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Il ruggito del giornalismo militante

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
23 Marzo 2024
in L'editoriale
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Il giornalismo militante ha origini nobilissime che discendono direttamente da Camille Desmoulins. Il suo giornale aveva attaccato prima il governo del re, La Revolution de France et de Brabante e poi quello stesso rivoluzionario, Le vieux Cordelier. Robespierre se ne ebbe tanto a male da far prima sequestrare la stampa e poi chiedere al suo vecchio compagno di collegio se fosse impazzito. Purtroppo Camille vedeva a piacer suo e non c’era modo alcuno di convincerlo a fargli distogliere la vista, il giornalismo militante è sempre necessariamente, lo insegnava il suo istitutore Marat, contro il governo, anche quando il governo ha ragione. Tanto che sotto il consolato il giornalismo militante venne sradicato. In Francia sarebbero rimasti in piedi solo organi di stampa che lodavano l’operato del primo console, al punto da avere un giornalismo stucchevole, dedito ad incensare il nuovo potere costituito.

Questi due partiti giornalistici osservati in Francia, convissero a lungo in Inghilterra nel secolo successivo dove la libertà di stampa era orientata ma sempre tutelata, tanto che arrivarono a fondersi in quello che comunemente si chiama giornalismo britannico, ovvero distaccato. Per quanto si esprimano sempre tendenze ed opinioni, la stampa inglese privilegia la realtà dei fatti, dando per scontato che questa deve formare le opinioni e non il contrario. Anche in Italia dove il giornalismo militante raggiunse effetti devastanti sotto il regime fascista, ebbero modo di affermarsi alcuni capisaldi del giornalismo britannico soprattutto in Rai. Il servizio pubblico, sottoposto al rigido controllo del parlamento si dotò dello strumento della “tribuna politica”, ovvero uno spazio dove venivano identificati e tutelati tutti i soggetti invitati. Come fu possibile? Con un conduttore terzo e una stampa specializzata varia e definita. Se si invitava il segretario del principale partito di governo, l’onorevole Fanfani, erano presenti in studio i giornali dell’opposizione ed il confronto si articolava davanti agli spettatori a viso aperto, nel senso che ciascun interlocutore dichiarava e rappresentava la sua parte. A “Tribuna politica” Ugo la Malfa, segretario del partito repubblicano, veniva regolarmente costretto a rispondere alle domande dell’organo dell’oggi dissolto partito monarchico.

Oggi una situazione completamente diversa vede il servizio pubblico surclassato e proprio non riesce ad alzarsi, da televisioni private, dove chi le conduce è a volte favorevole, a volte contraria al suo ospite. Nella stessa giornata si può vedere in una trasmissione de la Sette Marco Travaglio, un giornalista ma una affinità politica evidente, esprimersi per un’ora senza contraddittorio sull’universo mondo e poi in un’altra, Carlo Calenda attaccato dal conduttore Floris, appena sedutosi sulla sedia dello studio “di Martedì”. E che razza di giornalismo sarebbe quello in cui una trasmissione intera si muove contro un interlocutore dell’opposizione? Perché Calenda potrà votare come gli pare, ma certo non è un esponente del governo e se sostiene il governo in una singola occasione o in una elezione locale, sarà qualcosa che risponde alla coscienza di Calenda non a quella dell’intervistatore. Se è perfettamente lecito che un giornalista chieda a Calenda la ragioni, del suo operato, è inaccettabile che lo metta sotto processo, quando sulla stesse rete si incensano gli avversari di Calenda.

Eppure si assiste a tutta una programmazione militante, di cui non si comprende esattamente il titolo, cioè il perché una televisione privata, sostenga Bersani, piuttosto che Berlusconi, Conte e non Draghi, il campo largo, e non il patto repubblicano. Libertà editoriale, fino ad un certo punto dal momento che l’utenza è di dominio pubblico. Il cittadino vede la Sette e Mediaset, senza doverle pagare, il che è un aggravante. Abbiamo competitori militanti del servizio pubblico, che non sono sottoposte all’autorità del parlamento. Non c’è solo lo Stato che può poter condizionare parzialmente il pubblico, c’è anche un interesse privato più recondito e con il tempo divenuto più ruggente.

Tags: CalendaFlorsi
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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