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Dell’indebolimento della democrazia

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
19 Giugno 2024
in L'editoriale
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Chiunque abbia fatto qualche studio sul sistema democratico, sa bene che questo non si rafforza attraverso l’istituto del governo, al contrario. Quando il popolo sceglie direttamente il capo del governo, siamo davanti ad un’opzione cesarista. Il premier inglese non è eletto direttamente, non ci pensano proprio. Esattamente come il mandato del Congresso statunitense è distinto da quello del presidente. Nello specifico, le modifiche costituzionali apportate dalla maggioranza non ci dicono un bel niente sul modo in cui sarà eletto il capo del governo. Sappiamo solo del “suffragio universale” e che “le elezioni delle Camere e del Presidente del Consiglio avranno luogo contestualmente”, per cui a questo punto tutto sarà demandato ad una legge ordinaria. Di certo vi è l’inversione dell’ordinamento della Repubblica che al momento prevede la concentrazione del potere nel Parlamento. La democrazia si esercita attraverso l’Assemblea sin dai tempi della Roma Antica, il governo è solo un servo dell’Assemblea, all’epoca il Senato della Repubblica. Cesare riteneva che si dovesse concentrare il potere del popolo in una sola persona, la sua, e modificò il concetto democratico per l’età moderna, dal momento che venne subito ucciso e Roma perse, a breve, ogni prerogativa democratica. Il Senato divenne un orpello del nuovo capo dello Stato uscito dalla parabola cesarista, l’Imperatore.

Per la verità, anche senza un’analisi classicista del problema, la riforma costituzionale del 2001, si guardava bene dal modificare l’istituto del capo del governo. Berlusconi voleva semplicemente introdurre il principio della sfiducia costruttiva, quella che al tavolo della riforma della maggioranza di centrodestra si chiamava banalmente, la norma “anti ribaltone”. Berlusconi aveva una qualche sensibilità per la materia e considerando altamente autorevole la sua persona non aveva nessun interesse a stabilire una qualche maggior autorevolezza per legge, dal momento che per l’appunto, lui lo era di suo. Qui non si capisce l’entusiasmo dell’onorevole Meloni. Mai accadesse che nella prossima legislatura. magari anticipata, la signora perdesse le elezioni, si può togliere dalla testa di tornare al governo prima di altri cinque anni. Berlusconi sconfitto alle politiche del 2006, in soli due era di nuovo a Palazzo Chigi. Se la riforma del premierato venisse approvata dal referendum e l’onorevole Meloni venisse superata da Tajani, potrebbe finire nel dimenticatoio.

Giustamente uno si chiede perché mai l’onorevole Meloni dovrebbe perdere le elezioni, se vince il referendum? Perché ahilei, il prestigio della sua maggioranza di governo sta già imbarcando acqua da tutte le parti. Sarebbe clamoroso se la nuova Commissione europea disdegnasse cariche e voti italiani che pure sono stati offerti e questo per la presenza della Lega di Salvini e Vannacci e di diversi eletti di Fratelli d’Italia con cui la maggioranza del parlamento europeo non vuole avere nulla a che fare. Mai il trionfante centro destra italiano si ritrovasse isolato come Orban in Europa, le conseguenze sarebbero catastrofiche. Anche perché, questo è poi l’aspetto dirimente della questione, l’onorevole Meloni fa troppo affidamento sul suo successo, confortato da un crollo drammatico della partecipazione democratica di cui pure non si preoccupa. Fratelli d’Italia rappresenta il 26 per cento dei votanti e meno del 13 dell’elettorato totale degli aventi diritto. In termini di democrazia sostanziale, il governo Meloni è già un governo di minoranza del paese, esattamente come lo divenne quello Conte al suo secondo mandato. Guardi alla fine fatta da Conte, e forse l’onorevole Meloni, che almeno è più scaltra, fa ancora in tempo a inventarsi qualcosa per evitare di andare a sbattere come il suo omologo. Il primo, bontà sua, a farsi chiamare premier, messo in burletta da Grillo.

pixabay CCO

Tags: Berlusconi
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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