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Ma non chiamatela Sharing Economy

di Enrico Edoardo Gavassino
21 Maggio 2023
in Economia
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Nel nostro precedente articolo ci siamo occupati della Rental Economy mostrandone tutti i lati e rischi occulti, oggi invece parleremo di Sharing Economy; un modello economico che spesso viene confuso col primo ed è ultimamente presentato come una delle soluzioni possibili per salvaguardare il pianeta e migliorare il benessere delle persone.

La Sharing Economy, letteralmente “economia di condivisione”, è un modello economico che al posto di basarsi sul tradizionale modello di acquisto e consumo propone una economia che, attraverso delle reti sociali, si basi sulla condivisione di lavoro, tempo e beni, in particolare quelli sottoutilizzati, come le auto o le stanze della casa per citare gli esempi più famosi che vedremo. Questo nuovo modello, promettono i guru della Sharing Economy, permette di ottimizzare le risorse che già possediamo generando benessere economico per gli individui, che spendono meno o addirittura guadagnano attraverso il sistema, permette inoltre di evitare la sovrapproduzione e quindi di tutelare l’ambiente.

La Sharing Economy viene presentata innanzitutto come un modello culturale, prima che economico, ove le persone mettono spontaneamente al servizio del prossimo le loro risorse, legati agli altri dal senso di condivisione e fiducia reciproca. 

Uno dei casi più importanti riguardò la nota azienda Uber, che permetteva anche di guadagnare denaro offrendo la propria auto a chi avesse avuto bisogno di un passaggio. Oggi Uber non opera più con questo sistema, che si chiamava UberPop, e lo stesso è divenuto illegale nella maggior parte degli stati europei. Coloro che lavorano con Uber, oggi, sono infatti dei professionisti NCC; il modello di condivisone della propria auto quindi è già terminato, almeno per questa azienda.

Altri esempi di sharing economy sono l’house sharing come ad esempio quello offerto dalla piattaforma di Airbnb, per la condivisione di stanze inutilizzate della casa o per appartamenti interi, e la sharing mobility, come nel caso ad esempio di BlaBlaCar che, a essere sinceri, pare l’unica azienda a seguire un reale modello di condivisione, aiutando semplicemente gli utenti a trovare passaggi per la loro destinazione e a spartirsi i costi della benzina in modo autonomo e senza commissioni da parte della stessa BlaBlaCar.

Si può certamente affermare che questi servizi siano utili per generare delle piccole rendite o risparmiare su alcuni costi, ma noi non intendiamo certo contestare chi riesce ad ottimizzare le sue proprietà per ottenerne un guadagno economico. Ciò che contestiamo è l’enfasi con cui si propaganda una teoria economica che vorrebbe proporsi come filosofia di elevata moralità mentre appare più simile semplicemente ad una economia di sussistenza basata sulla necessità.

Abbiamo accennato come funziona la Sharing Economy dal lato del consumatore, capace di trasformarsi, ci raccontano, in produttore quando offre, ad esempio la casa, in sharing agli altri. L’economia, tuttavia, non va mai analizzata a senso unico e soprattutto chi scrive, essendosi laureato in Economia e Direzione delle Imprese con indirizzo in Management, suggerisce di osservare la Sharing Economy soprattutto dall’altro lato della barricata: quello delle aziende che offrono i servizi di sharing. La Sharing Economy non è solo un nuovo modello di consumo, ma un nuovo modello di produzione ove le risorse già detenute dagli individui vengono avvinte al sistema produttivo delle aziende attraverso condivisone, ma non certo quella tra individui bensì quella tra individui ed aziende.

Poco importa che i dati della FEPS (la Foundation for European Progressive Studies) sottolineino che la Sharing Economy in Italia ha creato 2 milioni di crowd workers. Non ha importanza quanti crowd workers esistano, perché il crowd worker, cioè chi guadagna dalle piattaforme di sharing mettendo a disposizione i propri beni, non è un lavoratore: non è un dipendente, non è un libero professionista, insomma non è nulla nella economia del lavoro se non una persona che guadagna del denaro in modo occasionale. Guadagnare, anche importanti somme, attraverso le piattaforme di sharing è certamente possibile ma a quel punto siamo davanti a una organizzazione professionale del lavoro per cui non è possibile certo parlare di semplice crowd worker. Gli stessi dati peraltro sottolineano che il profilo principale del cosiddetto crowd worker è una donna del sud di età compresa tra i 25 e i 35 anni, cosa che ci dovrebbe far riflettere ulteriormente.

Attraverso la Sharing Economy, semplicemente, il sogno proibito del grande capitale si avvera; quello di sfruttare a proprio vantaggio le risorse dei consumatori. Prima il produttore vende qualcosa al consumatore, poi grazie allo sharing continua a guadagnare sul bene che è già stato venduto. La Sharing Economy è, a ben notare, assai più funzionale al grande capitale addirittura di un esproprio, perché la proprietà rimane in capo ai singoli e di conseguenza anche tutti i costi rimangono totalmente a carico di colui che è già proprietario del bene: il consumatore quindi diviene “consumato”.

Pensiamo all’esempio delle piattaforme che permettono di condividere la casa: i costi di manutenzione e le tasse sull’immobile sono totalmente a carico del proprietario, mentre per l’azienda che propone il servizio è tutto profitto senza costi, tolti quelli relativi alla piattaforma digitale. Questo è quanto emerge studiando il modello della Sharing Economy da entrambe le angolature; ma era facilmente dimostrabile osservando chi sono i principali attori della cosiddetta economia di condivisione, che non è affatto condivisiva né, a questo punto, condivisibile.

Gli attori che stanno proponendo questo nuovo modello economico sono tutte mega-aziende da profitti a sei zeri, qualcuna addirittura a nove zeri (si avete letto bene). L’azienda Airbnb, ad esempio, quotata sul Nasdaq, raggiunge la cifra astronomica di 1,9 miliardi (si avete di nuovo letto bene) di dollari di utile netto nel 2022. A chi fa bene quindi questa condivisione? Al consumatore che riesce ad arrotondare le entrate affittando i sedili della sua auto o la stanza di casa sua ai turisti o alle grandi multinazionali che sfruttano i suoi beni senza alcuna partecipazione ai costi? Si badi bene; lungi da noi dire cosa sia giusto o sbagliato fare con la propria macchina o la propria casa; l’individuo che desidera aderire al modello di Sharing Economy e offrire a queste aziende i propri beni in cambio di un piccolo guadagno deve essere libero di farlo…ma per amor di economia non chiamatela Sharing Economy!

Foto CC0

Enrico Edoardo Gavassino

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