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La storia scritta dai russi

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
4 Marzo 2024
in L'editoriale
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Un lettore del Corriere della Sera domenica scorsa ha scritto al direttore chiedendosi come fosse possibile che non si volesse andare d’accordo noi italiani con i russi. A parte l’amabilità del popolo russo, cantano ballano e sono felici con un secchio di vodka, quando mai i russi hanno invaso l’Italia o la Francia? Semmai gli americani e gli inglesi hanno bombardato le nostre belle città radendole al suolo nel 1944, cattivoni. Chiaramente ognuno è libero di tenersi le sue simpatie e del resto che l’Italia ne abbia per la Russia è indubbio dal momento che appunto dopo la seconda guerra abbiamo avuto un partito che per trent’anni voleva “fare come in Russia” ed aveva il trenta per cento dei voti in un’epoca in cui non c’era l’astensione che c’è oggi nel corpo elettorale. Sono piuttosto le conoscenze di storia patria, non pretendiamo europea, ci mancherebbe, a lasciare perplessi. I russi invasero l’Italia nel 1799 la percorsero dalla Lombardia alla Liguria e se non fossero stati presi a cannonate da Massena ancora starebbero lì alloggiati e arrivati dritti a Parigi. Sbarrata la strada per l’Italia ad Austerlitz ripresero quella per la Polonia. All’epoca non c’era la Germania, c’era solo la Prussia ovvero una terra che segue la Russia dopo il fiume Neva ed era l’unico Stato tollerato perché oramai quasi completamente asservito. Mentre la Polonia che si voleva costituire indipendentemente venne minacciata. I russi, che hanno grandi romanzieri e poeti e pochi storici, amano raccontarci di essere stati invasi dall’ambizioso Bonaparte. Per la verità l’Imperatore fece una seconda campagna di Polonia per annientare l’esercito russo che si ritirò fino a Mosca. A disdetta del conte Tolstoj, Napoleone non voleva invadere un bel niente. Voleva riportare, illuso sui russi qual era, lo Zar al tavolo della pace.

L’Inghilterra che era stata la più grande alleata della Russia contro la Francia già nel 1850 si accorse di aver sbagliato partito. I russi accampando la scusa dei luoghi sacri della cristianità da tutelare dai turchi volevano rimettere piede nel Mediterraneo a cui avevano pur rinunciato nel congresso di Vienna. Gli inglesi preferirono i turchi pur di impedirlo e gli italiani, per lo meno quelli piemontesi, inalberarono il loro primo tricolore dai tempi di Marengo, in Crimea contro i russi accanto a quello francese e alla bandiera inglese. La batosta presa dalla Russia nella guerra di Crimea fu tale da tornare alle buone relazioni con l’Inghilterra fino al 1914. Con il bolscevismo i russi ripresero le loro vecchie abitudini tanto da trovarsi alleati del nazismo tedesco. Se Hitler non li avesse attaccati, Stalin sarebbe stato ben felice di dividercisi l’Europa con lui. La seguente guerra fredda lo testimonia.

In altre parole la Russia non ha mai ritenuto di aver confini naturali da non poter varcare perché anche ad oriente la sua storia è la stessa e segnata dalle medesime avventurose sconfitte. Così come oggi la guerra in Ucraina è complementare alla necessità di riavere le medesime dimensioni di cui la Russia ha goduto negli ultimi tre secoli, con fortune alterne, la Crimea, conquistata da Pietro il Grande nel Seicento fu ceduta da Crusciov il secolo scorso. Poi qualsiasi nostro connazionale è libero di pensare che i rapporti con i russi sono meravigliosi ed ha pure ragione. Bigotti, principi e lacchè baciarono le mani a Suvorov appena entrato a Milano, non è che non lo si ricordi. È  che non ci piace passare per fessi.

pexels cco

Tags: MassenaSuvorov
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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