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Dibattito precongressuale, Gravagnuolo

di Redazione
1 Ottobre 2026
in Il Pri informa
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Paolo Gravagnuolo, Segretario della Sezione P.R.I. “A. e M. Coppola” di Cava de’ Tirreni, membro della Direzione Regionale campana e del Consiglio Nazionale uscente ci ha inviato il suo intervento

Con la recente scomparsa di Battaglia, un grande Repubblicano che mi pregio di avere ascoltato e apprezzato qualche anno fa alla Fondazione Spadolini su invito del compianto Santoro, cala ancor più il sipario su una stagione in cui il nostro Partito governava il Paese insieme agli altri tre Partiti minori (una volta, tra il ‘74 ed il ‘76, perfino in un bicolore con la D.C.), “generosamente” coinvolti prima da De Gasperi e poi dagli altri leader della “balena bianca”. Il peso specifico del P.R.I., come riconosciuto da molti, si faceva sentire soprattutto in ambito economico-finanziario, con un’attenzione al bilancio statale (vedi la memorabile “Nota aggiuntiva” di Ugo La Malfa). Ma col tempo, grazie al prestigio di Giovanni Spadolini, si ottenne una forte influenza anche in altri ambiti, spesso rimasti a lungo appannaggio del P.C.I., il maggiore Partito d’opposizione con vocazione all’egemonia culturale. Vi contribuirono parlamentari e intellettuali impegnati nelle battaglie meridionaliste e nella tutela del patrimonio storico-ambientale, come Compagna e Galasso. Basti ricordare il ruolo strategico del Ministero per i Beni culturali e ambientali, creato alla fine del ‘74 in sintonia con le battaglie di Italia Nostra.
Oggi siamo rimasti in pochi, anche se la tendenza è in lieve crescita e annovera fortunatamente dei giovani. Abbiamo però una grande occasione per far sentire di nuovo la nostra voce, anzi il dovere morale di provarci. L’imperativo “categorico” kantiano potrebbe consistere nell’offrire una “casa” a tanti ragazzi delusi dalla perdita dei valori e dalla crisi di alcuni Partiti, anche di quelli recentemente usciti dalle urne con successo. Potremmo farlo riportando sotto i riflettori la valorizzazione del merito e la questione morale. Il merito, da decenni in Italia, è divenuto quasi un disvalore: riportarlo in auge ci consentirebbe di avere presa sui giovani che, esasperati da evidenti storture, sempre più spesso emigrano per vedere riconosciuti i propri talenti e adeguatamente ricompensati i sacrifici compiuti. Una esiziale diaspora di “cervelli” (e non solo), tra le vergogne odierne nazionali: rischiamo di diventare un Paese sfiduciato e abitato da anziani, subendo un’involuzione che presterebbe il fianco a populismi e richiami a soluzioni antidemocratiche. Anche la “questione morale”, che sembrò prefigurare la stagione di “Mani pulite” e fu cavallo di battaglia di Enrico Berlinguer, sta tornando obiettivamente di moda. Quando fu proposta, Ugo La Malfa fu tra i primi ad apprezzarne il rigore ed Aldo Moro colse subito l’occasione per allargare al P.C.I. l’allora asfittico scenario politico. Merito e questione morale sono due argomenti strettamente connessi e hanno una radice comune: il richiamo ai “doveri” esercitato da Mazzini in Italia e in Europa. Colpisce la sua attualità, così come testimoniato già da un passaggio del discorso di Moro al XIII Congresso nazionale della D.C. del 20 marzo 1976, al tempo del bicolore col P.R.I.: “Questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere”. Parole che ci sentiamo di sottoscrivere alla lettera.
Nell’ultimo Consiglio del 17 aprile Corrado De Rinaldis Saponaro ci ha invitati a scrivere riflessioni in vista del Congresso previsto a novembre a Roma. Accolgo con piacere tale input, pur essendo il meno titolato dal punto di vista politico per farlo. La legge elettorale per le imminenti Elezioni politiche sta cambiando a colpi di maggioranza, senza considerare l’opportunità di farlo e a dispetto della giusta tempistica per consentire a tutti i contendenti di attrezzarsi. Il vero nodo per i “piccoli” sarà ancora una volta superare il più o meno severo quorum di sbarramento. Il P.R.I. dovrà necessariamente giungere ad un accordo strategico, con la speranza di poter avere nuovamente almeno un deputato e un senatore. Ma Parigi val bene una messa? Mi permetto di parafrasare Enrico IV, per alludere al rischio di dover “ingoiare” qualsiasi rospo pur di tornare in Parlamento. Ben ha fatto, glie ne do pubblicamente atto, il Segretario nella sua ultima relazione a rimarcare che il Partito non può ripetere gli errori del passato, quando si andavano a “pietire posti riservati” di parlamentare, di sottogoverno e perfino governativi. Ora è il momento di tornare ad ambire a quei ruoli in modo autonomo, pur se stringendo a tale scopo patti elettorali. E qui si arriva al punto nevralgico: con chi è preferibile allearsi? In poco tempo siamo passati da un’alleanza alle Europee con Azione, ad una con diverse forze a noi vicine per le Regionali in Toscana con “Casa Riformista”, fino ad un patto nuovamente esclusivo con “Avanti P.S.I.” per le Regionali in Campania. Sono tra quelli che considerano fondamentale un’alleanza che sia un cartello elettorale, ma fondato su basi ideali. A favore dei Socialisti c’è certamente il fatto di essere eredi dei due Partiti più antichi ancora presenti nell’agone elettorale. Tuttavia, entrare in un sodalizio denominato Avanti, pur garantendoci la visibilità dell’edera, ci pone implicitamente, per il riferimento al loro organo di stampa più noto, in una posizione se non subalterna, forse non paritaria. Con Azione, +Europa, Italia Viva ed altre opzioni simili vi è forse una maggiore affinità ideologica, anche se con angoli da smussare a causa di alcuni noti personalismi. Coi Liberali permangono differenze, ma ci si potrebbe nuovamente provare, pur consapevoli che, come i Socialisti, sono anch’essi divisi in diversi rivoli. Con i Radicali esistono, invece, antiche radici comuni. A questo proposito, vorrei ricordare il trattamento “speciale” che seppero ottenere da Veltroni, quando almeno una volta il P.D. garantì loro un “diritto di tribuna” con l’elezione certa di alcuni parlamentari (e mi sia consentito, essendo sopraggiunta la scomparsa della Bonino, dirle un semplice “grazie” per tutte le battaglie civili cui ha partecipato). Tuttavia, una scelta si dovrà pur fare e le Elezioni Politiche sono ormai dietro l’angolo. Credo che il Congresso debba svolgersi con carica passionale, ma senza animosità, offrendo un quadro chiaro delle opzioni e accogliendo diverse mozioni sulle quali chiedere il voto della maggioranza dei delegati. Premesso che anch’io, come altri Consiglieri Nazionali uscenti, ritengo opportuna in questa fase delicata la riconferma di De Rinaldis Saponaro, mi sento di ribadire che molti, come me, si sono avvicinati al P.R.I. proprio dopo la netta scelta di campo di ritornare nell’alveo del centro-sinistra e di allontanarsi da alleanze con Partiti antiunitari. Dopo il Congresso di Bari, quando la maggioranza dei delegati decise di accettare un patto con Berlusconi, furono in molti, tra cui la Sbarbati e i miei principali punti di riferimento – tra cui i defunti Ossorio e Zannelli, nonché Notarbartolo e Guariglia – a lasciare il Partito. Ora che, grazie al costante lavoro di “tessitura” di tanti, vi sono i presupposti per una riunificazione con gli aderenti ai Repubblicani Europei e ai Repubblicani Democratici, non possiamo rischiare di perdere questa ritrovata unità, cui ho personalmente dedicato sin da subito l’intera mia esperienza politica.
Il Campo largo o larghissimo, anche se includesse forze che oggi non ne fanno ancora parte, sembrerebbe in affanno, anche a causa delle divergenze in politica estera e delle “sbandierate”, ma mai realmente indette per davvero, primarie. Sono note le nostre divergenze, a volte sostanziali, con M5S e AVS (devo, però, riconoscere che nelle recenti Amministrative ho avuto molta sintonia proprio con i pentastellati). A noi converrebbe semmai la creazione di una forte compagine centrista, pur consapevoli che quasi mai sommare più Partiti in ambito elettorale ha prodotto più voti. Certo, se il P.D. si rendesse conto che con Conte non è detto che tornino i conti e si facesse promotore di una simile proposta centrista, varrebbe la pena di giocare questa partita. E permettetemi di sottolineare quanto diverso potrebbe essere il quadro politico nazionale se la stessa Forza Italia, da vari mesi in difficoltà soprattutto per alcune posizioni leghiste e preoccupata per l’apparente inarrestabile ascesa di Vannacci, si avvicinasse al cento, offrendo così una sponda a tante piccole formazioni della galassia laica e democratica. Mi sto di certo lanciando in un disegno fantapolitico: potrebbe mai nascere in Italia una Democrazia Laica capace di ricoprire l’area elettorale un tempo occupata dal monolite della Democrazia Cristiana? E se tale evento si verificasse, noi staremmo a guardare o diventeremmo protagonisti di questa possibile “unione strategica”, sia in chiave nazionale che in proiezione europea?

Tags: BattagliaMoro

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