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Per il partito repubblicano l’interesse dell’Occidente è uno e lo stesso

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
16 Maggio 2022
in L'editoriale
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Di fronte alla guerra in Ucraina non abbiamo mai posto una questione di interesse, tanto che leggendo il professor Galli della Loggia sul Corriere della Sera di oggi, siamo quasi trasaliti.  Non perché preoccupati di aver trascurato qualcosa, ma perché per per un partito come quello repubblicano l’interesse fondamentale degli Stati Uniti è lo stesso dell’Europa e dell’Italia, ovvero l’interesse della democrazia rappresentativa e del libero mercato. Non ci è mai nemmeno venuto in mente di metterlo in discussione, pur sapendo che si sono affacciati, rispetto al secolo scorso dei modelli diversi, da una parte quello della democrazia cosiddetta “diretta” e dall’altra quello del libero mercato senza democrazia punto.

La democrazia diretta l’abbiamo sempre considerata come una questione puramente terminologica, quando la democrazia è espletata, essa è sempre diretta, attraverso la rappresentanza nell’epoca contemporanea, attraverso la piazza in quella antica. Fu il giacobinismo ad aver specificato questo modello, essendo il club giacobino di origine parlamentare, sensibile quindi alla piazza e pure preoccupato di affermare le  prerogative del Parlamento sulla stessa. La tradizione democratica in Europa deriva da questa radice identitaria, dall’altra parte c’erano solo le monarchie assolutiste e l’Inghilterra che però non combatteva il giacobinismo, Danton e Marat si ripararono sulle sue sponde, combatteva la Francia. Il giacobinismo infatti sposava la proprietà privata ed il libero mercato.

Estintosi alla fine del secolo scorso il socialismo più o meno dappertutto e più o meno da solo, ovvero estintosi la risultanza della sanculotteria rivoluzionaria che contrastava il giacobinismo, si è affermato un modello autoritario capace di promuovere il libero mercato. Questa era l’esperienza cinese che effettivamente ha saputo compiere sul piano economico passi da gigante. Tuttavia, l’esperienza cinese per quanto possa apparire inedita rispetto all’ordinamento mondiale che conosciamo, non è affatto nuova. Ricalca il modello di Stato autoritario del seicento e del primo settecento, ovvero un modello prerivoluzionario, con il Trono e al posto dell’Altare, il partito. Se mai le masse della Cina si emanciperanno e si formerà un ceto economico indipendente, quale fu la borghesia in Francia, il modello cinese naufragherà esattamente come quello borbonico, da cui poco si differenzia se non per dinamicità ed inventiva, anche se Luigi XIV non va  sottovalutato.

La Russia è un’altra storia, il suo modello politico economico è un ibrido dove convivono i difetti dei diversi sistemi. Priva dell’inventiva cinese, la Russia è malinconica, difetta anche di una sufficiente democrazia interna. Il suo tasso di sviluppo si è basato sulla disponibilità di risorse che offre un grande territorio e che gestisce sulla base di un modello di favore, quello che consente appunto un’oligarchia. Per estendere il tasso del benessere, senza fare le riforme, la Russia ha bisogno di ampliare i suoi possedimenti. Soprattutto, non può consentire che un paese limitrofo si evolva positivamente e indipendentemente da lei, questo comporta una minaccia per il suo regime, altro che la Nato. La Cina per competere con l’economia del Taiwan ha dovuto costantemente riformulare le sue linee di strategia di mercato e mutare il gruppo dirigente del partito che comunque è sempre più ampio della cricca di Putin insediatasi al Cremlino da più di vent’anni. Anche il Taiwan è un pugno nell’occhio per la Cina come l’Ucraina lo è per la Russia, ma i cinesi nonostante il Taiwan hanno dimostrato capacità di sviluppo che ai russi sono completamente ignote.

In un contesto come questo non abbiamo mai avuto un dubbio su quale fosse il supremo interesse dell’Italia e dell’Europa, ovvero evitare loro un qualsiasi regresso russo o cinese, restare ben saldi alla politica statunitense. Quando la Cina si libererà del partito comunista, avrà le possibilità di doppiare lo sviluppo ed il benessere della società occidentale, sempre che i cinesi siano davvero interessati ad un concetto di libertà, la loro cultura è molto diversa dalla nostra. Motivo per cui bisogna avere qualche precauzione.

La Russia invece non ha una cultura particolarmente diversa dalla nostra, anzi vi sono stati scambi e contatti continui e proficui. A maggior ragione diverge l’interesse russo dal nostro. È proprio l’interpretazione della stessa cultura a divergerci. Pensiamo anche solo a Solgenitsin. Salvato dal gulag staliniano dagli Stati Uniti d’America una volta tornato in Russia si preoccupò di attaccare l’occidente nemmeno fosse stato messo a capo dell’Armata Rossa. Solo una volta abbiamo rivisto Solgenitsin in Europa, quando andò a commemorare i caduti della Vandea controrivoluzionaria. L’altra parte della storia. Solgenitsin infatti benedì immediatamente Putin. Il nostro interesse è che vengano sconfitti entrambi.

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Tags: PutinSolgenitsin
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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