrice. Una posizione che non coincide automaticamente né con la destra né con la sinistra.

3. La storia repubblicana e le sette R.

È dentro questa esigenza di continuità ed identità che acquistano significato le sette R: Ragione, Risorgimento, Resistenza, Repubblica, Riformatori, Repubblicani, Responsabilità. Presentarle come una semplice successione di parole sarebbe però insufficiente. Esse descrivono piuttosto un percorso attraverso il quale una stessa idea di cittadinanza e impegno politico ha attraversato quasi due secoli di storia italiana.

La prima radice è la Ragione. Non è casuale che la cultura repubblicana abbia sempre attribuito un valore particolare alla scuola, alla cultura, alla storia, alla scienza e all’educazione civile. La Repubblica nasce quando il potere può essere giustificato razionalmente davanti ai cittadini e quando nessuna autorità può considerarsi sottratta al giudizio della legge. La ragione repubblicana non coincide tuttavia con il governo degli esperti, con la tecnocrazia. È qualcosa di più complesso: è il tentativo di fondare la decisione politica sulla conoscenza senza sottrarla alla responsabilità democratica.

Mazzini e Cattaneo rappresentano due versanti differenti di questa origine. Il primo attribuì alla politica una tensione morale e nazionale che sarebbe impossibile comprendere riducendolo a un semplice teorico delle istituzioni. La nazione, per Mazzini, aveva bisogno di essere educata prima ancora che organizzata. Era necessario formare cittadini capaci di riconoscere una missione comune. Cattaneo, al contrario, diffidava delle astrazioni centralistiche e insisteva sulla pluralità delle autonomie, sulla concretezza amministrativa, sulla sussidiarietà, sul sapere tecnico, sul federalismo.

Fra i due esistevano divergenze profonde. Ma la tradizione repubblicana è più ricca proprio perché non ha dovuto cancellarle. Mazzini impedisce al repubblicanesimo di scivolare nel tecnicismo municipalista; Cattaneo impedisce al patriottismo di trasformarsi in retorica centralizzatrice. L’uno ricorda che una nazione ha bisogno di una finalità; l’altro che nessuna finalità sopravvive a istituzioni inefficienti.

Da qui nasce il Risorgimento repubblicano. La Repubblica romana del 1849, Mazzini, Garibaldi, Cattaneo e il volontarismo democratico appartengono al patrimonio nazionale anche se l’unità italiana si realizzò sotto una monarchia. La sconfitta della soluzione repubblicana non cancellò il contributo repubblicano alla costruzione dell’Italia. Anzi. Il problema posto da quella generazione andava infatti oltre la forma dello Stato. Non bastava unificare un territorio. Occorreva creare una cittadinanza.

Il significato più profondo del Risorgimento repubblicano sta qui. La nazione come costruzione politica e morale. Un’unità che al di là di seduzioni tribalistiche o etniche vive di memoria, di lingua, di istituzioni, di solidarietà fra generazioni, di disponibilità a condividere responsabilità. È significativo che Mazzini, mentre combatteva per l’Italia, pensasse alla Giovine Europa. Patria e umanità non gli apparivano come termini alternativi. «Lavorando per la Patria», scriveva, «noi lavoriamo per l’Umanità». La patria era il luogo concreto nel quale l’individuo imparava a esercitare una responsabilità che non si esauriva nei confini nazionali.

È una concezione che permette ancora oggi di sottrarsi a una falsa alternativa. Non dobbiamo scegliere fra nazionalismo e cosmopolitismo senza radici. Il patriottismo repubblicano riconosce la nazione come comunità storica e politica, ma ne rifiuta l’assolutizzazione. L’Italia appartiene all’Europa.

Dopo l’Unità questa tradizione mutò strumenti. La battaglia repubblicana entrò nelle società operaie, nel mutualismo, nella cooperazione, nell’associazionismo, nella stampa democratica, fino alla nascita del PRI nel 1895. Ernesto Nathan rappresentò forse il simbolo più chiaro del passaggio dall’ideale alla pratica amministrativa. Nella Roma di inizio Novecento la laicità, l’istruzione, i servizi pubblici, l’igiene, il governo urbano diventavano terreni concreti sui quali misurare una concezione repubblicana della città. Il Risorgimento usciva dai monumenti e diventava amministrazione.

La Resistenza costituisce il passaggio successivo. Il fascismo non colpì soltanto l’organizzazione repubblicana: negò tutto ciò su cui essa era fondata. Al cittadino sostituì il suddito mobilitato; alla pluralità politica il partito unico; alla nazione democratica il mito imperiale; alla responsabilità individuale l’obbedienza al capo.

Per questo la lotta antifascista fu per i repubblicani la continuazione di quella risorgimentale. Un esempio ne è l’attivismo internazionale di Randolfo Pacciardi che combatté il fascismo in Spagna, conobbe l’esilio, lavorò negli Stati Uniti nella Mazzini Society e organizzò l’azione dei repubblicani nel mondo. Nell’antifascismo si realizzò inoltre l’incontro fra la tradizione repubblicana e quella liberaldemocratica. Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Bruno Visentini portarono nel PRI del dopoguerra l’esperienza del Partito d’Azione, del CLN, del federalismo europeo, di una cultura nella quale la questione morale e quella dell’efficienza dello Stato non erano separabili.

Certo il rapporto fra azionismo e repubblicanesimo non va semplificato e guai a pensare che essi fossero la stessa cosa. Ma il loro incontro rese possibile una delle sintesi più originali della democrazia laica italiana. La tradizione mazziniana ricevette una più forte attenzione all’economia moderna, alle istituzioni, alla programmazione, alla costruzione europea. L’azionismo trovò nel PRI una continuità organizzata con il Risorgimento democratico e con l’Italia reale.

La Resistenza può allora essere definita un secondo Risorgimento, a condizione di non trasformare la formula in una retorica consolatoria. Nel primo l’Italia conquistò l’indipendenza. Nel secondo dovette riconquistare la libertà. E questa distinzione resta essenziale perché una nazione indipendente non è necessariamente una nazione libera. Le autocrazie contemporanee lo dimostrano con chiarezza.

Da qui nasce la Repubblica. Il 2 giugno 1946 realizzò ciò per cui generazioni di repubblicani avevano combattuto, ma aprì nello stesso momento un problema nuovo: che cosa significa essere repubblicani in Repubblica?

Giovanni Conti comprese forse meglio di altri questa difficoltà. Non bastava aver sostituito la monarchia con la Repubblica se le istituzioni non fossero state accompagnate da una trasformazione della cultura politica. Conti denunciò la partitocrazia, il ritardo nell’attuazione costituzionale, la burocratizzazione e la perdita di responsabilità delle classi dirigenti. La Repubblica non poteva essere soltanto una forma costituzionale; doveva diventare un’etica della cittadinanza.

Quasi contemporaneamente Carlo Sforza e Randolfo Pacciardi affrontavano l’altra questione decisiva: la collocazione internazionale dell’Italia. Il Paese usciva dalla guerra sconfitto, impoverito, isolato, con una sovranità fortemente limitata dalla propria stessa catastrofe. La tentazione dell’isolamento avrebbe significato trasformare quella debolezza in una condizione permanente. Sforza comprese invece che l’Italia avrebbe potuto riconquistare peso partecipando alla costruzione di un nuovo ordine europeo e occidentale.

Qui si trova una delle radici più profonde dell’atlantismo repubblicano. L’adesione all’Occidente non nasceva dal desiderio di subordinarsi agli Stati Uniti. Nasceva dalla consapevolezza che l’indipendenza dell’Europa occidentale richiedesse una struttura di sicurezza capace di contenere il totalitarismo sovietico e, contemporaneamente, di creare le condizioni per l’integrazione europea.

Pacciardi, alla Difesa, lavorò in questa direzione; Sforza, agli Esteri, la interpretò nella dimensione europea. L’Italia poteva essere atlantica ed europea perché le due scelte non erano contraddittorie, ma parte di un’unica architettura che difese per oltre 40 anni la libertà e la democrazia nel mondo

Anche la tradizione americana alla quale guardavano i repubblicani era precisa. Truman non concepì la NATO soltanto come un accordo militare. La comunità atlantica veniva definita dalla democrazia, dalla libertà individuale e dallo Stato di diritto. Era quel banchetto delle nazioni sorelle di mazziniana memoria. Un patto che capì sin dall’inizio che sicurezza non poteva essere separata dalla ricostruzione economica e dalla stabilità politica.

È da questa impostazione che nasce la stagione dei grandi riformatori repubblicani. Una volta conquistata la Repubblica e definita la sua collocazione internazionale, occorreva modernizzarne le strutture questo fu il mandato di Ugo La Malfa. A partire dalla sua lucidissima battaglia per la liberalizzazione degli scambi e aprire nel 1951 l’Italia alla concorrenza estera da ministro del bilancio.

La Malfa ebbe il merito di introdurre nella politica italiana una parola che oggi abbiamo quasi smesso di pronunciare: compatibilità. Il problema economico non consisteva nella contrapposizione astratta fra Stato e mercato. Consisteva nel capire quali condizioni rendessero sostenibili insieme sviluppo e occupazione, salari e investimenti, equilibrio finanziario e coesione territoriale. La liberalizzazione del commercio internazionale e l’apertura dell’economia italiana non gli impedirono però di sostenere la programmazione economica. Non vi era contraddizione, perché la programmazione non doveva sostituire il mercato ma correggere gli squilibri che il mercato non era in grado di risolvere da solo.

La Nota aggiuntiva del 1962 appartiene a questa cultura. Il divario territoriale, gli investimenti pubblici, i consumi, la produttività, la politica dei redditi erano parti di un unico problema nazionale. La Malfa rifiutava tanto l’illusione di una crescita spontaneamente armonica quanto quella secondo cui la redistribuzione potesse sostituire la produzione della ricchezza.

È difficile immaginare un insegnamento più attuale. L’Italia di oggi deve finanziare pensioni, sanità, difesa, innovazione, infrastrutture, transizione energetica e adattamento climatico in una società che invecchia e cresce poco. Non possiamo rispondere promettendo tutto contemporaneamente. La politica deve tornare a scegliere, a decidere quando le risorse non consentono di soddisfare ogni domanda nello stesso momento.

Accanto a La Malfa operarono in quella stagione altre figure che danno corpo al riformismo repubblicano. Oronzo Reale che intervenne sul diritto di famiglia e sulla modernizzazione della giustizia; Bruno Visentini sulla fiscalità, sull’impresa e sul diritto societario; Pietro Bucalossi sul governo del territorio; Pacciardi sulla difesa; Sforza sull’Europa e sulla politica estera; Vanni sui nodi del lavoro.

Una pluralità di impegni e visioni che delinearono il tracciato del repubblicanesimo moderno e che infine ebbero una sintesi nazionale con la figura di Giovanni Spadolini. Una figura il cui percorso di storico, giornalista, ministro, presidente del Consiglio e presidente del Senato rappresentò il più felice matrimonio tra politica e cultura della storia repubblicana. Come confermò il suo impegno di storico dell’Italia dei laici sul piano accademico e la creazione del Ministero per i beni culturali sul piano istituzionale. Allo stesso modo la sua concezione dell’atlantismo e dell’europeismo derivava dalla lettura della storia italiana più che dalla semplice convenienza diplomatica.

Spadolini giunge a Palazzo Chigi in una stagione segnata dalla P2, dal terrorismo, dall’inflazione, dalle difficoltà del sistema dei partiti. Il metodo che porta con sé è quello di una maggioranza qualificata da una mozione motivata da un programma, e non di un programma scritto per giustificare una maggioranza già decisa, segnava l’esempio di un’alternativa possibile ai tatticismi della partitocrazia e ad ogni seduzione autoritaria o personalista. Da qui la sua insistenza sul rapporto fra partiti, Parlamento e Governo, e sulla responsabilità del presidente del Consiglio come garante dell’indirizzo politico concordato.

Un insegnamento che conserva un valore straordinario nell’Italia delle coalizioni elettorali preventive. Una coalizione ha dignità quando esiste un programma capace di vincolarla. Se il programma diventa soltanto il compromesso linguistico necessario a tenere insieme posizioni incompatibili, l’alleanza non costruisce governabilità: rinvia semplicemente al dopo-voto i conflitti che non ha avuto il coraggio di risolvere prima.

E le deludenti esperienze di certo centrosinistra e di certo centrodestra ne sono una conferma.

La sesta R, quella dei Repubblicani, ci costringe infine a riportare questa storia nel presente. Non siamo chiamati a riprodurre l’Italia di La Malfa o di Spadolini. Sarebbe proprio il contrario del loro riformismo. Dobbiamo utilizzare lo stesso metodo sui problemi che essi non potevano conoscere: l’intelligenza artificiale, la crisi demografica, le piattaforme digitali, la competizione tecnologica fra Stati Uniti e Cina, la sicurezza delle infrastrutture critiche, la trasformazione del lavoro, il ritorno della guerra convenzionale, la fragilità energetica europea.

E qui emerge la settima R: Responsabilità. È la parola che riunisce tutte le altre. Non esiste Ragione senza responsabilità verso i fatti; non esiste Risorgimento senza responsabilità verso la nazione; non esiste Resistenza senza responsabilità verso la libertà; non esiste Repubblica senza responsabilità civica; non esistono riformatori senza responsabilità verso il futuro.

La responsabilità costituisce precisamente il contrario del populismo. Il populismo parte da ciò che il pubblico desidera sentirsi dire e organizza attorno a quel desiderio un’offerta politica. Il repubblicanesimo parte da ciò che ritiene necessario e cerca di costruire il consenso necessario a realizzarlo.

È più difficile. Ma una forza come la nostra non avrebbe altra ragione di esistere se rinunciasse proprio a questa difficoltà.

4. La politica internazionale: l’Occidente, la pace e l’equilibrio.

La politica internazionale ha sempre avuto nella tradizione repubblicana un’importanza superiore a quella che il peso elettorale del partito avrebbe potuto suggerire. La stessa origine risorgimentale del repubblicanesimo impediva di considerare la nazione isolatamente dal sistema europeo; l’esperienza del fascismo e della guerra aveva poi reso evidente quanto la libertà interna dipendesse anche dalla collocazione internazionale dello Stato.

Oggi questa consapevolezza deve essere recuperata.

L’Occidente non è un’espressione geografica e non coincide con l’amministrazione americana del momento. Se riducessimo l’atlantismo all’adesione alle scelte di un presidente degli Stati Uniti, avremmo trasformato un’alleanza politica fra democrazie in un rapporto di dipendenza personale. L’Occidente è qualcosa di più profondo: un insieme di ordinamenti nei quali il potere è contendibile, il governo può essere sostituito, i diritti dell’opposizione sopravvivono alla vittoria della maggioranza, i tribunali possono limitare l’esecutivo e il cittadino possiede uno spazio di libertà che lo Stato non crea e non può arbitrariamente abolire. L’Occidente per noi è soprattutto un valore, un’idea di civiltà e mondo.

Certo non dobbiamo idealizzare questa storia. Le democrazie occidentali hanno commesso errori, esercitato forme di imperialismo, sostenuto regimi autoritari, condotto guerre controverse. Ma possiedono una caratteristica che le distingue dalle autocrazie: gli errori possono essere discussi pubblicamente, i responsabili possono essere sostituiti, le scelte possono essere sottoposte a controllo.

È questo l’Occidente che consideriamo necessario.

In questo quadro Russia, Cina e Iran non costituiscono una nuova Internazionale ideologica. Sarebbe troppo semplice descriverli come un blocco omogeneo. Hanno interessi differenti e talvolta concorrenti. Tuttavia condividono l’interesse a ridurre la capacità delle democrazie occidentali di condizionare l’ordine internazionale e ad ampliare gli spazi nei quali la potenza possa sostituirsi alle regole.

Di fronte a queste nuove sfide ibride la risposta non può essere una guerra di civiltà. Dobbiamo realizzare una strategia di sicurezza, autonomia e cooperazione fra le democrazie.

Il caso ucraino è un banco di prova essenziale di questa cooperazione. L’aggressione russa ha rimesso in discussione un principio che gli europei avevano finito per considerare definitivamente acquisito: i confini di uno Stato non possono essere modificati unilateralmente attraverso la forza. Rinunciare a questo principio significherebbe introdurre nel continente una gerarchia permanente fra nazioni che possiedono il diritto di determinare il proprio futuro e nazioni che devono accettare la sfera d’influenza di un vicino più potente. Sostenere l’Ucraina sotto il profilo politico, economico e di sicurezza è una necessità ineludibile di tutti gli occidentale e una discriminante che continua a tracciare il confine tra i democratici e i sostenitori delle autocrazie.

Il sostegno all’Ucraina non impone però di rinunciare alla politica e ad ogni serio tentativo di risoluzione del conflitto. Come ammoniscono Washington e la Santa Sede la ricerca della pace è necessaria. È necessario distinguere il sostegno all’indipendenza ucraina dall’idea di una guerra senza limite temporale. Ma esiste una differenza decisiva fra compromesso e capitolazione o resa che spesso nel centrosinistra e nel centrodestra alcuni elementi non hanno ambiguamente voluto cogliere. Una linea militare può essere congelata senza trasformarla automaticamente in una frontiera riconosciuta. La questione territoriale può essere rinviata senza riconoscere la legittimità dell’annessione, come nel caso coreano o vietnamita. Soprattutto, ogni cessate il fuoco deve essere accompagnato da garanzie di sicurezza tali da rendere una nuova aggressione più costosa della conservazione della pace.

La tradizione dell’equilibrio di potenza, da Sforza a quella parte del pensiero diplomatico occidentale dei Kissinger che ha sempre diffidato sia del moralismo senza potenza sia della potenza senza diritto, può ancora offrire una guida. La pace dura quando nessun attore ritiene conveniente distruggerla.

Sul Medio Oriente occorre recuperare la stessa capacità di distinzione. Israele possiede un diritto all’esistenza e alla sicurezza che per noi non è discutibile. Ed occorre ribadire ai tanti giustificazionisti del selvaggio pogrom del 7 ottobre che Hamas resta responsabile l’unico responsabile di quel massacro e che la natura terroristica dell’organizzazione non può essere cancellata da una generica lettura anticoloniale del conflitto. Allo stesso tempo riconoscere questi principi non significa trasformare qualsiasi scelta di un governo israeliano in una conseguenza necessaria della difesa di Israele. La politica di Netanyahu, l’espansione degli insediamenti, la condizione della popolazione palestinese e l’assenza di una prospettiva politica per Gaza possono e devono essere giudicate criticamente. I repubblicani condannano fermamente le parole e posizioni della destra confessionale israeliana che cerca di cristallizzare il quadro israeliano in una condizione di polarizzazione perniciosissima per gli israeliani stessi. Quale che siano gli esiti dei compromessi elettorali in atto l’unica speranza è un risveglio delle componenti laiche contro derive confessionali e fanatiche.

Essere amici di Israele significa anche distinguere Israele dal suo governo.

La prospettiva di una sistemazione regionale rimane legata alla capacità di separare la causa palestinese dalle organizzazioni terroristiche, di ricostruire una rappresentanza politica credibile, di coinvolgere gli Stati arabi moderati come gli Emirati Arabi Uniti, e di garantire nello stesso tempo la sicurezza israeliana.

Allo stesso tempo pur confidando in una pace davvero garante di un ordine regionale credibile e sicuro non possiamo non riconoscere che l’Iran costituisce il punto più delicato di questo equilibrio. Un Iran dotato di arma nucleare aprirebbe una fase nuova di proliferazione regionale e modificherebbe drasticamente gli equilibri del Golfo. E contro di esso occorre un atteggiamento coeso da parte di tutti gli occidentali per difendere la libertà degli spazi di navigazione, la stabilità regionale e la difesa di Israele utilizzando strumenti economici, deterrenza militare e politiche di cooperazione per frenare l’espansionismo sciita nella regione.

Lo stesso criterio deve essere applicato alla Cina e a Taiwan. Non abbiamo interesse a trasformare ogni relazione economica con Pechino in un conflitto ideologico. Abbiamo però interesse a impedire che dipendenze commerciali o tecnologiche si trasformino in strumenti di ricatto. L’Occidente non deve diventare economicamente chiuso. Deve diventare meno vulnerabile.

5. Italia ed Europa nella crisi occidentale e internazionale.

L’Europa rappresenta il luogo nel quale questo problema si presenta nella sua forma più evidente. Continuiamo a discutere dell’integrazione europea attraverso categorie nate in un’altra epoca, contrapponendo più Europa e meno Europa, federalismo e sovranità nazionale, Bruxelles e gli Stati membri. Nel frattempo, il mondo ci impone una questione più semplice e più dura: quali decisioni possono ancora essere prese efficacemente da un singolo Stato europeo?

La risposta non comporta la scomparsa delle nazioni. Al contrario. Giovanni Spadolini ricordava che «senza le Patrie, assise sul loro fondamento morale, non ci sarebbe l’Europa». La frase merita di essere sottratta tanto alla lettura sovranista quanto a quella funzionalista. Non esiste un’Europa politicamente solida costruita contro le nazioni che la compongono; ma non esistono più nazioni europee pienamente sovrane se pretendono di esercitare da sole tutte le funzioni della sovranità.

Oggi bisogna costruire una sovranità tecnologica europea ed una più concreta autonomia strategica e per fare ciò bisogna archiviare velleitarismi nazionali sui nodi industriali, strategici e di sicurezza.

Un Paese può conservare formalmente la competenza sulla difesa e dipendere quasi interamente dall’esterno per tecnologie, intelligence, difesa aerea e sistemi satellitari. Può conservare la competenza energetica e dipendere da pochi fornitori stranieri. Può mantenere una politica industriale nazionale e vedere le proprie imprese schiacciate dalla scala finanziaria americana e cinese.

In questi casi la sovranità esiste sulla carta ma è debole nella realtà.

L’integrazione europea acquista quindi senso quando permette di recuperare capacità e controllo sulla propria sicurezza. Difesa, tecnologie strategiche, sicurezza energetica, infrastrutture critiche, spazio, grandi investimenti industriali, mercato dei capitali e una parte crescente della politica estera richiedono una dimensione continentale.

La difesa è il caso più evidente. Non basta aumentare la spesa se continuiamo a moltiplicare programmi nazionali, sistemi d’arma incompatibili e filiere frammentate. La sicurezza europea richiede acquisti comuni, interoperabilità, standard condivisi e una politica industriale della difesa capace di evitare che ogni Stato cerchi di riprodurre su scala ridotta tutte le capacità.

Questo rafforzamento europeo non deve però essere concepito contro la NATO, ma deve avvenire dentro la NATO. La formula di un’Europa più forte in un’Alleanza più forte riassume correttamente la nostra posizione. L’Europa deve poter assumere una parte assai maggiore della propria sicurezza, anche perché l’attenzione strategica degli Stati Uniti è destinata sempre più a concentrarsi sull’Indo-Pacifico. Ma separare politicamente Europa e America significherebbe indebolire entrambe.

Il rapporto transatlantico deve dunque maturare. Da un lato gli Stati Uniti devono comprendere che gli alleati non sono protettorati e che le divergenze economiche non possono essere trasformate sistematicamente in pressioni sulla sicurezza. Dall’altro gli europei devono smettere di reclamare autonomia strategica senza accettarne il costo finanziario, industriale e militare.

La tradizione atlantica di Truman e Marshall rimane oggi il nostro vero faro perché era costruita sull’idea di una reciprocità di interessi oltre che di ideali. Gli Stati Uniti, del resto, non ricostruirono l’Europa per filantropia. Comprendevano che una Europa prospera, stabile e libera rafforzava la sicurezza americana. Allo stesso modo, oggi l’Europa deve diventare più forte non per allontanarsi dall’America, ma affinché il rapporto transatlantico torni ad essere un’alleanza fra soggetti politicamente capaci, responsabili e floridi.

Per l’Italia questa trasformazione rappresenta un’opportunità e una responsabilità.

Abbiamo trascorso troppi anni definendoci un «ponte» senza specificare fra quali rive e per quale traffico. Oggi siamo di fronte all’obbligo di scegliere e questa scelta deve essere fatta seguendo un disegno coeso, coerente e di lungo termine. L’Italia possiede però una posizione che può diventare strategica se viene organizzata attorno a tre dimensioni: la sua appartenenza all’Unione Europea, quella alla comunità atlantica e la centralità mediterranea.

Il Mediterraneo non può continuare a comparire nella politica europea soltanto quando esplode un’emergenza migratoria. È lo spazio nel quale si incontrano il Nord Africa, il Medio Oriente, il Mar Rosso, i Balcani, le rotte energetiche, le infrastrutture digitali, le catene logistiche e la competizione fra potenze. Per dirla con Maurizio Molinari è il vero campo di battaglia del nuovo assedio ibrido all’occidente. Di fronte a questa sfida non possiamo permetterci di essere più l’anello debole dell’occidente, ma dobbiamo esserne la chiave di volta, capace di mediare tra mondi diversi, mantenendo però un radicamento indubitabile nel perimetro euroatlantico, senza ambiguità, senza tentennamenti.

E per fare ciò dobbiamo impegnarci per porre al centro dell’agenda europea e atlantica i temi del Mediterraneo e dell’Africa, ormai resi dalle evidenze della storia ineludibili.

Anche perché la Libia riguarda la sicurezza italiana. Il Sahel riguarda la sicurezza italiana. La libertà di navigazione nel Mar Rosso riguarda l’industria italiana. La penetrazione russa e cinese nei porti e nelle infrastrutture mediterranee riguarda la sicurezza europea. Le migrazioni non possono essere comprese separatamente dalla stabilità politica ed economica dell’Africa settentrionale specie quando diventano leve cardine delle strategie di destabilizzazione delle autocrazie.

La funzione dell’Italia dovrebbe allora consistere nell’europeizzare la propria vocazione mediterranea. I Paesi dell’Est hanno saputo trasformare il fianco orientale in una priorità strategica dell’intera Unione. L’Italia deve fare altrettanto con il fianco meridionale superando inutili polemiche con i propri vicini latini (da Madrid a Parigi, fino ad Atene).

Per riuscirci non bastano i vertici internazionali. Occorrono continuità diplomatica, intelligence, strumenti militari adeguati, presenza economica, conoscenza delle società con le quali pretendiamo di interagire, una strategia energetica e una politica portuale coerente.

L’influenza internazionale deve avere come faro proprio maggiore cooperazione euroatlantica e maggiore continuità.

6. Riforme strutturali e ruolo dell’Italia.

Ma non si costruisce una politica internazionale credibile sopra uno Stato debole. Una nazione acquista autorevolezza all’esterno quando dimostra capacità all’interno. L’Italia non può pretendere di orientare l’Europa se non riesce a realizzare infrastrutture nei tempi stabiliti, se dispone di amministrazioni paralizzate dalle sovrapposizioni, se la giustizia civile rimane lenta, se la scuola perde capacità formativa, se la prevenzione territoriale continua a essere subordinata alla logica dell’emergenza.

Il problema italiano è da molti anni un problema di capacità dello Stato e la vera sfida è quella della riforma dello Stato e della Spesa.

Abbiamo accumulato norme pensando che ogni nuova norma aumentasse il controllo. Abbiamo moltiplicato competenze credendo che la distribuzione dei poteri producesse automaticamente equilibrio. Il risultato è spesso opposto: le responsabilità diventano meno identificabili, i procedimenti più lunghi, il cittadino non sa quale amministrazione debba rispondere di un risultato e ogni livello istituzionale può attribuire il fallimento a un altro. Come insegna Montesquieu le leggi unitili indeboliscono quelle necessarie.

Riformare lo Stato significa anzitutto restituire responsabilità al potere. Chi decide deve essere identificabile; chi spende deve rispondere dei risultati; chi amministra deve essere valutato.

Questo principio vale innanzitutto per il regionalismo. La nostra tradizione cattaneana ci impedisce di considerare l’autonomia un errore. Ma proprio per questo dobbiamo sottrarla alla degenerazione della deresponsabilizzazione nata con le perversioni sorte a partire della riforma del titolo V. L’autonomia serve quando permette di sperimentare, adattare, differenziare. Diventa insostenibile quando produce diritti fondamentali sostanzialmente diversi a seconda del luogo di residenza.

La sanità costituisce l’esempio più evidente di questo fallimento. Non è accettabile che la qualità dell’assistenza, i tempi di una prestazione o la disponibilità di servizi essenziali dipendano in misura così ampia dal territorio nel quale un cittadino vive. L’autonomia regionale deve essere accompagnata da una garanzia nazionale effettiva dei livelli essenziali, da indicatori comparabili, da una piena trasparenza dei costi e dalla possibilità di intervento quando una struttura territoriale non è in grado di adempiere alle proprie funzioni fondamentali.

La pubblica amministrazione deve essere affrontata con lo stesso metodo. Digitalizzare non basta. Informatizzare procedure dannose rende ancora più evidente la loro inutilità e perniciosità. Una vera riforma consiste nel domandarsi quali procedimenti siano realmente necessari, quali controlli possano essere svolti successivamente, quali dati debbano essere condivisi fra amministrazioni e quali responsabilità debbano essere attribuite ai dirigenti.

Il tema del merito ritorna qui nella sua accezione repubblicana. Merito non significa privilegio sociale. Significa creare istituzioni nelle quali la competenza possa emergere, essere riconosciuta e venire utilizzata nell’interesse generale. Uno Stato che non sa attrarre competenze finisce inevitabilmente per dipendere da consulenze esterne o per rinunciare a svolgere funzioni che dovrebbe presidiare direttamente.

La scuola e l’università diventano in questo quadro la più importante infrastruttura nazionale. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale renderà questa scelta ancora più evidente. Una società nella quale la tecnologia aumenta enormemente l’accesso all’informazione e contemporaneamente riduce la capacità di distinguerne la qualità può conservare le procedure della democrazia e perdere progressivamente la sostanza del giudizio democratico.

La scuola non deve quindi essere considerata soltanto come politica sociale. È politica economica, politica di sicurezza, politica democratica.

Un Paese che non forma ingegneri, tecnici, ricercatori, medici, insegnanti e cittadini capaci di valutare criticamente l’informazione perde competitività ma perde anche autonomia.

La questione economica conduce nuovamente a Ugo La Malfa. Dobbiamo tornare a parlare di compatibilità perché la politica italiana ha coltivato troppo a lungo l’illusione che ogni problema potesse essere affrontato aggiungendo spesa. Una società che invecchia dovrà finanziare pensioni e sanità con una quota progressivamente ridotta di popolazione attiva. Nello stesso momento dovrà investire maggiormente nella difesa, nella ricerca, nella transizione energetica, nelle infrastrutture e nella sicurezza territoriale.

Non esiste alcuna formula che permetta di evitare le scelte.

La responsabilità fiscale non è un’imposizione dell’Unione Europea. È una forma di indipendenza. Uno Stato che destina una quota crescente delle proprie risorse al servizio del debito dispone di meno libertà politica. È più vulnerabile agli shock internazionali, alle variazioni dei tassi e alle crisi finanziarie. Da questo punto di vista il debito pubblico appartiene alla politica di sicurezza nazionale non meno dell’energia o della difesa.

Ciò non significa austerità indiscriminata. La tradizione repubblicana non è quella del taglio come valore. Rigore significa distinguere fra spesa produttiva e rendita, fra investimento e trasferimento, fra sostegno necessario e promessa elettorale.

L’Italia deve crescere attraverso produttività, innovazione, infrastrutture, capitale umano, concorrenza, energia e mobilitazione del risparmio. Deve smettere di considerare il deficit la scorciatoia ordinaria per rinviare decisioni politicamente difficili.

La stessa logica riguarda la sicurezza del territorio. Spendiamo spesso enormemente dopo un’alluvione, un terremoto, un incendio o una frana e troppo poco per ridurre anticipatamente il rischio. È una politica economicamente irrazionale e moralmente insostenibile. Protezione civile, prevenzione idrogeologica, adattamento climatico, monitoraggio delle infrastrutture e pianificazione devono essere ricondotti dentro una strategia pluriennale nazionale dotata di capacità tecnica permanente.

Il principio è sempre lo stesso: anticipare invece di inseguire.

È una delle differenze fondamentali fra amministrazione dell’emergenza e governo.

7. Populismi, bipolarismo muscolare e crisi delle coalizioni.

La debolezza istituzionale italiana si accompagna a una deformazione politica che possiamo definire bipolarismo muscolare. Non si tratta del bipolarismo in sé. Una democrazia può organizzarsi legittimamente attorno a due grandi alternative. Il problema nasce quando l’appartenenza a uno dei due campi diventa un’identità totale e pretende di sospendere il giudizio sulle contraddizioni interne.

In questo sistema ogni critica al proprio schieramento viene interpretata come un favore all’avversario. Il dissenso interno diventa tradimento. La campagna elettorale tende a trasformarsi in una continua delegittimazione reciproca. La discussione sui contenuti viene subordinata alla domanda: da che parte stai?

Per i repubblicani questa domanda viene dopo.

Il centrodestra italiano contiene elementi che possiamo riconoscere positivamente, a cominciare dalla continuità mantenuta dal governo sulla collocazione atlantica e dal sostegno all’Ucraina. Sarebbe ideologico negarlo. Ma nello stesso campo cresce una cultura nazional-populista che presenta connotati difficilmente conciliabili con la nostra impostazione europea, atlantica e costituzionale.

Il fenomeno rappresentato da Roberto Vannacci e dall’area politica che gli si è raccolta attorno non può essere liquidato con la demonizzazione personale. Sarebbe persino controproducente. Il problema è politico e riguarda la concezione della nazione, dell’Europa e dell’Occidente che quella destra propone.

Contestiamo l’idea che la sovranità nazionale debba essere recuperata attraverso la sottrazione sistematica di competenze alle istituzioni europee proprio mentre la scala della competizione internazionale rende quelle istituzioni più necessarie. Contestiamo l’idea che il patriottismo debba continuamente costruirsi attraverso l’individuazione di un’identità avversaria. Contestiamo ogni indulgenza verso Mosca e ogni concezione transazionale delle alleanze.

Ma questo è un problema che non riguarda soltanto Vannacci. Riguarda ciò che il centrodestra sarà disposto ad assorbire della cultura sovranista per contenerne la sua crescita elettorale. Un governo può dichiararsi europeista e atlantico, ma la sua credibilità dipende anche dalla capacità di impedire che parti rilevanti della maggioranza ne smentiscano sistematicamente la politica internazionale.

Un problema speculare esiste anche a sinistra.

Non possiamo ignorare che una parte del campo progressista italiano continui a manifestare un rapporto ambiguo con l’Occidente, con la NATO e con l’uso legittimo della forza. Molti rappresentano la forma più esplicita di questa cultura, nella quale le crisi internazionali vengono spesso interpretate attraverso una responsabilità originaria e quasi automatica degli Stati Uniti e dell’Occidente.

Alleanza Verdi e Sinistra appartiene a una genealogia politica differente e non sarebbe serio assimilarla meccanicamente a queste posizioni. Resta tuttavia una divergenza sostanziale sul sostegno militare all’Ucraina, sulla politica di difesa e sul giudizio complessivo della deterrenza occidentale. Una coalizione che comprendesse contemporaneamente chi considera necessario continuare a garantire capacità militari a Kiev e chi si oppone strutturalmente a quella politica dovrebbe risolvere la contraddizione prima di presentarsi come alternativa di governo.

La stessa chiarezza deve valere sulla questione israelo-palestinese. La critica alle politiche di Netanyahu è legittima e in diversi casi necessaria. Ma quando il linguaggio politico finisce per attenuare la responsabilità di Hamas o per mettere in discussione il diritto stesso di Israele a esistere come Stato, la distanza dalla nostra cultura diventa insanabile.

Non vogliamo pertanto stabilire una simmetria artificiale fra destra radicale e sinistra massimalista. Hanno storie, idee e finalità differenti. La loro conseguenza può tuttavia coincidere su un terreno: rendere più fragile, oscillante e meno affidabile la politica internazionale dell’Italia.

Una grande coalizione può contenere differenze. È normale. Non può contenere due politiche estere.

Non può avere una politica europea nelle dichiarazioni del presidente del Consiglio e un’altra nelle piazze dei partiti che lo sostengono. Non può essere contemporaneamente atlantica e neutralista, europeista e sovranista, favorevole al sostegno dell’Ucraina e contraria agli strumenti attraverso i quali quel sostegno viene materialmente assicurato.

Le contraddizioni non risolte prima delle elezioni non scompaiono dopo. Diventano crisi di governo.

Il PRI deve sottrarsi alla pressione che induce le forze minori a scegliere preventivamente uno dei due campi per ottenere protezione elettorale. Sarebbe la via più semplice e probabilmente la più rapida per perdere ciò che resta della nostra funzione.

Non ci interessa essere la componente repubblicana del centrodestra o la componente repubblicana del centrosinistra.

Ci interessa sapere se i programmi di governo sono compatibili con una politica repubblicana.

8. Il programma prima degli schieramenti.

Da questo discende il criterio delle alleanze. Non esiste per noi un alleato naturale nel senso tradizionale del termine. Esistono interlocutori più o meno vicini, culture politiche con le quali condividiamo parti importanti della nostra storia, ma nessuna collocazione deve essere trasformata in un vincolo antecedente ai contenuti.

Questo non significa che il PRI voglia diventare una forza disponibile a ogni combinazione parlamentare. È esattamente il contrario. Definire prima il programma restringe il campo delle alleanze molto più di quanto faccia l’appartenenza a un’area generica.

Una forza che voglia costruire un’intesa con i repubblicani dovrà sapere che la collocazione europea e atlantica dell’Italia non verrà negoziata; che l’indipendenza dell’Ucraina non potrà essere sacrificata alla ricerca di una pace soltanto nominale; che l’Europa dovrà sviluppare una propria capacità politica e militare dentro il rapporto transatlantico; che la responsabilità fiscale sarà parte del programma e non una correzione da affidare alla successiva legge di bilancio; che la scuola, la ricerca e l’amministrazione verranno considerate investimenti strategici; che la sicurezza sarà affrontata senza indulgenze ma dentro lo Stato di diritto; che la laicità delle istituzioni non dipenderà dagli equilibri elettorali.

Dentro questo perimetro esiste naturalmente lo spazio del compromesso. È la politica.

Ma il compromesso ha dignità soltanto quando nasce fra posizioni riconoscibili. Se nessuno è più in grado di spiegare quale principio abbia sacrificato, per quale obiettivo e in cambio di quale risultato, il compromesso smette di essere una mediazione e diventa adattamento.

È questo il senso più serio della tradizione coalizionale repubblicana. Spadolini non concepiva una maggioranza come semplice somma di partiti. La qualificava attraverso un programma. Il presidente del Consiglio doveva essere garante di quell’indirizzo; i partiti dovevano assumersene pubblicamente la responsabilità davanti al Parlamento.

La lezione è particolarmente attuale perché oggi i programmi di coalizione vengono spesso costruiti come documenti nei quali ogni formula deve essere abbastanza ambigua da permettere a ciascun partito di leggerla a proprio modo. Si ottiene così l’unità linguistica sacrificando l’unità politica.

Dobbiamo tornare alla logica opposta: poche scelte, chiaramente definite, con un vincolo politico esplicito.

Anche il problema della presenza autonoma del PRI deve essere affrontato in questa prospettiva. Non si tratta di trasformare il simbolo in un feticcio. Un simbolo vale quando comunica un contenuto riconoscibile. L’Edera non deve apparire soltanto come la sopravvivenza grafica di una grande tradizione; deve tornare ad avere un significato politico immediato.

Quando un cittadino vede quel simbolo deve sapere che cosa rappresenta: un’Italia europea e occidentale, uno Stato laico, una cultura della responsabilità finanziaria, l’autorità delle istituzioni, l’investimento nella conoscenza, il riformismo economico, la centralità della scuola, il rispetto dello Stato di diritto, una concezione esigente della cittadinanza.

Dove esisteranno le condizioni per presentare autonomamente questa proposta, dovremo farlo. Dove sarà necessario costruire aggregazioni più ampie, dovremo pretendere che esse nascano attorno a impegni politici verificabili.

Non abbiamo invece bisogno di un’altra operazione centrista costruita soltanto sul rifiuto dei toni estremi.

La moderazione è una virtù quando significa equilibrio nel giudizio; diventa un limite quando significa incapacità di scegliere.

Una forza repubblicana deve avere il coraggio di spiegare perché due obiettivi entrano in conflitto, perché una decisione comporta un costo, perché una riforma richiede tempo, perché una politica estera produce conseguenze che non possono essere ridotte a un titolo.

È una scelta anche generazionale. Non possiamo chiedere a un giovane di diventare repubblicano perché nel Novecento esistettero La Malfa e Spadolini. Dobbiamo dimostrare perché quella tradizione gli offre strumenti per comprendere il proprio tempo

È una tradizione viva soltanto se sappiamo usarla.

9. Conclusione.

Care amiche, cari amici,

al termine di questa relazione dobbiamo tornare alla domanda iniziale. Che cosa significa oggi il destino nazionale dei repubblicani?

Non significa immaginare che il PRI possa ritornare per decreto della storia al ruolo che ebbe in altre stagioni. La storia non restituisce mai esattamente le stesse condizioni. Non significa neppure affidarsi al prestigio di uomini che appartengono ormai alla storia nazionale per compensare la debolezza del presente.

Significa assumere un debito.

Siamo debitori verso una tradizione che ha partecipato alla formazione della nazione, alla lotta antifascista, alla nascita della Repubblica, alla scelta occidentale, alla costruzione europea, alla modernizzazione dell’economia e delle istituzioni.

Non possiamo utilizzare quella tradizione soltanto per legittimarci.

Dobbiamo esserne all’altezza.

Essere all’altezza di Mazzini oggi non significa ripetere il linguaggio dell’Ottocento. Significa ricostruire un’idea della cittadinanza nella quale il diritto torni ad essere accompagnato dal dovere e la patria venga sottratta tanto alla retorica nazionalista quanto all’indifferenza cosmopolita.

Essere all’altezza di Cattaneo significa costruire autonomie responsabili e un federalismo europeo capace di unire senza uniformare.

Essere all’altezza di Sforza significa comprendere che l’indipendenza italiana si rafforza dentro un’Europa capace di agire e dentro un Occidente che non sia né impero americano né somma di solitudini nazionali.

Essere all’altezza di Pacciardi significa ricordare che una Repubblica incapace di difendersi consegna la propria libertà alla buona volontà degli altri.

Essere all’altezza di La Malfa significa tornare a pronunciare verità economiche anche quando non producono consenso immediato, perché la politica che distribuisce oggi ciò che non possiede semplicemente presenta il conto a chi verrà domani.

Essere all’altezza di Spadolini significa restituire alla politica il senso della continuità nazionale, subordinando la convenienza di partito all’interesse generale.

Questo è il punto.

Il mondo nel quale l’Italia dovrà vivere nei prossimi anni sarà probabilmente più duro di quello che abbiamo conosciuto nell’ultima generazione. La competizione internazionale aumenterà. La tecnologia continuerà a redistribuire potere. Le democrazie saranno sottoposte alla pressione esterna delle autocrazie e a quella interna della disaffezione, della polarizzazione e del populismo. L’Europa dovrà decidere se diventare un soggetto politico o rassegnarsi a essere uno spazio nel quale altri esercitano la propria influenza. Gli Stati Uniti dovranno scegliere se guidare un sistema di alleanze o ridurlo a una sequenza di transazioni. L’Italia dovrà affrontare contemporaneamente il debito, la demografia, la produttività, la trasformazione tecnologica, la sicurezza mediterranea e la riforma dello Stato.

Davanti a tutto questo non possiamo limitarci a chiedere da quale parte sederci.

Dobbiamo dire che cosa pensiamo.

È qui che le sette R acquistano il loro significato definitivo. La Ragione non come freddezza tecnocratica, ma come rifiuto del fanatismo e della menzogna. Il Risorgimento non come culto di un passato concluso, ma come costruzione permanente della nazione. La Resistenza non come appartenenza cerimoniale, ma come consapevolezza che la libertà politica non è irreversibile. La Repubblica non soltanto come forma dello Stato, ma come ordinamento di cittadini responsabili. I Riformatori come dimostrazione che la fedeltà ai principi richiede spesso il coraggio di cambiare gli strumenti. I Repubblicani come soggetto presente di quella continuità. La Responsabilità come criterio che impedisce a tutte le altre parole di ridursi a retorica.

La nostra geografia politica potrà cambiare.

La nostra geografia morale deve essere più stabile.

L’Italia, l’Europa, l’Occidente democratico, la Repubblica.

Dentro questo spazio devono tornare ad agire i repubblicani.

Non con il cappello in mano davanti alle coalizioni, non chiedendo un seggio in cambio della rinuncia alla propria voce, non coltivando una superiorità minoritaria altrettanto sterile. Con un programma, con un giudizio e con la disponibilità ad assumersi la responsabilità delle conseguenze.

Potremo sostenere governi e potremo contrastarli. Potremo costruire alleanze e potremo rifiutarle. Potremo trovarci d’accordo con la destra su una questione e con la sinistra su un’altra. Non vi sarà contraddizione se il criterio rimarrà lo stesso.

La fedeltà non è allo schieramento.

È alla Repubblica.

Quasi quarant’anni fa Spadolini affidò ai repubblicani il compito di mettere «gli interessi generali sempre al primo posto». Non abbiamo bisogno di inventare una formula migliore. Abbiamo bisogno di tornare a prenderla sul serio.

Perché il destino nazionale dei repubblicani non consiste nel destino del Partito Repubblicano Italiano considerato come organizzazione.

Consiste nella possibilità che, davanti ai grandi passaggi della storia nazionale, esista ancora una voce capace di ricordare che la libertà senza responsabilità si consuma, che la nazione senza Europa si indebolisce, che l’Europa senza nazioni perde la propria sostanza, che l’Occidente senza i propri principi diventa soltanto un’alleanza di interessi, che lo Stato senza autorità è impotente e che l’autorità senza limite non è repubblicana.

Se sapremo trasformare questa eredità in un programma contemporaneo, non avremo semplicemente conservato una tradizione.

Avremo restituito alla tradizione repubblicana una grande funzione nazionale.

La relazione sarà pubblicata anche sul sito nazionale del Pri

Tags: CongressoPri

Redazione

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